IV. RAZZISMO QUOTIDIANO E STORIA RIMOSSA - Le immagini del "nemico"

 

Chi ha presente la mostra "La menzogna della razza" o esamina l’omonimo catalogo, che rimane un fondamentale strumento per l'approccio alla problematica storica e per il lavoro didattico, ricorda le varie componenti e gli svariati filoni che confluiscono, non senza tensioni e conflitti interni, nel razzismo fascista: il razzismo biologico, il nazional-razzismo, il razzismo esoterico-tradizionalista (Mauro Raspanti, I razzismi del fascismo, in La menzogna della razza, cit., pp. 73-89).

Tracce di tali filoni si rinvengono in una miriade di documentazioni locali che, nonostante le apparenze, non sono solo curiosità, rivelando piuttosto segni della penetrazione del razzismo biologico, pseudoscientifico. Il primo esempio è tratto da una pubblicazione medica (1); il secondo consiste in una piccola serie di cartoline raffiguranti la maschera tradizionale del Gioppino, sempre e ancor oggi rappresentato con tre vistosi gozzi (il gozzo, conseguenza della cattiva alimentazione, era una triste caratteristica delle zone più povere della provincia). Si assiste qui alla progressiva depurazione dell'immagine, non più consona alle teorie razziali: dapprima il gozzo è celato da una strategica sciarpa, poi scompare del tutto ( 2 ).

Le diverse componenti del razzismo fascista, insieme ad altri retaggi culturali e messaggi abilmente sfruttati dalla propaganda, sfociano, durante la preparazione alla guerra e negli anni del conflitto, nella "razzizzazione del nemico", vale a dire nella rappresentazione con caratteri brutali, animaleschi, caricaturali, grotteschi - sia attraverso l’immagine che la parola - di coloro che sono da considerarsi nemici, stranieri, diversi, inferiori: gli ebrei in primo luogo, i neri, ma anche gli inglesi, gli americani, i russi, gli slavi.

Il razzismo antislavo, come in genere i rapporti fra italiani, popolazioni e stati balcanici nel Novecento, fa parte della storia tenacemente rimossa dalla memoria collettiva. Specialmente durante l'occupazione italiana della Jugoslavia (1941-1943), si verificano pratiche di repressione, rastrellamenti e rappresaglie contro civili, che rientrano purtroppo a pieno titolo nei crimini della seconda guerra mondiale, ma la prassi persecutoria e gli atteggiamenti razzisti, nei confronti soprattutto di croati e sloveni, è tipica di quel "fascismo di confine" che ha il suo centro a Trieste e che si caratterizza immediatamente per i toni fortemente razzisti e per la violenza dell'azione diretta. Numerosi provvedimenti discriminatori colpiscono le minoranze slave della Venezia Giulia; la situazione si aggrava con la guerra e con l'occupazione di ampi territori della Slovenia e della Dalmazia. Vengono istituiti campi di concentramento in Jugoslavia e in Italia: gli slavi sono sottoposti a durissime condizioni di detenzione e molti di loro subiscono altre forme di internamento in svariate località della penisola.

Un documento, ritrovato tra le innumerevoli carte della routine burocratica quotidiana di un piccolo comune della pianura bergamasca (3), acquista il valore di spia di questa storia rimossa, attestando la presenza di "ribelli sloveni internati" (sull'argomento rimandiamo agli studi di Carlo Spartaco Capogreco, in particolare Renicci. Un campo di concentramento in riva al Tevere (1942-43), Cosenza, Fondazione Ferramonti, 1998). Proprio allo strumento dell'internamento e dei campi di concentramento, realizzati dall'Italia fascista sia ai danni delle popolazioni africane che slave, si riferisce la lettera di un ufficiale in servizio presso "un campo di concentramento di internati civili, al quale affluiscono ex ribelli croati sloveni montenegrini et similia!!", a Visco in provincia di Udine (4).

La storia rimossa, tuttavia, proprio perché tale, agisce potentemente come veicolo di stereotipi giustificativi, con la funzione di mascherare o alleggerire le responsabilità. Atrocità perpetrate da slavi e pregiudizi antislavi si ritrovano frequentemente nelle memorie autobiografiche dei soldati; è molto meno facile che si ammettano precise responsabilità nelle operazioni di repressione: in questo caso a nascondere la realtà è il mito del buon italiano, per cui stragi e crudeltà sono imputabili soltanto ai tedeschi. Come sempre, non mancano le eccezioni: un cappellano militare bergamasco, don Pietro Brignoli, affida al suo diario, pubblicato postumo e solo parzialmente, un'accorata e implacabile denuncia dei crimini italiani (Pietro Brignoli, Santa messa per i miei fucilati. Le spietate rappresaglie italiane contro i partigiani di Croazia dal diario di un cappellano, Milano, Longanesi, 1973).

