Introduzione

1. Segni e simboli della rivolta: il cappello alla calabrese…

Il 16 febbraio 1848, in un pubblico avviso che riassume e stigmatizza le «gravi collisioni» verificatesi nei tre giorni antecedenti «segnatamente quella del 13 presso la porta di S. Agostino» tra i militari ed alcuni borghesi, viene perentoriamente vietato l'uso «del cappello così detto alla Calabrese», di cui erano muniti «quasi tutti» i dimostranti, indumento proscritto e fuorilegge «per l'allusione che vi attacca la pubblica opinione»; il divieto è rigoroso e i contravventori sottoposti ad arresto; e anche coloro che erano usciti di casa coperti «del cappello vietato» prima della pubblicazione dell'avviso sono costretti a immediatamente rientrarvi e deporlo (I, 6).
Come spesso accade, è compito del segno dire del visibile e rimandare all'invisibile, rilevare od occultare la verità, gestire la riconoscibilità sociale, sottrarre o confermare l'appartenenza ad un ordine; finalmente, celebrare o infamare, approvare o contrastare l'esistente sotto l'arrogante fragilità del simbolo. Ed è attraverso il simbolo di un cappello «così detto alla Calabrese» che vengono contestate la soffocante inazione e le perentorie chiusure del governo imperiale austriaco, di contro al supposto dinamismo di quello delle Due Sicilie, il cui recalcitrante re, Ferdinando II di Borbone, in seguito al tentativo insurrezionale perpetrato nel settembre 1847 in Calabria e poi alla rivolta scoppiata a Palermo il 12 gennaio - capeggiata da Rosolino Pilo e Giuseppe La Masa - di quell'«anno dei portenti» (Carducci) e presto dilagata in tutta la Sicilia, fu costretto a promettere la costituzione il 29 di quello stesso mese, quindi a promulgarla l'11 febbraio, primo tra i regnanti italiani; simbolo quindi, il cappello alla calabrese, della solidarietà e dell'ammirazione nei confronti di un popolo il cui gesto stava determinando immediate ripercussioni in tutta la penisola, segnando «la fine del gradualismo riformistico»(1) progettato e proposto dai pensatori moderati lungo tutto l'arco di quegli anni Quaranta; o ancora, di riforme richieste e mai ottenute e nel contempo segnale che notifica il termine di un'attesa che non può e non vuole ulteriormente prolungarsi. Il cappello alla calabrese, evocatore di «partito antipolitico», ritornerà, quasi due anni dopo, unitamente a quello alla Garibaldi, a trasgredire l'ordine sociale e i decreti della «Luogotenenza della Lombardia», e, come un tarlo, a rodere i pensieri del Comando militare della città, che il 20 dicembre 1849 emanerà un ulteriore avviso finalizzato a stroncare la nuovamente insorgente introduzione di siffatto abuso, con punizioni che prevedono l'«arresto con catene da un mese ad un anno», la «sospensione d'impiego» e una «corrispondente ammenda pecuniaria» (XIII, 99).
Il biennio 1848-49 è l'epoca in cui giungono a maturazione e assumono spessore rivoluzionario gli ideali e le speranze della borghesia liberale, le esigenze e le ansie riformistiche sopite ed ingessate da oltre un trentennio dalla linea politica del Congresso di Vienna, una linea che già agli inizi degli anni Venti era stata duramente contestata dalle frange più avanzate del riformismo europeo; ed è anche l'arco di tempo entro il quale, in ossequio a quella che Carlo Dionisotti definiva la «religione laica dei centenari», si colloca la presente silloge di documenti - sia detto, non necessariamente di produzione endogena - circolanti in Bergamo durante quella «primavera dei popoli», quell'«anno dei miracoli», come venne definito, che vide anche i circoli insurrezionali bergamaschi aderire ad un programma che, in maniera pressoché simultanea, stava per sconvolgere le più importanti città europee mediante rivolte che produrranno una tale sommovimento politico ed ideale che ancor oggi "quarantotto" è sinonimo di sconquasso e disordine. Un percorso documentario che attraverso tredici capitoli unitamente ad un quattordicesimo, relativo al perdurare dei miti risorgimentali nella vita pubblica dell'Italia unita, persistenza legata all'esigenza della creazione di una coscienza nazionale -, proposti secondo una progressione cronologica, presenta gli avvenimenti e le idealità che sostenevano il pensiero e l'azione dei patrioti; un itinerario che non sostituirà, o aggiornerà, la già copiosa letteratura che, soprattutto in anni lontani, aveva ricostruito le vicende del Quarantotto bergamasco - si segnalano i lavori di Bortolo Belotti e Alberto Agazzi - ma che principalmente si soffermerà sui temi e gli stilemi che informavano e pervadevano la produzione poetica, la pubblicistica, la trattatistica, insomma quell'ansiosa moltitudine di scritti propagandistici che inondarono e tendenzialmente orientarono la pubblica opinione.
Andrà inoltre denunciata la partigianeria della scelta, che, collocandosi entro la già accennata religione dei centenari, ne osserva riti e liturgie; pertanto il materiale proposto non è un'apertura critica sul movimento, nel senso che sono assenti le ragioni dell'«altro», degli austriaci, e quando sono presenti - come negli avvisi, nei proclami e nelle notificazioni di esecuzioni capitali del XIII capitolo -, lo sono solo come persecutori degli insorti, gli odiosi carnefici dei patrioti perseguiti e giustiziati anche mediante il ricorso al giudizio statario, un procedimento immediato e sommario che non prevedeva appelli o richieste di grazia, predisposto già il 24 novembre 1847 ma pubblicato soltanto il 22 febbraio 1848. Piuttosto una visione del Quarantotto dalla cattedra dei ribelli, con il dichiarato intento di assecondare la trasfigurata rappresentazione che gli insorti vollero offrire di sé stessi e dell'Austria attraverso il fiume in piena di una produzione autoreferenziale che diceva della bontà e della ineluttabilità della causa nazionale e di contro, amplificandole, evidenziava le ingiustizie, le ruberie, le repressioni, insomma, la tirannia e l'illiberale governo con cui l'aquila birostrata, grifagna e crudele, sanguinaria ed esosa, soggiogava, con retorica schiavitù, il popolo lombardo.

