Città e provincia di Bergamo

Panorama della realtà socio-economica bergamasca

Nella provincia di Bergamo, per tutto l'Ottocento l'attività economica prevalente per numero di occupati e reddito prodotto rimase l'agricoltura. Le tre regioni morfologiche della provincia, la montagna, la collina e la pianura, si configuravano come tre regioni agrarie con caratteri propri.
In montagna il rilievo, il clima e l'eccessiva frammentazione della proprietà rendevano poco produttiva la terra. Le produzioni per il mercato consistevano nel legname e nell'allevamento bovino e in minor ragione ovino, da cui si ricavavano latte, latticini e carne. Nelle medie e basse valli si coltivavano frumento, granoturco, orzo, vite e patate.
La sovrana risoluzione che nel 1839 alienò i beni comunali da sempre usati dalle popolazioni locali produsse un peggioramento delle loro condizioni di vita.
Nella parte più settentrionale della zona montuosa, all'attività agricola per lo più a livello familiare e di autoconsumo si affiancava l'estrazione del minerale di ferro, che alimentava forni fusori e fucine per lo più di piccola dimensione. Più precisamente la lavorazione del ferro era diffusa nella Val di Scalve, nella Val Bondione (alta Valle Seriana), nella Val Camonica e nella Valle Brembana.
La media e bassa Valle Seriana era caratterizzata da dinamismo industriale, grazie alla presenza accanto alla tradizionale estrazione delle pietre coti (Pradalunga, Albino e Nembro) e alla lavorazione della lana (nella laterale Val Gandino), di uno dei principali distretti tessili provinciali, localizzato nei comuni di Albino, Nembro e Alzano.
L'agricoltura della collina era specializzata nelle coltivazioni arboree della vite e del gelso cui si associavano soprattutto grano e granoturco. Le aziende erano di dimensione poco più ampia di quelle di montagna, e comunque piccola o medio-piccola, e prevalentemente a conduzione mezzadrile. Il gelso predominava ovunque tranne che nel distretto di Trescore e nei comuni della Val Calepio, dove prevaleva la vite. La zona collinare pullulava di filande che erano concentrate soprattutto nella Valle San Martino (Caprino Bergamasco, Carenno e Torre de' Busi).
La pianura si estendeva a sud del capoluogo fino al confine con la provincia di Cremona. I prodotti maggiormente coltivati erano il grano, il granoturco e il gelso, cui si aggiungevano l'orzo, l'avena e l'erba per il foraggio. I prati e quindi la zootecnia erano diffusi soprattutto nella zona ricca di fontanili nella parte più a sud, corrispondente ai distretti di Treviglio, Martinengo e Romano. Tra le coltivazioni meno importanti vi erano riso, lino, fagioli, patate, lupini e ravizzone. In questa zona erano presenti aziende di media o medio-grande dimensione, delle quali una percentuale significativa apparteneva alla Opere: gli enti che le davano in gestione ad affittuari, che a loro volta le facevano lavorare in parte a salariati, in parte a mezzadri, in parte erano lavorate in economia.
Negli anni della Restaurazione il distretto di Treviglio con 33 filande e 65 filatoi era diventato uno dei principali poli serici della provincia.
L'arretratezza tecnologica delle aziende agrarie, in parte dovuta alla larga diffusione del contratto di mezzadria che non favoriva l'introduzione della meccanizzazione, l'estesa presenza di rilievi montuosi e collinari e l'importanza assunta dalla gelsicoltura erano le tre cause principali dell'incapacità della provincia di soddisfare il fabbisogno alimentare della sua popolazione. Per farvi fronte fu necessario, anche durante la Restaurazione, ricorrere alle importazioni.

 

TAB. 5. ESTENSIONE E POPOLAZIONE DELLE TRE ZONE MORFOLOGICHE ED ECONOMICHE DELLA PROVINCIA DI BERGAMO.

Zone morfologiche

Estensione %

Popolazione %

Densità di alcuni distretti

Montagna 73,9 43,8 Clusone 37, Edolo 21; Piazza Brembana 21.
Collina 7,3 22,9 Caprino 221.
Pianura 18,8 33,3 Treviglio 183; Romano 157.

Totale

100,0 100,0  

 

