Gli schieramenti del Risorgimento

Il dibattito storiografico sul Risorgimento

Una iniziale riflessione critica e storica sul Risorgimento si delineò già all'indomani della rivoluzione del 1848. Durante il cosiddetto "decennio di preparazione" apparvero infatti una serie di opere che, al di là della passione di parte che le animava, miravano a fornire un'interpretazione politica dei più recenti avvenimenti italiani.
A una visione liberal-moderata, che metteva in risalto la funzione positiva del metodo riformistico e sottolineava la necessità dell' apporto del Piemonte sabaudo per la soluzione del problema italiano, si ispirarono Gli ultimi rivolgimenti italiani di Filippo Antonio Gualterio (1850-51) e la Storia d'Italia dal 1815 al 1850 di Giuseppe La Farina (1851-52). In campo democratico il ripensamento delle vicende quarantottesche faceva invece emergere le posizioni critiche nei confronti di Mazzini. Così Carlo Cattaneo, nello scritto Dell'insurrezione di Milano nel 1848 e della successiva guerra (1849), muoveva al rivoluzionario genovese l'accusa di aver sacrificato la libertà all'indipendenza e appariva preoccupato delle conseguenze che sull'avvenire italiano avrebbe potuto avere l'unitarismo mazziniano, livellatore di quella varietà delle «patrie singolari» che a Cattaneo sembrava il carattere distintivo fondamentale della storia del nostro paese. E a sua volta Carlo Pisacane, nella Guerra combattuta in Italia negli anni 1848-49 (1851), incentrava la sua ricostruzione intorno alla constatazione dell'insufficienza dei rivoluzionari «formali» come Mazzini a dirigere il movimento nazionale, perché i loro programmi, poco attenti alle questioni sociali, erano incapaci di spingere all'azione le masse popolari.
Nel periodo immediatamente successivo al compimento dell'unità prevalse quella che fu definita la mitizzazione del Risorgimento. L'eccezione fu costituita da Ippolito Nievo, che nel suo stimolante studio Rivoluzione nazionale (1861) analizzò il rapporto tra Risorgimento e classi popolari rurali con l'intento di richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica "letterata" sull'apatia dei contadini nei confronti del movimento nazionale, determinata dalle loro condizioni di miseria e di degradante dipendenza dai padroni. A suo giudizio il problema delle campagne avrebbe dovuto essere risolto non con provvedimenti rivoluzionari, ma con un'azione di avvicinamento tra proprietari e contadini stimolata dal clero parrocchiale.
I principali storici che contribuirono alla mitizzazione del Risorgimento, dando un'interpretazione "ufficiale" in chiave liberal-sabauda, furono: Nicomede Bianchi e Carlo Tivaroni. Il primo si occupò dell'opera di Cavour e degli aspetti diplomatici del Risorgimento pubblicando: Il conte di Cavour (1863) e Storia documentata della diplomazia europea in Italia dall'anno 1814 all'anno 1861 (1865-1871); il secondo fu l'autore della Storia critica del Risorgimento (1888). Anche Alessandro Manzoni contribuì in modo retorico ad esaltare il compimento dell'unità nazionale nel 'trattatello' Dell'indipendenza italiana, pubblicato nel 1873.
Ma verso la fine del secolo alcuni storici cominciarono a ridimensionare il mito del Risorgimento: Alfredo Oriani, autore de La lotta politica in Italia (1892), parlava di eroi e tiranni, di oppressione straniera e di ribellione nazionale, di ideali e di delusioni; Antonio Anzillotti, invece, nel libro Per una storiografia del Risorgimento (1914), esortava a studiare le differenze economiche tra le varie regioni italiane, i contrasti sociali e i partiti politici.
Nel periodo fascista si ebbero interpretazioni storiografiche contrastanti. Dopo la «grande guerra» del 1914-1918 gli studi storici sul Risorgimento furono influenzati dallo storicismo idealistico di Benedetto Croce e in particolare dalla sua Storia d'Italia dal 1871 al 1915 (1928), nella quale l'autore tracciava un quadro positivo dell'Italia quale era uscita dal Risorgimento e lasciava trasparire un giudizio di dura condanna sul fascismo, visto come una parentesi accidentale e improvvisa che aveva interrotto l'espandersi della civiltà liberale.
Piero Gobetti, nel saggio Risorgimento senza eroi (1926), che si collocava all'interno della sua ricerca delle cause della crisi del regime liberale degli anni venti, individuava proprio nel Risorgimento uno degli anelli deboli della storia italiana. La direzione moderata del movimento risorgimentale, secondo Gobetti, non si era occupata di coinvolgere le grandi masse, permettendo che la maggior parte della popolazione subisse il processo di unificazione senza identificarsi con il nuovo ordinamento politico. In direzione opposta si mosse un allievo di B. Croce, Gioacchino Volpe, che diede una meditata interpretazione nazionalista e fascista. Egli, che divenne lo storico ufficiale del regime mussoliniano, giudicò il Risorgimento un «fatto di potenza» più che di libertà e nell' opera L'Italia in cammino (1927) diede spazio soprattutto al processo di costruzione territoriale e statale avviato dal Risorgimento, che il fascismo avrebbe portato a compimento. Inoltre, nelle sue opere, fra cui L'Italia moderna: 1815-1914 (1943-1952), sottolineò il ruolo della politica estera. Nel solco della crociana «religione della libertà» sviluppò poi una coraggiosa difesa degli ideali e dell'azione liberale risorgimentale Adolfo Omodeo, che ridimensionò polemicamente le amplificazioni dell'opera di Carlo Alberto tentate dalla storiografia sabaudiana (La leggenda di Carlo Alberto nella recente storiografia, 1941) e ricostruì l'attività di Cavour in chiave liberale (L'opera politica del conte Cavour, 1940). Egli si oppose sia alla storiografia di osservanza fascista, che alle tesi di Gobetti, sostenendo che il Risorgimento rappresentò il periodo storico dell'affermazione dei principi liberali.