… e l'aquila imperiale

Ogni rivoluzione necessita e produce un proprio e personale apparato simbolico, stilemi e nodi retorici quantitativamente limitati, di antropologica pregnanza, di facile lettura e immediata comprensione, che, autoalimentandosi, alimentano l'odio e la generale insofferenza contro il potere costituito che si intende abbattere. Entro l'armamentario retorico del Quarantotto la simbolica sottesa all'araldica asburgica fu un motivo quanto mai frequentato; orgogliosamente inaugurata dal maresciallo Radetzky nel celebre ordine del giorno del 18 gennaio (I, 3) - «la forza de' suoi artigli non è ancora fiaccata» -, trascorre manipolata e incattivita nella poetica patriottica e diventa il vampiro, il millenario morto vivente, romanticamente infelice, che si alimenta del sangue dei vivi per protrarre la sua buia e negletta esistenza, come appare in una livida metafora di Ottavio Tasca, che coniuga le ruberie austriache alle notturne immagini care agli umori romantici, tratteggiando le sembianze che i patrioti vollero attribuire alla politica austriaca, esosa e a un tempo oppressiva: «…vorace mostro, / bicipite vampir, / con turpi leggi il nostro / oro godea rapir» (III, 22), dove la concretezza lombarda identifica il prezioso fluido vitale con l'ingordigia fiscale perpetrata dalla politica imperiale. L'aquila, ancora, è una «grifagna crudele», una «scellerata decrepita arpìa» nei versi di Alessandro Valoti (I, 4), un «birostrato vorace avvoltojo» che «spennacchiato» sorvola l'Italia con «rostri pur sempre affamati» nell'alata - è il caso di dirlo - figurazione di Pietro Gabrieli (II, 13) e una «esosa grifagna» nell'anonimo Canto dei crociati (II, 17). Ricercato, in queste metafore, è il senso della fine di un'epoca, della putrefazione, dello sfascio di un impero antiquato, trasmesso attraverso l'immagine del mostro che, prima della resa, con colpi di coda, anzi di rostro, vuol trascinare nel baratro in cui è diretto la preda ribelle. Popolareschi gli umori dello Stabello, che per la «birostrata aquila imperiale» prevede un destino mangereccio e, al pari del cappone e dell'oca, sarà infornata per farne un «arrosto degno degli eroi»; «ugne, artiglj e zanne» i pezzi più ricercati, come quelli che più vessarono il popolo (II, 10).