L' industria serica (trattura e filatura della seta soprattutto) rappresentava la principale attività economica della Bergamasca nella prima metà del secolo XIX. Essa era strettamente legata alla gelsibachicoltura, la principale produzione agricola della zona collinare e pianeggiante. Dalla fase della lavorazione a domicilio e dalle piccole filande si passò nel corso della Restaurazione allo stadio industriale.
Verso la metà del secolo l'industria serica bergamasca era in grado di filare e torcere dai 3.300.000 ai 4.000.000 di chilogrammi di bozzoli, dei quali 2.300.000 prodotti in provincia e la restante parte proveniente dalle provincie di Brescia, Verona, Crema, Lodi, Cremona e Mantova. A lavorazione ultimata l'industria bergamasca immetteva sul mercato 270.000 chilogrammi di seta grezza, 135.000 chilogrammi di cascame, 55.000 chilogrammi di doppi in grana. La manodopera, circa 20.000 persone, era costituita prevalentemente da donne (80%) e bambini (20%).
Il perfezionamento della lavorazione delle sete e la modernizzazione delle tecniche fu possibile grazie all'introduzione dei filatoi e telai meccanici importati dall'Inghilterra. Nel 1838 Giambattista Berizzi impiantò il primo filatoio Vaucanson a Loreto, alla periferia ovest del capoluogo, e successivamente l'esempio fu seguito, sempre in città, dal Corti e dallo Steiner e ad Alzano dal Donadoni.
Le filande erano diffuse nell'intera zona collinare e pianeggiante della provincia, mentre i filatoi erano concentrati nel capoluogo, a Treviglio e Alzano Maggiore (Lombardo).
Tra le 15 ditte che si occupavano del commercio dei prodotti serici e che a loro volta possedevano filande e filatoi, 11 erano attive in città, le altre ad Alzano, Gandino e Ponte S. Pietro.

 

Sviluppo dell' industria serica in provincia di Bergamo

Anno

Filatoi

Fornelli

Quantità seta in kg.

1767

69

1.443

71.522

1815

80

900

 

1852

112

7.790

260.000

 

Gran parte del commercio delle sete in Lombardia era effettuato da mercanti bergamaschi e milanesi. Tra le famiglie che si occupavano del commercio serico vi erano le famiglie Piazzoni (grande filanda a Villa d'Adda), Caroli (con filande a Stezzano e Sarnico e 2 filatoi in città), Sozzi (con filanda e filatoio a Caprino), Camozzi, Riccardi, Maffeis, Carissimi, Donadoni (trattura e torcitura a Alzano), Testa (filanda a Gandino e filatoio a Leffe), Moroni (filanda e torcitoio a Presezzo). A queste famiglie a cavallo tra 1700-1800 se ne aggiunsero altre di religione protestante provenienti dalla Svizzera, tra cui Frizzoni (attività di torcitura ad Alzano e dal 1850 filanda a vapore nello stesso paese), Curò, Saluzzi, Steiner, Zuppinger e Siber. Originari della Francia e anch'essi di religione riformata erano i Genoulhiac (due filatoi, uno in città e l'altro a Nembro) e i Fuzier (filatoio a Bergamo).
Anche alla guida delle ditte dei commissionari in seta vi erano esponenti della comunità evangelica bergamasca, tra cui gli appartenenti alle famiglie Blondel, Cavalieri, Andreossi, Bonorandi, Riva, Giambarini, Landri, Caffi, Almici e Zappa.
Secondo un rapporto della locale Camera di Commercio redatto nel 1852, sul territorio della provincia erano attive più di 412 filande, quasi tutte a fuoco diretto (quelle a vapore erano meno di 10) e presenti in quasi tutti i distretti della provincia, e circa 112 filatoi, 51 ubicati a Bergamo, 24 nel distretto di Alzano e 18 in quello di Treviglio. In molti casi si trattava di iniziative di modesta dimensione.
La prima filatura meccanica del cotone risale al 1821. La produzione di filati di cotone crebbe progressivamente durante la Restaurazione, grazie anche alla politica protezionistica dell'Austria, tanto che se ne esportò una parte nelle altre provincie del Lombardo Veneto e dei Ducati. In questo periodo storico le fabbriche di cotone riuscirono a risparmiare sui costi di produzione utilizzando la lignite estratta a Leffe.
Accanto all'industria del cotone prosperavano quella del lino e della canapa; il primo era importato dalle provincie di Cremona, Brescia e Lodi, mentre la seconda da quelle di Bologna, Ferrara e Napoli.
L'industria della lana, storicamente concentrata nel distretto di Gandino, era invece in decadenza a causa della concorrenza estera e dei dazi d'esportazione. Nel 1837 e 1840 ci fu una lieve ripresa, che non riuscì però a modificare la tendenza. Il peso dell'industria della lana restava comunque importante nell'economia bergamasca con 64 fabbriche per la produzione di panni e 75 opifici che si occupavano della loro lavorazione.
Accanto al comparto tessile sopravviveva nelle Valli Seriana, Brembana, Scalve e Camonica l'industria del ferro, anche se ormai era evidente che la sua crisi di produzione era irreversibile. Nel 1840 si registrò una sensibile ripresa. Si contavano 14 forni fusori, 940 fucine e magli, comprese 110 fabbriche di chioderia; la produzione consisteva in ferrarezza e chiodi.
Altre industrie minori diffuse in varie parti del territorio provinciale erano le concerie (circa una ventina) in grado di esportare una parte della loro produzione, le cartiere (una decina) e l'industria delle pietre coti (18 cave). Accanto ad esse vi erano inoltre una serie di attività produttive di lunga tradizione come le fornaci di tegole e mattoni, alcune fabbriche di stoviglie in terracotta, alcune distillerie ed esercizi per la lavorazione e il commercio del legno.
In città, come ha evidenziato di recente Claudio Besana, accanto agli opifici tessili vi erano alcune fornaci di laterizi, qualche conceria di pellami, fabbriche di cera, qualche distilleria, una fonderia di campane, tre fabbriche di organi tra cui famosa era quella dei fratelli Serassi, fabbriche di carrozze, un certo numero di librai stampatori.
Oltre a coloro che lavoravano nelle sopraelencate attività, tra le altre professioni urbane si devono aggiungere la servitù al servizio delle famiglie nobili, qualche migliaio di contadini e orticoltori che vivevano nelle cascine nelle zone periferiche e sui colli attorno alla città, i commessi dei negozi, i fabbri, i facchini, i sarti e le sarte, gli impiegati della pubblica amministrazione compresi gli infermieri dell'ospedale, i militari e il clero.
Per capire meglio le caratteristiche dell'economia bergamasca e sottolineare la funzione di principale mercato svolto dal capoluogo, riportiamo una parte del capitolo dedicato alla Fiera di Bergamo tratto dallo studio di Gabriele Rosa sulle condizioni economiche della provincia, scritto nel 1858.