Dopo la caduta del fascismo lo stimolo a operare un collegamento più stretto tra passato e presente, in funzione delle nuove prospettive che si aprivano alla società politica e civile, contribuì a determinare un profondo rinnovamento degli studi sul Risorgimento.
Mentre si esaurivano i filoni nazionalistico e filosabaudo e finiva con l'essere generalmente accettata la stretta connessione tra Rivoluzione francese e origini del Risorgimento, un profondo influsso sugli storici che si richiamavano al marxismo (ma non soltanto su quelli) fu esercitato dalla riflessione che sul processo risorgimentale aveva compiuto, a cavallo degli anni trenta, Antonio Gramsci nei suoi Quaderni dal carcere e che venne portata a conoscenza del pubblico nel 1949 (Il Risorgimento).
Gramsci analizzò il rapporto tra moderati e democratici (le forze che si erano contese la direzione della "rivoluzione borghese"), utilizzando come criterio interpretativo il concetto di «intellettuale organico», un uomo legato cioè più o meno organicamente a un gruppo socio-economico e distinto perciò dagli intellettuali "tradizionali" (forniti di una loro ininterrotta continuità storica, come gli ecclesiastici, e in possesso di una propria articolazione e struttura). La vittoria finale dei moderati si spiegava infatti, a giudizio di Gramsci, con il fatto che essi costituivano un gruppo sociale omogeneo, erano insomma l'espressione delle classi alte alle quali in generale appartenevano anche per la loro funzione e collocazione economica, mentre invece i democratici non erano espressione di una classe sociale omogenea. Il Partito d'azione avrebbe potuto porsi come una forza autonoma e costruire un'alternativa all' "egemonia" dei moderati dandosi un programma di governo che facesse proprie le aspirazioni essenziali delle popolazioni rurali, e in primo luogo quella alla proprietà della terra; ma i democratici non imboccarono la via "giacobina" della rivoluzione contadina e rimasero quindi sostanzialmente subalterni rispetto ai moderati.
Le tesi di Gramsci influenzarono una generazione di studiosi che nell' immediato secondo dopoguerra diedero alle stampe le loro ricerche su alcuni temi risorgimentali: Emilio Sereni (Il capitalismo nelle campagne, 1947), Franco Della Peruta (I democratici nella rivoluzione italiana, 1958), Giorgio Candeloro (Storia dell'Italia moderna, 1958), Giuseppe Berti (I democratici e l'iniziativa meridionale, 1962).
Per Sereni, storico militante del PCI, la mancata «rivoluzione agraria» - resa impossibile dal compromesso tra gruppi di moderna borghesia imprenditoriale e finanziaria e il vecchio ceto dei grandi proprietari fondiari che aveva sanzionato la conclusione moderata del Risorgimento - costituiva la ragione essenziale della permanenza di quei profondi residui feudali nelle campagne italiane che, restringendo il mercato interno, avevano intralciato la penetrazione di più avanzati rapporti capitalistici nelle campagne.
Queste posizioni suscitarono le obiezioni di qualificati esponenti della storiografia di indirizzo etico-politico come Federico Chabod, il quale sostenne (1952) che Gramsci, nel formulare le sue tesi sulla questione agraria nel Risorgimento, aveva ceduto alla suggestione di esigenze politico-pratiche, trasferendo indebitamente all'Ottocento una problematica emersa soltanto negli anni del primo dopoguerra, quando il Partito socialista fu posto davanti al problema della difficoltà del suo radicamento tra le masse rurali.
Più articolati e interni alla sostanza della questione furono i successivi interventi di Rosario Romeo (raccolti in Risorgimento e capitalismo,1959) che, isolando dall'insieme della riflessione gramsciana l'elemento della mancata rivoluzione agraria, contestò la tesi diffusa tra gli studiosi marxisti che la struttura economico-sociale della rivoluzione realizzatasi con il Risorgimento rappresentasse una soluzione storicamente più arretrata di quella che si sarebbe potuto raggiungere con una radicalizzazione del processo storico che avesse portato all'attribuzione ai contadini delle terre dei grandi proprietari. Per Romeo, infatti, tra il 1860 e il 1885 si verificò in Italia una «accumulazione originaria» del capitale (cioè la formazione di una massa di capitali capace di avviare il processo di decollo industriale), resa possibile da un rilevante aumento della produzione agricola e dallo sfruttamento del lavoro contadino; l'accumulazione permise la costruzione delle infrastrutture essenziali del paese e avrebbe portato alla liquidazione degli elementi capitalistici presenti in alcune delle campagne (la pianura padana) e avrebbe anche aumentato i consumi dei contadini contraendo i risparmi.
Negli ultimi anni alcuni storici come Umberto Levra e Massimo Baioni hanno studiato il "mito del Risorgimento", cercando di indagare sull'utilizzazione politica che ne era stata fatta in quel periodo storico da parte della classe dirigente liberale.
La scheda è desunta dai manuali di storia delle scuole superiori: F. Della Peruta, G. Chittolini, G. Capra, La Storia. Dalla metà del Seicento alla fine dell'Ottocento, vol. II, Le Monnier, 1996, pp. 445-446; A. De Bernardi, S. Guarracino, Storia 2. Settecento Ottocento. Itinerari, Edizioni Scolastiche B. Mondadori, 199 , pp. 142-144.