 

2. L'immagine degli oppressori…

Insolente ed infamante l'immagine offerta degli invasori, orde «vandaliche» (II, 13) «di mostri» (I, 4) e «di nordici lupi» (II, 17), orde «infamate (che) si satollarono di sangue ancor» (III, 21); «vampiri / alle vene attaccati», canaglie che «altra legge che il ferro non han», «macellaj» che dell'«uman sangue fan empio mercato», «assassini dell'uomo che pensa» (I, 4). E di inenarrabili atrocità è pervasa la ritirata delle truppe imperiali, snidate dalla polveriera dai contingenti di volontari durante l'insurrezione di Bergamo secondo quanto narrato dallo Spinelli, un giovane medico di Albino protagonista di quelle giornate, nel proprio diario: inoltratesi nella campagna bergamasca, fuggirono «rubando e commettendo le più alte nefandità», e, tra le altre, infersero «14 baionettate nel ventre di una donna gravida ad otto mesi» e tolsero «dalla cuna un tenero infante gettandoselo dall'uno all'altro sulla baionetta» (II, 9). Neppure il canonico Finazzi seppe esimersi dal tinteggiare cupamente, e con un'enfasi che sfiora a tratti la profezia, le fosche imprese degli oppressori: «Ho veduto gli iniqui disfrenarsi al saccheggio, agli stupri, agli assassinii; gli ho veduti insultare al nome di Pio, muover guerra alla croce di Cristo, atterrare le porte del Santuario, spingervi il cavallo, e profanare l'altare del Dio vivente… Avean giurato di dare alle fiamme tutto il nostro paese, di far perire di spada la nostra gioventù, di rubarci i nostri fanciulli, e di far schiave le vergini…» (X, 76).
Unificate, amalgamate e disinvoltamente pareggiate appaiono le diverse etnie che compongono l'impero degli oppressori: «l'austro predator» (II, 16) è accomunato tanto al «tedesco spietato» (II, 14), a quella «abborrita tedesca catena» (I, 4) sol composta di uomini «perfidi già disumani» (III, 27), quanto a «quella porca razza» (II, 10) dei croati, fieri ed artigliati (II, 12); un coacervo di razze infami e indistinguibili, sinonimo di un identico obbrobrio.
Fra tanta meschinità, unico austriaco sottratto all'universale livore è, nel divertito ricordo di Federico Alborghetti, il generale Taxis, «dabbene ed anche un tantino liberale», ma solo perché poteva vantare ascendenti bergamaschi:

Il generale Austriaco conte Taxis-Thurn, che allora teneva il comando del presidio di Bergamo, era in voce di uomo dabbene ed anche un tantino liberale. Infatti aveva avuto la bontà di ricordarsi a proposito di tenere nelle vene qualche goccia di sangue Bergamasco; goccia che certamente non doveva essersi perduta, sebbene costretta a passare pel filtro di un lungo ordine di lombi forse magnanimi, ma prettamente tedeschi.(2)

Per il resto, l'indistinto, nordico melting pot appare un'immonda genia nata dall'incrocio tra una donna e un asino e che della madre mantiene «la figura» e del padre «il cranio, e la natura» (VII, 52); su tutti spicca Radetzky, l'implacabile persecutore dei patrioti, il «peggior di tutti» (VII, 52), il servitore di «Crudeltà» (VII, 56), «amicus vitiis, carens virtute» (VII, 58), il codardo imbroglione pavido financo al cospetto di un patriottico cane che lo scaccia dalla cuccia in cui, vilmente fuggendo, aveva cercato riparo dopo la cacciata degli austriaci da Milano, e nei confronti del quale aveva accennato un maldestro tentativo di corruzione (VII, 62); ancora, viene perfidamente raffigurato «in una delle sue grandi imprese» seduto sulla seggetta, con le brache calate, la cintura in mano (VII, 59), sul risvolto della quale è annotato «65 anni di fedele servizio», uno stralcio del già citato ordine del giorno del 18 gennaio (I, 3).
Ed infine, «ridotto ormai decrepito», l'odiato maresciallo redige il proprio testamento, modellato sulla falsariga del popolaresco "testamento di Carnevale", allorché il fantoccio, raffigurante appunto Carnevale, prima di venire giustiziato, lascia i propri miseri averi ai sopravvissuti; spesso Carnevale era impersonato da un animale - anche Radetzky nel Dialogo con Metternich viene definito «grossa bestia» (VII, 60) - , sovente dal porco, che prima di venire ucciso ripartiva le varie parti del suo corpo; la distribuzione seguiva un criterio allusivo, il medesimo utilizzato da Radetzky che, dopo aver assicurato la sua anima «all'infernal Plutone», dona le proprie orecchie ai «vigli / empj spioni suoi», gli occhi ai «birri», affinché «discoprano con quei / tutti i creduti rei», e «gli acuti denti» al Bolza e al Torresani, «acciò di mordersi non cessino» (VII, 63)(3).