 

Documento

Fiera di Bergamo

(...)
Il nerbo principale della fiera di Bergamo e il di lei fondamento, sono i prodotti e le manifatture della Provincia, ferri e lavori di ferro, panni, tessuti di lino e lana, coperte di lana, i cui commerci accumulati, e lo scambio occasionatone coi prodotti, e le manifatture d'altri paesi qui sono agevolati dai mezzi ricavati in questo tempo dalle grosse vendite delle sete prodotte dalle filande della Provincia: laonde per vecchio costume fondato sulla natura delle cose, ne' tempi della fiera cadono contratti e pagamenti d'ogni maniera anche d'affari anteriori. La quale opportunità di commerci delle sete e di prodotti indigeni fa che, ad onta del moto generale contrario alle fiere, questa, come quella di Brescia e quella della Banchairie in Francia, fioriscano ed in qualche parte si manterranno anche in avvenire.
La fiera di Bergamo fu sospesa negli anni 1848 e 1849, nel qual tempo mutarono profondamente molte condizioni commerciali; laonde riesce interessante paragonare i di lei risultati del 1847 a quelli degli anni posteriori. Rilevasi da un tal confronto che la fiera nel 1847, quantunque già lamentasse la decadenza, era assai più viva che non risorse nel 1850, mentre nel 1851 e più poi nel 1852 essa si venne rialzando.
Le merci introdotte nel 1847 superarono quelle del 1850 per un valore di quasi 6 milioni; quelle introdotte nel 1851 salirono a circa 15 milioni e quelle introdotte nel 1852 giunsero ai 19 milioni. A formare queste cifre entrano per più di un terzo le sete, delle quali nel 1847 tra gregge e filate entrarono circa 570.000 libbre piccole, nel 1850 libbre 260.000, nel 1851 libbre 290.000 e fu per lo scarso raccolto, nel 1852 libbre 350.000, di cui si vendettero oltre 100.000 libbre, circa il doppio del 1851. I quali risultati parranno piccoli se si confrontano al valore delle merci della fiera di Senigaglia, ora pure decaduta, che nel 1834 salì sino a 82 milioni.
Le diminuzioni nella fiera di Bergamo sono rilevanti nè tessuti di lana, nelle cotonerie e nelle chincaglierie; e ciò sembra derivare dalla pratica aumentata nè mercanti di ricorrere più di frequente ai depositi di Milano e di Verona.
Invece, dai confronti del 1852 col 1847, risulta un aumento di oltre tre mila cappelli di feltro, di quintali 237 di cordami, di quintali 500 di ferro ladino, di quintali 200 di filati di cotone, e di quintali 5.570 di sapone.
Il sapone viene massimamente da Trieste, e provvede non solo la Provincia, ma la Valtellina e Lecco; ed essendo come dimostra il Liebig, il consumo del sapone misura della civiltà, questo straordinario aumento é molto eloquente.
I cappelli di feltro sono delle fabbriche di Monza e dei peli venuti da Francoforte e da Trieste, ed il loro aumento è collegato con quello del sapone; l'aumento del ferro è il frutto delle riduzioni testé compite ne' nostri forni fusorii. Dopo il 1852 la fiera di Bergamo seguì a declinare lentamente, talché ora sarebbe nulla se non fossero i contratti di panni da Gandino, di ferri, di sete, di cordami, di saponi che vi durano ancora per un valore di circa cinque milioni.

G. Rosa, Notizie statistiche della provincia di Bergamo, Bergamo, Pagnoncelli, 1858, pp. 188-190.

Di G. Rosa si legga anche il profilo biografico nel capitolo VI.