L'ECONOMIA


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Dal punto di vista economico, la città che emerge dal primo censimento post unitario è una realtà assai complessa, dove le attività agricole lasciano sempre più spazio al commercio e a quelle attività essenziali a garantire servizi alla borghesia cittadina (sarti, modiste, negozi di beni di qualità), ma anche alle nuove esigenze delle masse popolari (scuole primarie, spettacoli popolari, teatri, osterie...). Parallelamente si assiste ad un progressivo spostamento delle unità manifatturiere verso la provincia e in modo particolare sulla direttrice della valle Seriana.


Gaetano La Poer, "La Fiera di Bergamo". Incisione all'acquaforte, Milano 1700.

Questo il quadro statistico:

1771 1881 VARIAZIONE
MANIFATTURA 45% 44,8% -0,2%
AGRICOLTURA 25,3% 15,4% -9,9%
COMMERCIO E SERVIZI 23,2% 33,9% 10,8%
PROFESSIONI 6,4% 5,7% -0,7%

Accanto alle professioni classiche troviamo anche cantanti, comici, pittori e artisti, lavoratori nel settore moda, venditori girovaghi, 6 conduttori di case di tolleranza e 21 prostitute autorizzate dall'autorità sanitaria. Decisamente consistente anche il numero di disoccupati: 15222, di cui, 11066 donne e 4156 uomini, a confermare, da una parte, che il lavoro femminile era entrato nella cultura cittadina e dall'altra che questa enorme massa non trovava ancora, se non stagionalemente, un'occupazione stabile. Sul totale dei disoccupati cittadini, 8245 avevano un'età compresa tra 0 e 15, testimonianza di come il lavoro dei bambini fosse necessario alla sopravvivenza economica della famiglia, e ben 3815 tra 30 e 60 e 954 sopra i 60 anni.
Le caratteristiche e il ruolo della Fiera di Bergamo sono stati spesso elementi trascurati dalla storiografia. Eppure, almeno fino alla proclamazione dell'Unità d'Italia, essa aveva un ruolo rilevante sia come momento di acquisto e vendita prodotti, sia perché luogo di deposito dei prodotti tedeschi (soprattutto dei panni), sia perché momento in cui le sete venivano trattate per poi essere spedite a Londra prima e a Lione poi. La Fiera inoltre è il termometro esatto dell'economia bergamasca e il luogo di incontro e scambio fra imprenditori locali e "mercanti-imprenditori" svizzeri, tedeschi, inglesi, milanesi, degli Stati Parmigiani. Non solo, attraverso lo studio dei movimenti commerciali durante la Fiera, si possono leggere i mutamenti nelle abitudini, nelle mode e nei costumi. Già attiva nell'alto medioevo, la Fiera si svolgeva dal 22 agosto all'8 settembre in casotti di legno nella zona corrispondente all'attuale Piazza Dante. I redditi vennero donati dalla città di Bergamo all'Ospedale Maggiore nel 1472 e all'ospedale restarono sino alla soppressione della Fiera. Nel 1732 i mercanti decisero di raccogliere i fondi per trasformare i casotti di legno che ospitavano le merci in 210 botteghe in pietra e venne così eretto l'edificio quadrato con 540 botteghe e dodici ingressi (tre per ogni lato) che fuggono al centro, dove vi era una fontana (la fontana, recentemente restaurata, è posta nel centro geometrico dell'attuale Piazza Dante). Ad ogni lato vi erano quattro torrette che accoglievano il Tribunale di Sanità, i conservatori della Fiera, il Magistrato sulle vettovaglie, il Tribunale di Giustizia. Sono gli anni del grande sviluppo e Bergamo si trova al centro dei traffici commerciali europei, anche se già numerose sono le lamentele dei mercanti per l'inadeguatezza delle strutture viarie. La crisi definitiva della Fiera, dalla quale non si sarebbe più sollevata, inizia nel 1850, in coincidenza con la grande crisi serica.
La lavorazione della seta ha rappresentato infatti per secoli la risorsa primaria dell'economia bergamasca, con un ruolo rilevante assolto nell'Ottocento proprio dal capoluogo, non solo perché sede delle principali filature, ma perché proprio la città attira a sè le aziende a maggiore valore aggiunto (lo stabilimento per la stagionatura alla Talabot dei Berizzi, definito dai contemporanei quello più all'avanguardia di tutta la Lombardia) e a più alto contenuto tecnologico. La lavorazione della seta crea le grandi famiglie dell'industria bergamasca, nomi quali Berizzi, Caroli, Gambarini, Camozzi, Nullo, che sono in primo piano anche nelle vicende risorgimentali. Accanto alle motivazioni ideali, alla difesa delle libertà politiche e sociali, certamente tra gli industriali serici bergamaschi è ben presente, almeno dal 1847, l'esigenza di sviluppare un mercato unico su tutto il suolo nazionale italiano non più frammentato dalle innumerevoli barriere doganali create dai singoli stati della penisola. Quanto questo possa pesare sulla scelta "risorgimentale" dei setaioli risulta evidente se poi si tiene conto che gran parte della produzione di seta filata bergamasca trova il proprio sbocco non tanto nel mercato austriaco, ma in quello francese, inglese e degli stati dell'Italia centrale. La lavorazione della seta, oro dei bergamaschi, proprio per il processo produttivo che comporta, interessa anche quei settori dell'aristocrazia agraria che vedono nella coltivazione del gelso una possibilità per uscire dalle difficoltà endemiche dell'agricoltura bergamasca; non è quindi certamente casuale che molte famiglie come i Roncalli e i Piazzoni si schierino anch'esse con gli uomini del Risorgimento.


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