… e quella degli oppressi

Di contro spiccano «l'italica virtù / oppressa, ma non doma» (III, 22) e il primato dell'Italia, «serva tra gli uomini, un dì signora» (III, 21), «regina del mondo» (I, 4), che già nell'antichità, con Roma, aveva mazzinianamente assolto il compito di dare una civiltà comune ai popoli, dettando legge a «genti innumere», decretando «i fati» al «mondo attonito», ponendo «confini e limiti al mondo inter» (III, 21); e questa virtù, dopo secoli di divisioni e di straniere sopraffazioni, ancora non è spenta, bensì trascorre nelle vene dei «popoli italiani», i «più generosi e forti di senno e di mano…, nati dal sangue de' Catoni, Camilli e Scipioni, battezzati nel sangue di Ferruccio, nell'ira di Dante, Macchiavelli e nel sangue delle vittime degli ultimi macelli della Lombardia» (IV, 29).
Le imprese degli italiani che, come recita l'inno di Mameli, hanno di Ferruccio «il core e la mano», vengono rappresentate ed esaltate entro un alone epico: «sia vostro nome in bronzo inciso e in marmi» auspicano i giovani del caffè Tasso, augurandosi che un novello Torquato sorga a narrare «tutte … le virtù de' nostri»(II, 14); le virtù di «un popolo … d'armi sguernito» (III, 24), tuttavia penetrato da «un vivo spirito concorde» in potere del quale «ogni uom diviene… guerriero» (III, 23), che «con tronconi, con spiedi» (III, 24), «sassi, tegole e mattoni» (II, 10) insorge contro un esercito «forte / di multiformi orrende armi di morte» (III, 24), costringendolo ad una fuga «disperata e rotta» (III, 24): opere grandi, imprese eccelse, che «non vide la Grecia … ne' suoi chiari lidi». Finalmente, una «rivoluzione (che) fu la più eroica e la più morale dei secoli» (III, 27), a nessun'altra «pari» (III, 24), e che vide, in una civica alleanza, «i patrizi e i popolani» (II, 20), «la senil, l'età men forte… (e) fin le tenere donzelle / contro i barabri pugnar» (X, 75).
Degni «nepoti dei Bruti» (I, 4), gli italiani combatterono contro l'oppressore con baldanza e valentia, senza temere il baleno «del moschetto nemico», generosamente offrendo l'impavido petto al «fischio del piombo omicida», sprezzando il pericolo e la morte, invidiando financo la sorte di chi muore nel compimento di così alto ideale: «abbi pace, al fratello atterrato / baldanzoso esclamava il vicin; / me volesse la sorte serbato / a sì bello, a sì lieto destin» (II, 9).
E a quanti pagarono con la vita il prezzo della «santa libertade» (VIII, 66), la città offrì tributi e solenni esequie il 13 aprile nella chiesa di S. Bartolomeo, con «l'assistenza» del vescovo di Bergamo monsignor Carlo Gritti Morlacchi, che pronunciò pure l'allocuzione «in suffragio dei cittadini morti per la liberazione della patria»; la funzione fu una sorta di rappresentazione sociale, celebrata alla presenza di tutte le magistrature e rappresentanze cittadine - «in abito nero, fregiato della coccarda tricolore, e piacendo anche della sciarpa tricolore indossata a modo di cintura» (IX, 71) - e di una delegazione milanese - in segno di gratitudine per il generoso aiuto portato dai bergamaschi nella conquista di Porta Tosa - strettesi attorno, in patriottico amplesso, a «que' forti per noi morti» (VIII, 67). Due giorni dopo, il 15 aprile, nella cattedrale di Bergamo, verrà celebrato un solenne rendimento di grazie per la vittoria, con omelia del canonico Finazzi (X, 76).

 