Molto più diffusa e più visibile la rappresentazione razzista del russo, in cui si concentrano i caratteri negativi dell'orientale, slavo, ateo e comunista, talora aggravati dall'associazione con ebreo. Dell'abbondantissima documentazione rintracciabile su questo tema, abbiamo scelto solo alcune immagini indicative (5; 6: un massacro perpetrato da soldati russi contro la popolazione civile - in particolare vecchi e donne - e "un mostruoso bolscevico che martella il globo"). Questa era la raffigurazione del nemico che era stata largamente introiettata dai soldati italiani dell'Armir; ad essa si contrappongono le testimonianze di molti di loro che, nel ricordare la campagna militare in Russia e in particolare la ritirata, parlano con entusiasmo della popolazione russa e sottolineano ancora a distanza di tanti decenni la scoperta dell'umanità di quelle popolazioni, non belve feroci, ma donne e uomini generosi, pronti ad aiutare persino il nemico, non atei, ma sovente profondamente religiosi (7).

Analogo processo si rivolge verso le "razze inferiori", i neri e gli ebrei: la creazione di stereotipi "era rivolta a far associare in modo irreversibile pregiudizi e reazioni di paura e di ripulsa alla sola visione di "non ariani" (La menzogna della razza, p. 199). La demonizzazione dell'ebreo e la deformazione in senso grottesco della sua immagine (8) rafforzano gli incessanti messaggi propagandistici e di persuasione che si avvalgono anche di altri canali e di altre forme. L'opuscolo Gli ebrei hanno voluto la guerra (Roma, 1942) (9), è redatto da Giovanni Preziosi, esponente di punta del razzismo fascista. L'introduzione di Alberto Lucchini si conclude con un inequivocabile messaggio programmatico:

 

Carta canta e fascista non dorme. A noialtri italiani, anche sulla faccenda degli ebrei, gli occhi ce li ha aperti, a tempo e bene, Mussolini. E all'offensiva antifascista, antiromana, anticristiana di Giuda, si dà la risposta italiana d'oggi. Tener duro e picchiar sodo. (Gli ebrei hanno voluto la guerra, p. 11).

Che cosa intendessero i fascisti per picchiare sodo lo si vedrà presto, dopo l'8 settembre 1943.

 

DOCUMENTI

1. a) Frontespizio del volume Innocente e Guido Calderoli, Il problema tonsillare è problema sociale e di razza. Ipotonsillaresimo, Bergamo, Fratelli Carrara, 1940; b) stralci dattiloscritti dalla Prefazione, p. 12 e dal capitolo Il problema tonsillare è problema sociale e di razza, pp. 191-193. (Biblioteca civica "Angelo Mai", Bergamo)

2. Serie di tre cartoline edite a Bergamo raffiguranti la maschera di Gioppino (Collezione privata)

3. Comune di Pontirolo Nuovo, Rendiconto dei sussidi corrisposti ai congiunti dei ribelli sloveni internati relativamente al periodo dal 25 Dicembre 1942 al 27 Gennaio 1943, 26 gennaio1943. (Archivio del comune di Pontirolo Nuovo)

4. Trascrizione dattiloscritta della lettera di un ufficiale in servizio presso il campo di concentramento di Visco, 23 agosto 1943. (Carte Riccardo Schwamenthal, Archivio Isrec Bg)

5. Cartolina postale per le Forze armate scritta in data 10 maggio 1943 (Pnf, Direttorio nazionale - Ufficio combattenti, a cura del Servizio forze armate dell'Ond). Disegno - di Gino Boccasile; nella parte inferiore una frase di Mussolini tratta da "Il popolo d'Italia" dell'8 aprile 1937. (Fondo Mario Bassanelli, Archivio Isrec Bg)

6. [Mostruoso bolscevico martella il globo], manifesto a colori disegnato da Gino Boccasile - Italia [sn 1942] MRM, da La menzogna della razza, cit., p. 200.

