Gli schieramenti del Risorgimento

I principali esponenti dei vari schieramenti del movimento liberale

Liberalismo e questione nazionale. Moderati e democratici

La storia politica italiana nel periodo che va dall'insurrezione del 1831 alla rivoluzione del 1848 è caratterizzato dalla maturazione del pensiero e dell'azione risorgimentale.
Il fallimento dei moti del 1820-21 e di quelli del 1831 aveva messo in evidenza i limiti politici e programmatici di tali tentativi insurrezionali, limiti riassumibili nella ristrettezza municipalistica e regionalistica della prospettiva data agli avvenimenti. I moti inoltre erano stati gestiti da un nucleo circoscritto di sostenitori, perlopiù di formazione napoleonica, che si erano dimostrati incapaci di aggregare vasti strati sociali non solo popolari, ma anche borghesi.
Dopo il 1831 la strategia per l'unità e l'indipendenza divenne il terreno su cui si confrontarono i patrioti italiani, che nell'allargamento delle basi del movimento risorgimentale e nel rinnovamento dell'élite dirigente liberale individuarono le possibili soluzioni del problema nazionale.
Dalle riflessioni sulle precedenti esperienze emersero proposte politiche diverse, che possono essere per semplicità d'analisi così individuate.

Da una parte i democratici (divisi al loro interno tra federalisti e sostenitori dell'ipotesi unitaria), i quali ritenevano inutile ogni tentativo per ottenere dalle monarchie riforme costituzionali di tipo liberale e tendevano all'instaurazione di un sistema repubblicano basato sul principio di sovranità popolare. Essi miravano alla rottura decisa con la precedente direzione del movimento liberale italiano, giudicata debole e incapace di un progetto dal respiro nazionale.
Intento primario dei democratici fu quello di dare vita a un movimento cospirativo più moderno, che agisse nella prospettiva italiana di una patria comune, non più soltanto intesa come espressione letteraria e retorica, ma come entità politicamente concreta, un movimento che rifiutasse il riformismo pacifico e graduale in nome della sollevazione popolare e della rivoluzione. La gioventù sarebbe stata la nuova forza motrice della rinascita e della rigenerazione del paese.
Il programma del movimento democratico - in particolare quello di Mazzini, che ne fu il principale interprete ed organizzatore - fu pubblico e venne diffuso attraverso una robusta opera di propaganda e di educazione. Non avendo a disposizione un esercito e non potendosi opporre all'Austria in una guerra regolare, i democratici teorizzarono come strumento politico-militare fondamentale la guerra per bande, la guerra partigiana vista come guerra nazionale e popolare di liberazione (si ricordi che la guerriglia era già stata impiegata con successo dal popolo spagnolo contro i francesi a partire dal 1808).
Sempre Mazzini, pur rifiutando la lotta di classe e respingendo le idee di egualitarismo collettivista che lo avevano avvicinato in un primo momento a Filippo Buonarroti, riconobbe il carattere sociale della rivoluzione nazionale e promosse l'associazionismo e i sentimenti patriottici dei lavoratori urbani.

Dall'altra parte i liberali moderati, che contesero ai democratici la direzione del processo risorgimentale. Essi non rappresentarono una struttura politica organizzata, ma furono una corrente di pensiero, un movimento guidato da intellettuali che, aperti alle esperienze dei paesi europei più avanzati, contribuirono al superamento delle divisioni culturali regionali e all'elaborazione del programma dell'opinione nazionale. Contrari ad ogni iniziativa democratica e popolare e contrari altresì al metodo delle congiure e delle cospirazioni, convinti assertori di una politica riformista basata sulla possibilità di accordi successivi con la monarchia, essi, pur senza puntare inizialmente sulla concessione di modifiche costituzionali, si prefiggevano l'ottenimento di una serie graduale di riforme dell'assetto dei vari stati attraverso l'azione pacifica di ministri e diplomatici.
Il movimento liberal-moderato centrò la propria attenzione sullo studio dei problemi economici, amministrativi, tecnici, pedagogici del paese. Per quanto atteneva alle questioni economiche in particolare esso era favorevole al liberoscambismo e all'abolizione del sistema doganale proibitivo, che ostacolava i rapporti commerciali interni ed esteri, in vista della formazione di un più largo mercato nazionale.
I moderati risultavano al loro interno divisi tra filopiemontesi, che, sostenitori del modello francese (la monarchia orleanista affermatasi nel 1830), puntavano sulla possibilità che la monarchia sabauda si mettesse alla guida di un processo di conquista dell'indipendenza italiana, e quei cattolici che caldeggiavano una soluzione federalista sotto la direzione della Chiesa e del pontefice, soluzione che avrebbe dovuto operare una fusione tra liberalismo e cattolicesimo, tradizione e progresso, fede cattolica ed esigenze della moderna società borghese. Il principale interprete di quest'ultimo programma, sinteticamente definito come neoguelfismo, fu Vincenzo Gioberti, che al pensiero moderato diede una sistemazione filosofica ed elaborò sul piano ideologico le tendenze neoguelfe già ampiamente presenti nella cultura italiana, inquadrandole in una proposta politica operativa.

Di seguito si presentano dei brevi profili biografici dei principali esponenti dei due schieramenti, con l'indicazione delle posizioni da essi assunti.
La scheda è corredata anche dal profilo di alcuni personaggi importanti della prima fase del Risorgimento.