3. Gli "Angeli proteggitori": Pio IX e la religione…

E fra le lodi tessute agli italiani che prestarono la loro opera per la redenzione dell'Italia spiccano copiose quelle tributate a Pio IX, «la voce di Dio» (I, 4), figura carica di eccezionale sacralità, attorno a cui si catalizzarono le speranze dei patrioti già all'indomani della sua elezione al soglio pontificio, allorché il 16 luglio del 1846 concesse un'ampia amnistia «che si caricò di un significato nazionale ed antiaustriaco che non era nelle intenzioni del pontefice»(4): «tuonò la tua voce di perdono, o Sommo Pio, e superando piani e monti, valicando mari a tutte si recò le potenze della terra» (II, 9).
Il vicario di Cristo appariva agli occhi degli italiani come colui che, con efficacia risolutrice, poteva portare a soluzione e compimento i problemi della penisola, spezzettata in tanti piccoli Stati, invasa e oppressa dallo straniero, ed egli stesso, quantunque con misurata prudenza, contribuì ad alimentare queste ansie palingenetiche con espressioni che, poi grandemente amplificate dalla retorica patriottica, assunsero una valenza che forse non possedevano; nel breve Ai popoli d'Italia del 30 marzo 1848, affermava di non poter «tacere in mezzo ai desiderj, ai timori, alle speranze che agitano gli animi dei Figliuoli Nostri» e si augurava che le proprie preghiere potessero ascendere al «cospetto del Signore» al fine di vedere «la pace sopra tutta questa terra d'Italia, che se nella Nostra carità universale per tutto il mondo Cattolico non possiamo chiamare la più diletta, Dio volle però che fosse a noi più vicina» (V, 37).
Lo Spinelli plaude al liberale pontificato del Mastai-Ferretti, succeduto ad un conservatore quale fu Gregorio XVI, tratteggiando con retorica enfasi i voti e le aspettative di cui era colmo «ogni cuore nato italiano ed educato a ben sentire della sua patria. L'Effigie di quel Grande con quasi idolatra devozione si appendeva a nostri petti e si venerava. Fu vera scintilla del poter divino l'elezione di quel sommo ed opportuno il momento pei bisogni d'Italia e de' moribondi suoi figli da tanto tempo languenti sotto la tirannica sferza» (II, 9). Fu quel Pio, la cui «grand'anima» era agitata dall'«inestinguibile fiamma di patria carità» (X, 76), che, giobertianamente, «fe' sorger rediviva / Roma dal muto avel» (II, 22) e con la sua voce di tuono «dal sonno Italia /… risvegliò» (II, 14); furono le sue preghiere, prodigioso rimedio, che «stancheggiaro l'Empiro adirato» (II, 13), fu grazie a loro se «l'Angiol del Vatican proteggitore» spiegò «le penne» (III, 23) e sciolse il popolo «dai … tiranni» (III, 27); finalmente, fu «il sommo Pio» che fece «grande, libera» l'Italia: «mercé sua», le è «scudo Iddio» e la sua «gloria non cadrà» (X, 75).
D'altronde, il tentativo di conciliazione tra la fede cattolica e il sentimento nazionale permise a larghi strati di popolazione, che mai s'erano affacciati alla lotta politica, di percepire il peso dell'azione; e un rilevante apporto venne fornito dal linguaggio utilizzato negli scritti, apertamente mutuato da quello religioso e sui suoi ritmi plasmato - «Santa Vergine del Carmelo, / Guarda a queste armate schiere, / Versa il fausto amor del Cielo / Su le civiche bandiere; / O fortezza degli eserciti, / Deh! quest'armi benedici / E per Te sarem felici / Ne' cimenti del valor (II, 19) - che contribuì a sacralizzare i contenuti di un impegno circondando di un'aurea non solo terrena la ‘missione' cui gli italiani erano chiamati. Dalla parodia del Padre nostro, a quella del catechismo, dal Te Deum dei lombardi agli atti di