Gli schieramenti del Risorgimento

Il Risorgimento

Con i termine Risorgimento si designa quel processo storico che portò in Italia alla formazione dello stato nazionale unitario monarchico e liberal-parlamentare. Quindi uno stato non più monarchico assoluto, ma parlamentare, che adottò come costituzione lo Statuto Albertino e in cui il diritto di voto spettava solo a 400.000 persone circa su 25.000.000.

Le origini del Risorgimento

La data d'inizio viene convenzionalmente fissata al 1815, anche se si tende a ricercarne le origini nel secolo XVIII e nell'epoca rivoluzionaria e napoleonica; per quanto riguarda il termine, invece, tradizionalmente lo si fa corrispondere alla presa di Roma nel 1870.
Un' importanza decisiva nella formazione del movimento nazionale italiano ebbe la dominazione francese in Italia tra il 1796 e il 1815; essa diffuse nella penisola i principi democratici della rivoluzione francese, abolì i vecchi statuti assolutistici dando vita a formazioni statali più ampie che, per quanto vassalle della Francia, favorirono il consolidarsi di un sentimento nazionale.
Un'interpretazione più nazionalistica tende a sminuire il ruolo della Rivoluzione francese per enfatizzare le origini tutte italiane del Risorgimento, che risalirebbe ai trattati di Ultrecht (1713) e di Aquisgrana (1748), i quali diedero rilevanza europea allo Stato Sabaudo; in questa prospettiva il Risorgimento viene concepito come lo sbocco della politica di ingrandimento territoriale del Regno di Sardegna.
Una terza interpretazione fa riferimento al riformismo illuminato dei sovrani italiani e alla conseguente ascesa della borghesia come fattori di crescita necessariamente sfociati in un risveglio nazionale.

La fase di preparazione

L'Italia, che era stata definita dal cancelliere austriaco Metternich una mera "espressione geografica", uscì dal congresso di Vienna con un assetto territoriale semplificato, composto da tre grandi stati indipendenti (Regno di Sardegna, Stato Pontificio, Regno delle due Sicilie) e altri legati direttamente o indirettamente all'Austria.
Dopo il 1815 si intensificò l'azione delle sette segrete come la Carboneria e la Massoneria; la prima ispirò i moti costituzionali del 1820-21 scoppiati a Napoli e in Piemonte, falliti per la scarsa presa sulla popolazione e per l'intervento austriaco.
La rivoluzione di Parigi del 1830 produsse nello stesso anno una serie di moti in Italia (Modena, Parma, Bologna, Romagna e Marche) il cui fallimento decretò anche la fine della Carboneria come efficace strumento di azione nazionale.
Infatti ci si rese conto che non bastava ottenere una costituzione o un governo liberale in qualcuno degli stati italiani, ma occorreva puntare sull'unità; inoltre bisognava superare il modello della cospirazione ed elaborare programmi politici che riscuotessero il consenso dell'opinione pubblica.
Giuseppe Mazzini alla Carboneria contrappose la Giovine Italia, il cui programma era di ispirazione democratica e unitaria. A questo programma si collegarono i tentativi insurrezionali in Piemonte, Genova e Savoia del 1833-1834 e la spedizione dei fratelli Bandiera in Sicilia nel 1844.
In antitesi a questa impostazione, negli anni quaranta si svilupparono: il programma moderato e neoguelfo di V. Gioberti, che assegnava al papa una funzione preminente nella rigenerazione dell'Italia; quello di C. Balbo, che sottolineava il ruolo di casa Savoia; il repubblicanesimo federalista di G. Ferrari e C. Cattaneo.
L'elezione di papa Pio IX nel 1846 e le riforme nel regno di Sardegna e nel Granducato di Toscana costituirono i prodromi delle rivoluzioni del 1848.

Il biennio 1848-1849

Non si può capire la portata delle rivoluzioni popolari del 1848 senza capire la funzione svolta da G. Mazzini e dalla Giovine Italia, che aveva 2.000 iscritti e in buona parte appartenenti al ceto popolare. Infatti con il '48 entrarono in gioco le popolazioni urbane, sull'onda delle sollecitazioni prodotte dalle rivolte di Parigi e Vienna.

Considerazioni sul fallimento delle rivoluzioni

Quella che fu definita la "primavera dei popoli" volse al suo termine con una sconfitta netta e generale, che diede un duro colpo alle speranze dei democratici, i quali avevano costituito l'anima delle rivoluzioni del 1848-1849.
Alle radici del fallimento stavano la difficoltà di coordinare le lotte per la libertà e la democrazia con quelle per la formazione di nuovi Stati nazionali; le divisioni all'interno dello schieramento rivoluzionario; la paura del riforme sociali a carattere egualitaristico, che indusse ampi strati della borghesia moderata ad accettare il riflusso conservatore; la saldezza della burocrazia e dell'esercito austriaco. Tutte le cause della sconfitta furono occasione di ripensamento e di discussione all'interno del movimento liberale.
Le rivoluzioni del biennio 1848-1849 misero comunque in movimento grandi masse di uomini, allargarono la volontà di libertà e partecipazione politica ad ampi strati di popolazione e segnarono la fine della Restaurazione e delle monarchie assolute.
Le vicende successive del Risorgimento italiano videro prevalere la scelta moderata impersonata dal conte Cavour, che ebbe il merito di capire che la questione italiana andava risolta tramite la diplomazia, sviluppando accordi che sensibilizzassero le grandi potenze interessate al ridimensionamento dell'Austria; inoltre lo statista piemontese riuscì a portare il protagonismo insurrezionale di Garibaldi sotto il controllo della monarchia sabauda.
Come lamentò Ippolito Nievo, il Risorgimento fu opera di una minoranza, che non riuscì a coinvolgere la maggior parte della popolazione allora costituita dai contadini. Quello che nasceva era uno stato che rappresentava un indubbio passo in avanti rispetto al passato, ma con indubbi limiti rappresentati dall'esistenza di un suffragio ristretto, un eccessivo accentramento nelle figure di questori, prefetti e sindaci delle maggiori città di nomina regia, con una magistratura dipendente dal potere politico. Tutto ciò era considerato una premessa per l'avvio dello stato democratico, che si raggiunse solo nell'età giolittiana.