Bergamo e Venezia (1428 - 1797)


  Venezia si era impadronita della provincia bergamasca sin dal 2 ottobre 1427; l'11 ottobre dello stesso anno, in seguito alla battaglia di Maclodio, combattuta e vinta da Venezia, alleata di Firenze contro Milano, i veneziani erano riusciti ad occupare militarmente gran parte della provincia orobica, giungendo a minacciare anche la città, ancora in mano ai Visconti. Infine, con la pace di Ferrara del 19 aprile 1428, fu sancita"de iure" la cessione di Bergamo e del suo territorio alla Serenissima. All'atto della sottomissione a Venezia, Bergamo era già abituata a un dominio esterno: la tanto vantata autonomia comunale era decaduta da tempo immemore. Venezia però, a differenza dei Visconti, avrebbe evitato di giungere ad una contrapposizione netta con i poteri locali ormai consolidati: infatti il ceto dirigente bergamasco, grazie al prestigio ottenuto durante l'assedio milanese al capoluogo, aveva affermato che il sedere in consiglio ed il godere dei pubblici uffici, costituivano suoi privilegi esclusivi.
Se è giusto sottolineare l'influenza di Venezia su Bergamo, è interessante ricordare anche l'importante ruolo degli uomini che dalla città orobica affluirono in laguna: non solo uomini di fatica, ma militari, musici, stampatori, ecclesiastici, uomini di lettere, architetti (è ad esempio il bergamasco Coducci a lavorare alla Torre dell'Orologio, alla facciata di S. Zaccaria, alla chiesa di S. Michele in Isola, al Palazzo Corner e a quello Vendramin Calergi), pittori e scultori.
Chiaro momento di rottura nei rapporti tra Venezia e Bergamo fu la peste del 1630: per rispondere alla grave crisi demografica determinata dall'epidemia e alla crisi generale segnata da un ciclo di bassi prezzi in agricoltura, dalla chiusura di alcuni mercati internazionali, dall'accresciuta concorrenzialità delle manifatture estere e dalla tendenza a spostare il centro dell'economia e della società da Venezia alle città di Terraferma e nelle aree rurali, la Serenissima cercò di imporre sempre maggiori carichi fiscali e "sociali" a città come Bergamo.
A vantaggio dell'economia orobica restavano le concessioni di Venezia, ad esempio alle manifatture della lana, "bilanciate" però, oltre che dai crescenti oneri fiscali, anche dal tentativo di frazionare il territorio per poter meglio governare. Lo scontento per le decisioni della Serenissima cresceva, diffondendosi anche grazie allo sviluppo di una borghesia cittadina e di una nobiltà culturalmente più moderne e quindi sempre meno disposte ad accettare un dominio straniero.

Illustrazione: il leone, simbolo della dominazione veneta a Bergamo.