speranza, carità e contrizione i contenuti politici vennero tradotti, con un dogmatismo privo di aperture critiche, proprio del discorso cattolico, in termini e in immagini religiosi e quella che fu una contesa politica per il controllo del potere venne dipinta e presentata a guisa dell'eterna lotta del bene contro il male. Così, il Dio biblico «che sommerse Faraone e piovette fuoco su i suoi nemici» redime l'Italia «per mezzo de' suoi Angeli» (IV, 29), quell'Italia «ove tutto ride il riso di Dio» (X, 76), «raggio di colui che tutto ha creato» (III, 27), «terra privilegiata, antica madre di santi e di eroi» (X, 76). Quell'Italia, ancora, che è sede del «Paradiso terrestre» e «dell'albero della vita», l'indipendenza, minacciato dal «serpente seduttore … venuto sotto mentite spoglie dell'Austria», il cui imperatore, «vicario del diavolo in terra», possiede due nature, «l'umana e l'infernale»; egli è «un solo mostro di tre code» ma diviso in tre persone, «Ferdinando, Metternich e Radeschi», e come questo sia possibile è da considerarsi «un mistero» (IV, 29); ed ancora, è di grande pregnanza simbolica nell'immaginario coevo l'allusione al destino che li attende, l'inferno (VII, 55): «Ferdinandus, Metternich, Radetzky detrudantur in ignem aeternum» (IV, 32).
Ed è «fidando nell'ajuto di quel Dio che è visibilmente con noi» (VI, 43), «spinto visibilmente dalla mano» (VI, 46) «di quel Dio che ha dato all'Italia Pio IX, di quel Dio che con sì meravigliosi impulsi pose l'Italia in grado di fare da sé» (VI, 43) suscitandola «a nuova gloriosissima vita» (VI, 46), che Carlo Alberto nel marzo del ‘48 muove finalmente in soccorso dei lombardi; ed è «all'Altissimo, che con sì manifesti segni di predizione protegge le armi Italiane capitanate dal valoroso Carlo Alberto», che il primo aprile nella cattedrale di Bergamo viene celebrato un solenne «rendimento di grazie» (VI, 47) per la vittoria a Peschiera del re sabaudo.
Per parte loro i predicatori non si sottrassero dal compito di sigillare l'intesa tra la politica e la religione, risignificando le imprese guerresche alla luce di un più alto valore morale: «siatene certi: noi ci stringeremo, e di cuore, alle vostre bandiere; voi non vorrete, ne siamo pure certi, dividervi da quella Croce, che, come sacerdoti, vi brandiremo dinanzi, unico pegno di nostra comune salute» (X, 76). Nuovo il vigore, nuovi i sensi che traspaiono dalla bandiera tricolore, resa sacra dalla benedizione sacerdotale: «In questo Vessillo tricolore vengono simboleggiate le virtù principali di nostra augustissima Religione. Nell'albo colore la Fede, nel verde la Speranza, nel fiammeggiante la Carità. Vedete dunque quali dolci sensi religiosi dovrebbero destarsi in ogni petto italiano mirando al Vessillo, cui oggi impartiamo la celeste benedizione di preliare contro i nemici della Religione e contro gli oppressori dell'Italo suolo, fidando nel braccio possente del Dio degli eserciti, sperando da Esso lui consiglio, ajuto e forza» (X, 77). Non di meno, essendo la cattolica una «religione di pace e di carità» (X, 77), veniva chiesto agli «intrepidi» della causa nazionale di rispettare l'«immagine di Dio anche… nei nemici» (X, 76), invitandoli a cercare «il loro ravvedimento» (X, 77).
E per quel «Dio benefico» (II, 18) «che ai Re pon freno» (III, 20), l'Italia è alfin sottratta «dall'Austriaco scempio» (III, 20); è «il Dio degli Eserciti», che dopo una «lotta tremenda… ha guidato al trionfo per una via di portenti i valorosi vendicatori dell'Italiana libertà e indipendenza» (IX, 70): è per «Lui solo» che Italia «serva» non è più (X, 75).