7. Stralci di interviste a Salvatore Pini, Virgilio Tomasoni, Egidio Bianchi, Angelo Belotti, Mario Boninelli e Abramo Albrici, tratti da Angelo Bendotti, Oriella Della Torre, Eugenia Valtulina (a cura), Come il mare che non si vede la fine. Memorie della campagna di Russia, Bergamo, Sistema bibliotecario urbano, 1995, "Quaderni dell'Archivio della cultura di base", n. 24-25, pp. 17-18, 46, 65,80-81, 86, 90.

8. [Caricatura antisemita], manifesto a colori disegnato da Gino Boccasile, Italia [sn., 1942], da La menzogna della razza, cit., p. 206

9 Frontespizio dell'opuscolo Gli ebrei hanno voluto la guerra, Roma, 1942. (Biblioteca Isrec Bg)

Sezione IV, doc. 1a

Sezione IV, doc. 1b

<Amor mi mosse, che mi fa parlare>

E noi, per la Patria nostra, sentiamo di dover parlare ancora una volta: sentiamo che a giustificare un allarme come il nostro basterebbe il solo dubbio sull'opportunità di una pratica operatoria qual è (sic) la tonsillectomia. Che se poi il dubbio, come avviene in noi, si tramuti in dolorosa certezza, allora il parlare per amore del proprio paese è tale dovere da non poter essere trascurato che per una di quelle timidezze che sono quasi colpe; che sono colpe senz'altro. Il Paese nostro, rigenerato dal Fascismo e dalla sua politica demografica, deve insorgere, a nostro avviso, contro la moda della tonsillectomia, in difesa della propria natalità.

[…]

Asserendo che il problema tonsillare è problema demografico e di razza si è implicitamente detto che è problema sociale; […].

Come nella questione del gozzo, che scientificamente e clinicamente è tutt'altro che risolta nella sua eziopatogenesi, così nella questione della tonsillectomia si devono prendere in seria considerazione i riflessi sociali e di razza, che sono testimoni quanto mai eloquenti.

Quale apporto lavorativo o di iniziativa dà, comunque, il mutilato delle tonsille alla società in mezzo a cui vive?

Non si vuole affermare che sia un apporto negativo, ma si vuol osservare che, in genere, è un apporto scarso, insufficiente, talché, avendo presente l'enorme numero di menomati tonsillari, non si può fare a meno di vedere nella moda della tonsillectomia un attentato su larga scala all'efficienza sociale del civile consorzio.

Qual' è [sic] la giornata, per così dire, tipica del tonsillectomizzato?

E' la giornata dell'insufficiente nel senso più complesso della espressione; dell'individuo disadatto alla lotta per la vita e pertanto incline al quieto vivere ed al soddisfacimento di tutti i bisogni legati alla conservazione vegetativa; dell'individuo con scarsa tendenza a servire la legge della conservazione e moltiplicazione della specie.

Il tonsillectomizzato non è l'uomo del dinamico comando. Anche quando riesce, esso è destinato a servire. E', per lo più, un appartato, un soggetto che va alla deriva.

Privo di grandi difetti come di grandi virtù, saremmo tentati di definirlo il piccolo borghese costituzionale.

[…]

Reincarnazione di Don Abbondio […] si rifugia in posizione di protezione e sempre in sott'ordine. […].

Sezione IV, doc. 2

Sezione IV, doc. 3

 

Sezione IV, doc. 4

Visco 23 agosto 1943

 

Caro Montanari,

dopo lunghissimo peregrinare la tua lettera del 24 giugno mi raggiunge finalmente qui a Visco in provincia di Udine dove io mi trovo da circa Tre mesi in servizio militare.

L'averti ripescato mi dà tanto piacere, che ricordo talvolta con nostalgia i belli ma ahimè brevi anni trascorsi a Pavia.

Sono lieto poi di saperti ora di salute e di nuovo al lavoro in campo giornalistico.

Mi farai piacere però se nella prossima tua mi darai più ampie notizie di te del tuo lavoro e della tua famiglia, che da amici comuni ancora molti anni fa avevo saputo che ti eri sposato.

Io come hai ben visto ho ripreso o meglio avevo ripreso una certa attività giornalistica sulle colonne dell'Avvenire d'Italia.

Il mio spostamento a Visco come è logico ha nuovamente rallentato questa attività che mi riprometto però a tempo e luogo riprendere più estesamente anzi e più profondamente.

Dalla mia partenza a Pavia ho trascorso ben 15 anni ininterrotti della mia vita in Africa, e ti dirò che non ho che un desiderio quello di ritornarvi.

