LA I GUERRA D'INDIPENDENZA (1848-1849)


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Armi utilizzate durante la I Guerra d'Indipendenza.

Incitato dai patrioti lombardo-piemontesi, con l'intento di realizzare le mire espansionistiche della dinastia sabauda, Carlo Alberto, che nel 1848 aveva concesso al Piemonte uno Statuto destinato a divenire la futura "Costituzione" del Regno d'Italia, dichiara guerra all'Austria il 24 marzo 1848. Dagli stati italiani partono truppe regolari e volontari per affiancare l'esercito sabaudo e anche da Bergamo, in aprile, un corpo di volontari al comando di Nicola Bonorandi parte per una difficile quanto sfortunata impresa nel Tirolo (17 vengono fucilati nel castello di Trento). In seguito non ha esito positivo neppure la spedizione, sempre in Trentino, guidata da Gian Maria Scotti.
Il 30 aprile la Congregazione provinciale chiede alla popolazione di pronunciarsi sul futuro assetto della Lombardia, o meglio la invita a sottoscrivere l'immediata annessione al Piemonte contro l'ipotesi di dilazione di voto a guerra ultimata sostenuta invece dai democratici. Precise le motivazioni e le indicazioni di voto, condivise da quegli stessi notabili che hanno gestito l'insurrezione e sottoscritte anche dal vescovo Gritti Morlacchi. Il pronunciamento da parte dei liberal-moderati bergamaschi però è dichiarato illegale, poiché viene richiesto prima che lo stesso Governo centrale prenda in proposito una decisione. L'urgenza di accelerare la fusione con il Piemonte, tanto fortemente sentita da entrare in contrasto con l'autorità milanese, è motivata da una duplice ragione: da una parte si vogliono impedire disordini ed anarchia (ai primi di aprile si erano verificati preoccupanti attentati alla proprietà in Val Seriana); dall'altra si vuole contrastare l'opera di informazione e propaganda portata avanti dai repubblicani, che proprio in quei giorni hanno trovato voce nell' "Unione", primo giornale democratico bergamasco dell'Ottocento, che uscirà per quarantasei numeri dal 15 aprile al 29 luglio del 1848. Il giornale è redatto da Gabriele Rosa, che si era accordato con Mazzini e Cattaneo.
Ristretto era allora il gruppo dei democratici in città, che aveva intendimenti repubblicani federali e combatteva la fusione immediata voluta prima della vittoria: i 1500 oppositori, secondo il Rosa, richiedono una repubblica federativa, o sono comunque decisi ad avere statuto e poi re e non re e poi statuto.
Il 12 maggio il Governo provvisorio centrale decide di procedere al plebiscito. Nelle votazioni ufficiali, avvenute tra il 19 e il 29 maggio: a Bergamo 77.514 voti sono per l'immediata fusione con la monarchia sabauda, 44 per la scelta a guerra ultimata. L'opposizione democratica locale si è per la gran parte allineata sulle posizioni dei liberal- moderati. La spiegazione in un articolo del 16 maggio di G. Rosa: "Noi accettiamo e consigliamo accettare quell'atto come una necessità, ma dichiariamo apertamente che siamo molto dolenti per la causa dell'Italia che il primo atto d'unione materiale dei popoli italiani si compia non spontaneamente, nè affatto liberamente, ma sotto l'impero della necessità, e della paura (...). Noi non resisteremo pei nostri diritti, perché la resistenza sarebbe cominciamento di guerra civile, e la guerra civile, colpevole sempre, lo sarebbe doppiamente oggi che lo straniero invade tuttora le nostre contrade. Ma i nostri Concittadini, ci terranno, noi lo speriamo, conto del sacrificio."
Nel mese di luglio, di fronte alla controffensiva austriaca e alle sconfitte dei piemontesi, mentre il governo provvisorio della Lombardia invia in città un commissario straordinario per organizzare nuovi arruolamenti, i democratici cercano di attivare la mazziniana "guerra di popolo". Ai primi di agosto si trovano a Bergamo Garibaldi, Cattaneo e Mazzini; da qui parte Garibaldi per Milano con un gruppo di volontari, ma, dopo l'armistizio di Salasco, il generale decide di sciogliere la sua legione e di riparare in Svizzera.
Il 13 agosto gli austriaci rientrano in città e molti di coloro che si sono compromessi nei mesi precedenti prendono la via dell'esilio. Con la repressione della "guerriglia" di Palazzago, ispirata da Mazzini e tenuta viva da Federico Alborghetti dal settembre al novembre, si chiude per il territorio orobico la fase insurrezionale del '48.
Nel marzo del 1849, con la ripresa della guerra, Gabriele Camozzi, che vive esule a Torino, viene incaricato da La Marmora di guidare una rivolta nel Bergamasco, coordinando la sua azione con i movimenti dell'ala sinistra dell'esercito piemontese: l'intento è di realizzare una sollevazione popolare nelle zone montagnose della Lombardia. Il 24 egli raggiunge Bergamo ed assume la dittatura in nome del governo sardo, ma la sconfitta di Novara interrompe il suo operato politico-insurrezionale, che sarebbe ripreso dieci anni dopo. Vana risulta anche la successiva iniziativa di portare soccorso con 800 volontari alla vicina Brescia, che, insorta il 23 marzo, era stata costretta nel frattempo alla capitolazione dopo dieci giorni di durissimi combattimenti.
Con la caduta della Repubblica romana, alla cui difesa avevano contribuito anche numerosi bergamaschi (Nullo, Dell'Ovo ecc), e con la resa di Venezia ha termine nell'estate del 1849 quella stagione che sarebbe stata ricordata come la "primavera dei popoli".


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