Gli schieramenti del Risorgimento

I moderati

Massimo d'AZEGLIO (Torino 1798 - 1866) - statista

Massimo Taparelli de' Marchesi d'Azeglio nacque a Torino, dove trascorse la maggior parte della sua vita. Pittore e romanziere (nel 1833 scrisse Ettore Fieramosca), nei suoi studi quali Ultimi casi di Romagna del 1846 e nel Programma per l'opinione nazionale italiana pubblicato l'anno dopo, espresse una visione moderata del Risorgimento in cui cercava di rendere l'idea di Gioberti più aderente ai bisogni di una società incamminata sulla via dello sviluppo borghese, proponendo varie riforme.
Combattè nella I guerra d'indipendenza, alla fine della quale nel 1849, in polemica con i democratici, raccolse l'invito del re Vittorio Emanuele II di formare un governo.
Nel 1852 la coalizione parlamentare tra il centrodestra di Cavour e il centrosinistra di Rattazzi lo costrinse a dimettersi. Successivamente fu incaricato di alcune missioni diplomatiche e disapprovò gli aspetti rivoluzionari degli avvenimenti del 1860.
Di grande interesse umano e storico è la sua autobiografia I miei ricordi, uscita postuma nel 1867.

Cesare BALBO (Torino 1879 - 1853) - storico e uomo politico

Nel 1808 entrò nell'amministrazione napoleonica. Durante la Restaurazione fu a Madrid al seguito del padre che fu ambasciatore in Spagna dal 1816 al 1819.
Ingiustamente coinvolto nei moti del 1821, fu esiliato fino al 1824 e, successivamente, confinato in un castello di sua proprietà fino al 1826. Furono questi anni di studio, in cui attese alla stesura della Storia d'Italia edita nel 1830. Nel 1844 pubblicò Le speranze d'Italia dedicato a Vincenzo Gioberti, in cui, riprendendo idee del moderatismo cattolico "neoguelfo", poneva la questione dell'indipendenza dell'Italia sotto l'egemonia della dinastia piemontese dei Savoia.
Nel marzo 1848 fu chiamato da Carlo Alberto a presiedere il primo governo costituzionale del Piemonte, che dichiarò guerra all'Austria (prima guerra d'indipendenza), ma il suo ministero cadde dopo la sconfitta.

Camillo Benso conte di Cavour (Torino 1810 - 1861) - statista

Tramite la madre originaria di Ginevra subì l'influsso degli ambienti calvinisti. In gioventù fu ufficiale dell'esercito e, dopo aver lasciato la vita militare nel 1831, viaggiò per quattro anni in Europa studiando la rivoluzione industriale nei paesi più avanzati (Inghilterra, Francia e Svizzera) e assumendo i principi del sistema liberale di stampo britannico. Tornato in Italia, si occupò di agricoltura, trasformando la sua tenuta agricola a Leri in un'azienda modello, pubblicò diversi studi a carattere tecnico, fondò nel 1842 l'Associazione agraria, si interessò di ferrovie e della creazione di scuole e asili. Avendo fondato la Banca di Torino e grazie alla sua attività economica, divenne uno degli uomini più ricchi del Piemonte. Nel dicembre del 1847 fondò il quotidiano "Il Risorgimento", un avvenimento che segna l'avvio del suo impegno politico: egli fu il sostenitore di un progetto che mirava ad una profonda ristrutturazione delle istituzioni politiche piemontesi e alla creazione di uno Stato territorialmente ampio e unito come premessa indispensabile per rendere possibile lo sviluppo e la crescita economico-sociale. Dalle colonne del suo giornale stimolò Carlo Alberto a concedere la costituzione e a dichiarare guerra all'Austria. Nel 1848 fu eletto nel Parlamento piemontese: in questa sede ebbe modo di rendere pubblico il suo programma, incentrato sul liberalismo interno e sull'avvio di un mutamento degli equilibri internazionali in senso antiaustriaco.
Nel 1851 fu nominato ministro dell'agricoltura, del commercio e della marina del governo d'Azeglio e l'anno successivo fu protagonista con Rattazzi del "connubio", ossia l'accordo tra gli elementi progressisti della destra con gli elementi moderati della sinistra, divenendo primo ministro (2 novembre 1852) e accingendosi, in questa veste, a compiere un'opera di grande modernizzazione del Piemonte e a inserire questo stato nella diplomazia europea. In qualità di capo del governo dovette contrastare sia la destra cattolica e lo stesso re Vittorio Emanuele II, contrari alla laicizzazione dello stato, sia la componente mazziniana e quella democratica del movimento liberale, sostenitrice del regime repubblicano e favorevoli ad una soluzione insurrezionale della questione nazionale. Nel decennio successivo portò a termine il processo di ammodernamento del Piemonte nei vari settori dell'economia, della pubblica amministrazione e dell'esercito.
Il suo grande merito è stato quello di convertire i cattolici liberali, tradizionalmente assestati su posizioni federaliste, alla soluzione unitaria che era già stata suggerita da Mazzini.
Con la partecipazione alla guerra di Crimea si inserì a spese dell'Austria nel gioco diplomatico europeo, riuscendo a porre nel congresso di Parigi (8 giugno 1856) la questione nazionale italiana e successivamente ad ottenere la disponibilità di Napoleone III ad appoggiare il Piemonte in caso di attacco da parte dell'Austria.
L'armistizio di Villafranca provocò la decisione di dimettersi temporaneamente da capo del governo. Ritornato all'inizio del 1860, sfruttò la momentanea freddezza nei rapporti con la Francia quando, di fronte alla ripresa dell'iniziativa democratica con l'impresa dei Mille e alla liberazione dell'Italia meridionale, poté ordinare anche l'invasione dello Stato pontificio. La sua abilità diplomatica, che si esplicò nel mantenere il consenso delle potenze europee e nel far restare Garibaldi fedele al motto "Italia e Vittorio Emanuele", permise la proclamazione del Regno d'Italia il 27 marzo 1861. Negli ultimi mesi della sua vita si occupò di risolvere la questione romana.

Vincenzo GIOBERTI (Torino 1801 - Parigi 1852) - uomo politico

E' il massimo esponente del neoguelfismo. Laureatosi in teologia e ordinato sacerdote nel 1825, nel 1833 fu espulso dal Piemonte per le sue attività liberali. Esiliato a Parigi e Bruxelles nel 1842-1843 pubblicò l'opera Primato morale e civile degli italiani, il manifesto del neoguelfismo, nel quale propose la formazione di una federazione di stati italiani presieduta dal papa.
Ritornato in Piemonte fu ministro nel governo Casati (1848) e per un breve periodo tra il 1848-1849 presidente del consiglio.
Crollato il sogno neoguelfo, nel Rinnovamento civile dell'Italia (1851) Gioberti sostenne il ruolo guida del Piemonte nell'unificazione italiana, contestando il potere temporale del papa.