IL PROGETTO MUSEO


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[Convento di San Francesco]
Francesco Coghetti, "Convento di San Francesco".

Il Museo Storico della Città di Bergamo ha sede nella splendida cornice del Convento di San Francesco, costruito per una comunità di frati francescani nel 1292 sul colle di Bergamo. L'edificio contava allora due chiostri, ancora visibili, le celle dei religiosi nel piano superiore e una Chiesa, aree tutte accuratamente affrescate secondo i temi ricorrenti della religiosità medioevale e della particolare spiritualità francescana.
La felice posizione del Convento, aperto a dominare i colli e le valli a nord di Bergamo e la tranquillità che offriva al corpo e allo spirito, ne hanno fatto nel tardo Medioevo e nel Rinascimento il Pantheon delle più insigni famiglie cittadine, che lo hanno arricchito di stemmi e tombe, visibili ancora oggi.
L'avvicendarsi di periodi di autonomia e di dominazioni nel territorio bergamasco non è però indolore per il Convento, che nel 1798, dopo la proclamazione della Repubblica Bergamasca e l'arrivo delle armate francesi, viene soppresso e parzialmente trasformato in carcere politico, una trasformazione completata poi dai nuovi dominatori austriaci nel 1821, quando anche la bella Chiesa, rinnovata tre secoli prima, viene demolita.
Nel tetro periodo del regime austriaco, terminato con la liberazione garibaldina del 1859, numerosi prigionieri politici -patrioti del Risorgimento- e contrabbandieri di grappa e sete hanno atteso la morte nelle celle dell'edificio medievale: per la maggior parte di loro uscire dal Convento significava avviarsi, attraverso la "scala del condannato", alla fucilazione sulla torre più alta della Rocca. La scaletta, che collega il Convento alla Rocca, è ancora oggi percorribile.
L'inclusione di Bergamo nel Regno d'Italia coincide con l'abbandono dell'edificio, che solo nel 1937 viene riutilizzato, dopo una profonda trasformazione, per ospitare una scuola.

Oggi il Convento di San Francesco ritrova parte del suo passato come sede del Museo cittadino, contribuendo con gli affreschi, le tombe medievali e rinascimentali, gli stemmi nobiliari, i chiostri, le absidi della distrutta Chiesa, ad illuminare sei secoli di storia di Bergamo.
Al suo interno sono narrati i grandi eventi della storia nazionale e cittadina, dalla Repubblica Bergamasca alla Resistenza, insieme alle "vicende minori" quali la storia del costume e della società, l'economia, la religiosità popolare.

Sono dal 2001 in corso i lavori per il restauro delle cappelle laterali dell'antica chiesa del Monastero di S. Francesco (i lavori sono terminati nell'aprile 2001), mentre sono stati approvati i progetti per il restauro della Rocca e del Palazzo del Podestà. Il Museo entro il 2004 troverà quindi una nuova organizzazione espositiva e spaziale. Presso il Palazzo del Podestà verrà allestita la sezione che va dall'età comunale alla fine della Repubblica veneta (1797); la Rocca ospiterà la sezione ottocentesca e presso il Monastero di S. Francesco troverrà posto la sezione dedicata al Novecento

 