Tu sai che l'Africa è stato il sogno della mia giovinezza, e la passione per questa terra selvaggia è cresciuta anziché attenuarsi col passare degli anni.

Laggiù oltre che il funzionario ho saputo anche compiere modestamente il mio dovere di soldato, sicchè ora tre nastrini azzurri sono a decorare il mio petto.

Mi sono sposato a Tripoli ancora nel 1931 ed ho tre figli, il primo Ermanno nato a Tobruch che ora ha II anni è allievo dei Barnabiti al Reale Colleggio [sic] Carlo Alberto di Moncalieri fa la seconda ginnasio è il primo della classe e rappresenta tutto il mio orgoglio e la mia speranza, la seconda Mirella di 9 anni ed il terzo Eugenio di mesi 20.

Come vedi ho portato un modesto ma concreto contributo anche alla battaglia demografica.

Non scrivermi qui a Visco dove è sempre possibile un mio trasferimento ma indirizza invece a casa mia dove è fissa la mia famiglia e cioè a ROSA' (P. Vicenza).

Se tu avessi occasione di venire nel veneto sarei proprio lieto di riabbracciarti dopo tanti anni.

All'Eco di Bergamo che incarico hai?

Se al tuo giornale occorresse un collaboratore in materia di storia e politica coloniale od in geografia ricordati di me.

Qui a Visco non mi trovo male, come [sic] capirai dall'indirizzo presto servizio presso un campo di concentramento di internati civili, al quale affluiscono ex ribelli croati sloveni montenegrini et similia!!

Certo preferirei essere presso un reparto operante.

Scrivimi ed il più a lungo possibile vieni a confortare un po’ questo mio esilio.

Se puoi mandami anche qualche numero dell'Eco con qualche cosa di tuo.

E l' ineffabile [sic] Melani dove è finito?

Ti ringrazio ancora di esserti ricordato di me e cime [sic] vedi il buon ricordo è contraccambiato.

Ti abbraccio

 

 

Sezione IV, doc. 7

La popolazione russa con noi italiani era brava, buona, buona al punto che non potevamo pretendere di più. Io l'ho visto anche nella ritirata, quando riuscivamo a trovare un'isba da andare dentro, soprattutto nei primi giorni…

[…]

La gente era buona, davvero, poi noi gliene facevamo di mascalzonate. Ci sarà stato qualche ignorante, come ce ne sono dappertutto, ma noi…io del male non ne ho mai fatto a loro, li ritenevo persone come noi…(Salvatore Pini)

Avevamo buon sangue con i russi, anche con questi poveri russi, non soldati ma civili avevamo buon sangue, tanto che me mi hanno salvato due volte le donne là. Praticamente io dei russi non posso dire che erano cattivi… (Virgilio Tomasoni)

Eravamo i loro nemici, il nemico. Io …penso che se a noi capitasse un'occasione del genere, che avessimo dei nemici in casa…siamo più…non abbiamo il cuore che hanno quella gente lì, perché non ne ho mai visto uno che abbia fatto dei gesti o che abbia fatto capire l'odio o così… […]. Tutta brava gente. (Egidio Bianchi)

…Io la popolazione, specialmente in Ucraina, non l'ho trovata male, durante la ritirata io potrei ringraziare solo i russi […]. Per me i russi…forse perché avranno avuto paura, ma se io son venuto a casa, lo devo solo ai russi, perché ci mettevano sulla strada. (Angelo Belotti)

In Russia abbiamo avuto un buon trattamento, forse anche perché erano religiosi…erano religiosi come noi…Quando siamo tornati raccontavamo queste cose qui, ma non ci credevano, non ci credevano proprio.(Mario Boninelli)

Sono molto buoni, molto sensibili…e poi ho trovato che oltre che religiosi - anche lì ci sono quelli che non credono - hanno un comportamento straordinario di fronte a un altro essere umano, anche se non è della loro nazione.

[…]

Quando son tornato dalla Russia ero in condizioni disastrose…sono arrivato in pantofole…gli alpini che tornano in pantofole, capisce?…a Postumia, nel campo per la quarantena. Poi a Brescia…c'avevano detto che ci aspettavano i fascisti, con damigiane, e difatti c'erano le damigiane, qualche donna che distribuiva i panini, ma non si è visto un fascista, perché sapevano che eravamo arrabbiati, molto arrabbiati. Avevamo visto di quelle cose! E poi sapevano che avevamo capito bene che la loro propaganda contro quel popolo era tutto un imbroglio…(Abramo Albrici)