«In ricompensa del valore dimostrato negli episodi del 1848»
L'immagine del Risorgimento dopo l'Unità

AI PRODI DI BERGAMO
CADUTI
SUI CAMPI DI SICILIA

 

Ode Saffica

Dal sonno reo che la tua voce opprime
    Svegliati alla divina aura del canto,
    O mia libera Musa, e sien rime
                    Figlie del pianto;

Però che grande sulla cetra mia
    Una nube di duolo oggi procombe,
    E fra le corde sue geme la pia
                    Dea delle tombe!

Quel dì che scossi dal fatal comando
    Del gran Nizzardo il patrio suol lasciaste,
    O prodi alunni, e il volontario brando
                    A Lui sacraste,

Dell'Orobico ciel la tersa stella
    Quel dì si cinse di più maschia gloria,
    Quel dì segnò la pagina più bella
                    Di nostra storia.

Né ritegno al partir vi fu il pensiero
    Dell'incerta reddìta. In mezzo a questa
    Fervida gara di partir primiero
                    Muore chi resta.

E qual gaudio fu il nostro allor che il grido
    Si diffuse tra noi tanto bramato
    Che salvi tutti sul consurto lido
                    Vi scôrse il fato!

Benedimmo quel porto, e l'Anglo pino
    Che contro l'ignea rabbia a voi fu schermo,
    E il coperto d'allôri aspro cammino
                    Sino a Palermo.

E il patto udendo che vi cesse intera
    Quell'aurea gemma del Trinacrio scoglio,
    Questa madre d'eroi, fatta più altera,
                    Pianse d'orgoglio.

Ed oh superbia della patria mia!
    Sovra il Siculo stemma offerto al trono
    Del Re Sabaudo ella stampar vorria:
                    Questo è il mio dono.

Poi tutta in sua vision la via tracciando
    Che all'arduo fin d'un gran disegno adduce
    Sognò portenti da oscurare il brando
                    D'ogni altro duce.

E la liquida via che al Calabrese
    Margine approda trasvolando ansiosa,
    Pur quì la voce de' suoi figli intese
                    Suonar gloriosa.

Poi sotto il surge del Messìa novello
    Altri schiavi all'acciar vidde ruire,
    E pien di vita dal putente avello
                    Lazzaro uscire.

E l'empia Ròcca ove l'estremo pasto
    Serba a se stessa la tiranna rabbia,
    De' suoi figli le parve al primo tasto
                    Frenare la sabbia.

Poi le nebbie del Tebro interrompendo
    Derelitto mirò di Pietro il soglio,
    E il Nizzardo guerrier salir fremendo
                    Sul Campidoglio.

E alla fronda de' Cesari la mano
    Risoluto portando: E' questa, è questa,
    Gridar lo intese, che del mio Sovrano
                    Manca la testa.

Indi nel Tempio che due Rome onora
    Co' suoi mille lo scorse ove devoto
    Il vero Dio delle nazioni adora
                    E scioglie il voto.

Ed oh delizia non gustata mai!
    Sovra la Croce dell'eccelsa mole
    Pennelleggiarsi in tre colori i rai
                    Vidde del Sole...

Deh il bel sogno s'avveri, e tolga il cielo
    Che il corso a rivi sanguinoso umore
    Non altro esiga dal vermiglio stelo
                    Che un mesto fiore!

Eppur da canto alle mortali soglie
    Guardiana rea sta da dubbiezza, e spesso
    La gelosa del fato ira ci coglie
                    Nel Tempio istesso!

E tanta vita, o Italia mia, preluse
    Al sorger tuo che quella Franca possa
    Che prima il varco a libertà ti schiuse
                    Or più ti spossa.

Ma se all'offerta coppa in fondo ascoso
    Tacitamente pullula l'assenzio,
    Franger d'un colpo il nappo ingeneroso
                    Possiam... Silenzio (*).

Ecco il ruolo de' morti. Ahi quanti io scerno
    Nomi de' nostri che sotterra stanno!
    Ma sculti in cifre d'or su marmo eterno
                    Tutti saranno.

E presso all'urna che le ardite gesta
    Ai redenti nepoti annunzierà,
    Una figlia di Dio tra lieta e mesta
                    Così dirà:

Venite al monumento di coloro
    Che per sciòrre il mio piè dai ferrei nodi
    Sui campi di Sicilia il sangue loro
                    Versàr da prodi.

Venite al monumento di coloro
    Che per farmi gloriosa intiera e forte
    Esposero primieri il petto loro
                    A certa morte.

E se avverrà che il tempo non m'involi
    Questa lena ce' carmi, e più potente
    La Delfica scintilla arrida ai voli
                    Della mia mente,

Anch'io prostrato a quella pietra intorno
    Modulerò sì vergine compianto,
    Che forse ancora nel seguente giorno
                    Vivrà quel canto.

(*) All'epoca in cui scrissi questi versi presentavasi più malagevole e più doloroso di quello che oggi sia lo scioglimento di quella sciarada incoronata che si chiama Napoleone III°. Spero quindi che temeraria allusione mi verrà facilmente perdonata.

A. Beltrami

Bergamo 1860. (Tip. Crescini.)

 

Museo Storico della Città