1917, 1959, 1996, 2000: L'EVOLUZIONE DEL MUSEO STORICO DELLA CITTÀ DI BERGAMO

Nato nel 1917 come "Civico Museo del Risorgimento", il Museo cittadino si costituiva, in un momento assai critico sia a livello militare sia sociale per la continuazione della prima guerra mondiale, con lo scopo dichiarato a livello didattico di "creare anche nelle generazioni più giovani l'idea di Patria". Per gli intenti e lo spirito dell'organizzazione espositiva, il Museo bergamasco si ricollegava ai civici musei del Risorgimento sorti in Italia nell'ultimo decennio del secolo diciannovesimo, il cui intento didascalico era dichiarato: il Risorgimento come exemplum, come catarsi di tutto un popolo, in cui poter coniugare il sentirsi italiani con la nazione e lo stato, elementi questi ultimi due considerati come fini supremi ed entità assolute slegate da ogni vincolo ideologico. Inoltre, soprattutto dopo gli esiti del 1849, erano la guerra e i moti ad assumere il valore etico-morale di indiscussi elementi "levatrici della Patria", intesi come purificatori dai tanti tradimenti operati da re, imperatori e papi a danno dell'unità nazionale.
È quindi evidente come in tutti i musei del Risorgimento l'esposizione venisse organizzata attraverso una gerarchia che metteva all'apice non tanto le guerre d'indipendenza ma i moti, i fatti d'arme dei volontari, le vittorie dei Cacciatori delle Alpi piuttosto di quelle dell'esercito alle strette dipendenze dei Savoia e, infine, l'epopea dei Mille e del suo duce piuttosto che la terza guerra d'indipendenza. In particolare la spedizione in Sicilia assumeva la funzione di paradigma dell'intero popolo italiano, della guerra non più semplicemente intesa come scontro tra due eserciti, ma -come ricorda il garibaldino genovese Bandi nelle sue memorie - "una gran pazzia... giudicata di poi opera egregia e principalissima tra le sue più belle". La rappresentazione dell'epopea dei Mille avveniva attraverso astrazioni simboliche fortemente connotate, tramandate non solo dall'iconografia ufficiale (Garibaldi a cavallo, la presa di Palermo ecc), ma anche dal mito popolare (le camicie rosse, attestati e diplomi di partecipazione alla Spedizione, ecc).
Ecco quindi che nell'arco di pochi mesi, al costituendo Museo di Bergamo giungeva una grande quantità di materiale: in alcuni casi pezzi singoli (la camicia rossa, l'attestato militare, la medaglia dei Mille), in altri veri e propri cimeli, con una forte carica simbolica ed emotiva (si veda ad esempio il "pezzo di pane donato a Frizzoni da un croato", il teschio della cucitrice milanese, la ciocca di capelli di Garibaldi, la terra calpestata dal Duce dei Mille, il brandello di bandiera strappata agli austriaci...). Soprattutto questi ultimi acquisivano un'importanza centrale nell'allestimento del Museo, sia nel 1917 sia nel 1959, quali esempi di eroismo, dell'estremo sacrificio, del dolore e della gioia di un intero popolo.
Il riallestimento del Museo bergamasco nel 1959 non si discosta dai temi della sua fondazione. Viene aggiunta la sezione dedicata alla Resistenza (curiosamente, il periodo storico relativo al fascismo e alla seconda guerra mondiale continua ad essere assente), quest'ultima vista come il "terzo Risorgimento" (il Risorgimento propriamente definito, la prima guerra mondiale, la Resistenza), il definitivo riscatto del popolo italiano dalla dominazione tedesca.

Oggi l'allestimento del Museo Storico della Città di Bergamo parte da presupposti differenti, che accolgono e rielaborano le più recenti letture storiche degli avvenimenti.
L'asse portante della ricostruzione ostensiva non è più la storia-racconto, la storia evenementielle, basata sulla presentazione degli avvenimenti luminosi della storia locale, ma il disegno tende, pur nei limiti dello spazio disponibile, a leggere e a far leggere la storia come storia totale dell'attività umana, dell'organizzazione politica ed economica, dei rapporti sociali, della produzione delle idee e soprattutto come storia del territorio in cui quelle diverse dinamiche hanno interagito. Si risponde così in modo adeguato all'aumentata e sempre più qualificata domanda di sapere, che proviene, oltre che evidentemente dal mondo della scuola, dai diversi settori della società civile, contribuendo non solo a una più diffusa conoscenza critica del passato, ma anche e soprattutto a una più consapevole conoscenza della realtà ambientale in cui il visitatore vive ed opera, realtà presentata ed analizzata nella sua dimensione storica.
Ma tutto ciò significa anche che compito del museo non è piè solo quello di conservare ed esporre i cimeli dell'epopea nazionale per il loro valore evocativo, educativo o simbolico, ma che l'obiettivo prioritario è proporre quei materiali che si rivelino socialmente produttivi, quei documenti, cioè, iconografici e non, che risultino validi strumenti per la conoscenza e per la ricerca, in altre parole per la lettura articolata e problematica della storia della città e del territorio.
Il carattere marcatamente didattico del nuovo museo è intrinseco all'esposizione stessa, organizzata secondo le tradizionali partizioni cronologiche e, all'interno delle stesse, secondo temi specifici. Obiettivi di tale scelta ostensiva sono: costruire un percorso chiaramente leggibile, che, superando la proposta di una storia lineare scandita da fatti e personaggi e uscendo dall'ottica agiografico-campanilistica, che interpreta la storia dell'Ottocento bergamasco alla luce pressoché esclusiva del contributo dato dalla città al processo formativo dello stato nazionale, individui i nessi esplicativi tra i fenomeni; evidenziare le fasi di mutamento a livello politico-istituzionale e la loro capacità di agire sui fattori di continuità così fortemente radicati in una realtà come quella bergamasca; cogliere le specificità della città in un quadro d'insieme che tenga conto della necessaria complementarietà tra storia locale e storia nazionale.

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