… Carlo Alberto e lo Statuto

Tra le figure «di cui fama suona» e attorno a cui si coagularono le speranze del rinnovamento italiano emerge, quantunque per periodo limitato, quella del re del Piemonte, Carlo Alberto, «di valor tesoro» (III, 20), che unitamente a Pio IX e Leopoldo II, i sovrani che concessero gli statuti, fu annoverato, nella triade degli «Angeli rigeneratori», uomini «al pari di noi, cui Dio donò del suo spirito e ci prepose» (IV, 29).
Coniugando il vessillo tricolore con lo stemma sabaudo, «l'Eroe Savojardo» il 23 marzo muoveva in aiuto degli insorti lombardi, dichiarando «guerra accanita agli assassini, agli empii» (VI, 44) e il 31, dal quartier generale di Lodi, prometteva l'allontanamento dello straniero e una certa vittoria, benedicendo «la Divina Provvidenza… la quale volle che la mia spada potesse adoperarsi a procacciare il trionfo della più santa di tutte le cause» (VI, 46).
La parabola della sua popolarità fu breve: dopo il luglio del 1848 al «magnanimo» guerriero che poche settimane addietro aveva ingenerato «caldissime simpatie in ogni cuore pei generosi fratellevoli soccorsi» (XI, 82) prestati, all'«invitto» (XI, 85) «eroe piemontese» (VI, 48) che, brandendo la «più formidabil spada della Europa» (XI, 85), accorse, quale «fulmine del Ciel» (X, 75), «con cavalleresco valore al primo grido d'allarme in soccorso della Sacra Causa» (XI, 79), vengono riservate rancorose apostrofi; nella velenosa Ritirata di Carlo Alberto, il sovrano sabaudo viene tratteggiato con sovrabbondante cinismo - «chi vuol prodigio sul campo muoja» -, sostanzialmente indifferente alla sorte dei lombardi e dei veneti - «lasciamo ai Veneti ed ai Lombardi / che si disbrighino come a lor piace» -, vilmente preoccupato soltanto di porre in salvo la propria vita - «la vita restaci, si può scappare» (VI, 49).
Analogamente nel febbraio del 1849, quando sembrava che la guerra contro l'Austria potesse riprendere, il popolo, democraticamente, «con fronte serena, con libero sguardo», prende parola «e parla al suo Re», rivolgendogli pesanti accuse circa la condotta osservata nella guerra contro l'Austria, prima fra tutte quella di aver abbandonato la lotta, lasciando priva di sostegno una «immensa turba… di poveri erranti» che, un tempo «festosi, ridenti», ora lo sogguardano «paurosi, silenti… coll'ira nel cor»; in secondo luogo gli rimprovera la freddezza dimostrata verso Garibaldi, «il grande Nizzardo», e il suo «brando che invitto sui liberi campi / di Monte-Video tant'anni splendé»; e infine, al termine di numerosi altri, inquietanti interrogativi, viene indirizzata all'«italo Amleto» (Carducci) un'accorata supplica dove, dopo espliciti riferimenti alle sue eterne titubanze, il monarca piemontese viene sollecitato a più decise e meno tardive scelte, conformi all'immagine regale da egli incarnata: «Alberto decidi – Il dado è gettato / Il trono o la polve - L'avello o l'altar» (VI, 50). Irriguardoso e carico di livore è l'epitaffio dell'ottobre del '49 dove, del defunto sovrano, vengono ricordati il voltafaccia del '21, l'aiuto fornito alla spedizione francese nel sedare la rivolta liberale spagnola del '23, il ritardo con cui concesse, «ultimo fra i dominanti italici», un «magro statuto», la fallimentare guerra del 1848-1849 intrapresa solo per prevenire la paventata «repubblica»; vengono infine invitati gli italiani a perdonare l'estinto re e a lasciare in pace il suo nome «con eterno silenzio ed obblio» (VI, 51).
Ma in quella gloriosa primavera del 1848 - qualche mese prima che il re, abdicando, abbandonasse «popolo e patria in pericolo» (VI, 51) - e mentre ancora ferveva la lotta contro gli austriaci, a Carlo Alberto, che «di assoluto per sua spontanea volontà» si era reso «costituzionale» (VI, 42), ai suoi «sentimenti generosi, e liberali» e alle «istituzioni politiche di quello Stato» (XI, 79) guardò con ammirazione la classe dirigente lombarda, per cui Torino significava «qualcosa di più dello Statuto: una dinastia, una complessa tradizione statuale, un esercito, una diplomazia. Un universo istituzionale e sociale di cui i lombardi avevano ben scarsa cognizione»(5), come d'altronde si deduce dall'Allegato A del 30 aprile (XI, 79), la proposta formulata da ventidue cittadini bergamaschi e rivolta alla Congregazione Provinciale di Bergamo, affinché si facesse promotrice della fusione di Bergamo e delle altre province lombarde con il regno di Sardegna. Il quesito, Allegato B (XI, 80), sarebbe stato sottoposto ad una votazione popolare da celebrarsi tempestivamente, entro il termine della settimana successiva.
La «fraterna fusione di tutti gli Abitatori dell'Italia Settentrionale in un solo Stato retto da libere Istituzioni» viene presentata come «la più sicura, l'unica egida di una durevole indipendenza»; capo di quello Stato non potrà essere che Carlo Alberto, «il Magnanimo Principe, Figlio di illustre Schiatta Italiana, (che) ha saputo farsi interprete dello slancio generoso dei Popoli da Esso retti» (XI, 79) accorrendo in soccorso della «gran causa dell'Italiana Indipendenza» (XI, 82). Una pronta unione con il regno Sardo e l'incorporamento «negli agguerriti Battaglioni di quella Nazione» dei «nostri Prodi» (XI, 79), avrebbero dato «come immediata conseguenza un governo fortemente costituito, ed un esercito agguerrito, tale da servire di nucleo alla pronta organizzazione d'un armata Lombarda» nel momento in cui l'esercito austriaco, sconfitto ma non ancora vinto, andava «spargendo la desolazione e l'estermino nelle Venete Provincie» (XI, 82).
Come risaputo, il dibattito presto si allargò e gli oppositori contestarono innanzitutto la richiesta di una immediata aggregazione, chiedendo che a quella troppo frettolosa votazione fosse anteposta la formazione di una «Assemblea Costituente Lombarda» e la promulgazione di uno statuto, secondo la formula «Statuto poi Re, non Re poi Statuto»; in secondo luogo perché la votazione sarebbe avvenuta «senza una previa istruzione» del popolo che, «inscio per lo più di coltura politica», avrebbe firmato un atto, il «più importante che un popolo possa fare», di cui non avrebbe inteso «il valore» (XI, 84).

