I. RAZZISMO COLONIALE E RAZZISMO QUOTIDIANO-Dalla guerra di Libia al fascismo

 

"Terrone", "beduino", "arabo", "negro", "giudeo", "zingaro": il linguaggio comune rivela il pregiudizio etnico, una forma di razzismo mimetizzato, ma non per questo meno radicato e pericoloso.

Gli stereotipi linguistici non sono mai innocenti, hanno radici profonde, vita molto lunga e possono assumere il valore di indicatori - didatticamente molto utili - delle dimensioni del razzismo quotidiano.

Sotto il profilo storico, assume importanza centrale il colonialismo, in tutti i suoi molteplici aspetti e nei suoi altrettanto vasti e persistenti riflessi che investono la vita quotidiana degli italiani dal periodo liberale al regime fascista e oltre.

La copertura ideologica fondamentale rimane quella dell'uomo bianco portatore di civiltà, ma

 

tutto il colonialismo italiano è nutrito di razzismo e sopraffazione, che sono condizioni preliminari per ogni conquista coloniale, perché già l'idea di voler disporre a proprio piacimento delle sorti di un popolo militarmente più debole è profondamente razzista e sopraffattoria. Indicativa è la totale incomprensione sempre dimostrata verso civiltà di millenaria tradizione e di profonde radici come quella araba ed abissina, che la politica italiana mirava a distruggere radicalmente, salvo a conservarne alcune testimonianze come reperti archeologici.

(Giorgio Rochat, Il colonialismo italiano, Torino, Loescher, 1974, p. 222).

Dietro l'innocente frontespizio della cena in onore del reduce di Libia si cela "l'antipasto di beduini" (1); dietro le immagini ufficiali della "civilizzazione italiana in Libia" ci sono quelle che documentano la spietata repressione contro la resistenza delle popolazioni libiche, dopo la conclusione della guerra italo - turca (2). Analogamente il più celebre e autorevole inviato speciale de "Il Corriere della Sera", Luigi Barzini, mentre scriveva corrispondenze entusiastiche e brillanti dalla Libia, esprimeva il più aperto razzismo nelle lettere private indirizzate al suo direttore Luigi Albertini (3).

I termini con cui Barzini giudica gli arabi filtrano comunque nell'opinione pubblica e negli orizzonti mentali degli italiani. Un militare bergamasco, fatto prigioniero dagli inglesi a Pantelleria nel 1943 e trasferito poi in Africa settentrionale, scrive nelle sue memorie:

 

gli inglesi che ci accompagnavano (sempre premurosi e gentili) ci hanno consegnato al Comando americano il quale però come sentinelle aveva degli arabi dell'esercito francese di Algeria.

Questo cambiamento mi è dispiaciuto molto e ho creduto un'onta essere vigilati da truppe di colore noi italiani maestri di civiltà. Meglio le sentinelle inglesi che pur facendo il loro dovere non ci maltrattavano. Questi arabi invece, tranne alcuni che erano umani, erano brutali e diffidenti.

(Giannino Gherardi, "Memorie" della mia vita di prigioniero, pp. 37-38, Archivio Isrec Bg; si veda Oriella Della Torre, "Il cataclisma è passato e sto per raggiungere la riva". Memorie di guerra e prigionia del geniere Giannino Gherardi, "Studi e ricerche di storia contemporanea" n.48, dicembre 1997, pp. 55-76).

Le donne dei paesi "colonizzati" sono considerate doppiamente inferiori e, nella migliore delle ipotesi, oggetto passivo di pesanti attenzioni da parte dei conquistatori (4). Più tardi le leggi razziali del fascismo, come vedremo, tentarono di reprimere nel modo più severo ogni rapporto sessuale tra italiani e africani, ma persistettero nelle colonie le più vistose inadempienze, come ad esempio il fenomeno del "madamismo", una specie di matrimonio a termine, a tutto danno delle donne indigene, che venivano sfruttate e abbandonate dagli italiani e isolate dalla loro comunità di origine. Numerose le testimonianze in proposito particolarmente dopo la proclamazione dell'impero:

 

Anch'io avevo una nera e ho fatto una vita normale. La presi che aveva 13 anni, io ne avevo più di 20. L'ho tenuta per due anni, poi l'ho lasciata. Era meglio tenere una donna in casa che andare fuori, perché potevano sempre succedere disgrazie. Io ero contento, le avevo trovato una casa nel centro di Addis Abeba e viveva bene. Era considerata una donna di servizio, ma la tenevo anche di notte, anche se non si poteva.

(Testimonianza citata da Angelo Del Boca, Le leggi razziali nell'impero di Mussolini, in Il regime fascista. Storia e storiografia, a cura di A. Del Boca, Massimo Legnani e Mario G. Rossi, Roma-Bari, Laterza, 1995, p. 347).

DOCUMENTI

 

1. Menu del banchetto in onore di un reduce dalla Libia, Piazza Brembana, 12 maggio 1912 (Carte Domenico Leali e Letizia Rossini, Archivio Isrec Bg).

2. Operazioni di rioccupazione e controguerriglia in Libia. Lettura della sentenza prima della fucilazione. Nalut 20 ottobre 1923. Fotografia di Giuseppe Zanolla (Donazione Giorgio Brumat, Archivio fotografico del Museo storico della città di Bergamo).

3. Come comportarsi verso gli arabi. Brani di corrispondenze indirizzate da Luigi Barzini al direttore de "il Corriere della Sera" Luigi Albertini, inverno 1911-1912 (da Giorgio Rochat, Il colonialismo italiano, Torino, Loescher, 1974, p. 93).

4. "Ti piace? Non c'è di meglio. [Mad Aescia…moglie del Capitano…]". Fotografia di Giuseppe Zanolla. (Donazione di Giorgio Brumat, Archivio fotografico del Museo storico della città di Bergamo).