 

4. Ancora un'immagine degli oppressori

Ma il successivo evolversi degli eventi, con la capitolazione di Vicenza (11 giugno), la sconfitta di Custoza (25 luglio) e la cessazione delle ostilità fra il Piemonte e l'Austria (armistizio Salasco, 9 agosto), rese vane quelle discussioni e ogni ipotesi progettuale relativa all'assetto da dare al futuro stato indipendente; gli austriaci ripresero il controllo della situazione e rientrarono in città.
Non mancarono episodi di ostilità: attorno alla metà di agosto dalle case della città vennero «gettati sassi sopra individui della … truppa» (XIII, 92) e verso la fine di dicembre vari attentati vennero perpetrati «contro la sicurezza personale di singoli militari»; un «insano ardire spinse alcuni a lanciar sassi contro Ufficiali e pattuglie militari», dando prova del «cattivo spirito che anima una parte … di questa popolazione» (XIII, 96). Ci furono pure tentativi di riprendere la lotta, come la velleitaria guerriglia di Palazzago organizzata nell'autunno del '48 da Federico Alborghetti (XIII, 93) e l'assalto alla Regia gendarmeria di Almenno S. Salvatore del 9 dicembre (XIII, 94), conclusasi con l'arresto di Antonio Todeschini e Giuseppe Roncelli, i temerari protagonisti dell'aggressione che, sottoposti a giudizio statario, «furono condannati alla pena di morte … eseguita mediante fucilazione» il 31 dicembre «alle ore cinque pomeridiane» (XIII, 95).
Anche a seguito di questi avvenimenti, il Comando militare della città avviò con decisione una fase repressiva finalizzata a stroncare «ogni disturbamento di quiete …, ogni complotto, con una parola, ogni cosa che tira a sé l'idea di una trama rivoluzionaria»; venne proibita ogni dimostrazione e alle truppe fu dato ordine, «il più assoluto», «di far fuoco immediatamente se … coloro che ne fan parte non si separano e s'allontanano alla prima intimazione»; infine, chi fosse stato sorpreso ad attentare od offendere la sicurezza di pattuglie e sentinelle sarebbe stato «tradotto avanti un giudizio militare statario ed entro ventiquattro ore fucilato» (XIII, 96).

 

Resta infine da dire sui criteri di trascrizione; essendo una silloge dei documenti non si è ritenuto opportuno intervenire sistematicamente sugli aspetti formali dello scritto, punteggiatura e grafia, e su ogni altro errore, quantunque tecnico; si sono tuttavia resi necessari alcuni interventi sui più evidenti refusi che avrebbero potuto pregiudicare l'intelligenza del testo.
In calce a ogni documento è segnalata la fonte e, dove necessario, la natura dello scritto, opuscolo (op.) o foglio volante (f.v.).
Il Diario dello Spinelli, il cui originale manoscritto è conservato nella Biblioteca Civica di Bergamo, è stato pubblicato da Alberto Agazzi in Studi garibaldini, n. 3, 1962, alle pp. 263-330; vengono qui presentati solo i capitoli relativi al contributo fornito dai volontari bergamaschi alla presa di Porta Tosa e agli eventi occorsi in Bergamo tra il 18 e il 22 di marzo; la lezione presentata e le note a corredo sono quelle dell'Agazzi.

 

(1) A. Scirocco, In difesa del Risorgimento, Il Mulino, Bologna 1998, 93.
(2) F. Alborghetti, La guerriglia di Palazzago. (Episodio storico dell'anno 1848), in Alcuni scritti, Stabilimento Tipo-Lit. Gaffuri e Gatti, Bergamo 1883, 64.
(3) Sul testamento di Carnevale e dei suoi alter ego, gli animali, si veda P. Toschi, Le origini del teatro italiano, Boringhieri, Torino 19762, 243-304.
(4)Scirocco, In difesa, cit., 86.
(5) G. Rumi, Milano e la scelta sabauda. Spunti da una rilettura di fonti albertiste, in "Oh giornate del nostro riscatto". Milano dalla Restaurazione alle Cinque Giornate, a cura di F. Della Peruta e F. Mazzocca, Skira, Ginevra-Milano 1998, 69.