«Sui futuri destini di questa nostra carissima terra»
Aprile-maggio 1848: il dibattito attorno alla fusione con il Piemonte

W PIO IX

W ITALIA LIBERA

W CARLO ALBERTO

 

    Cittadini

Bergamo il 6 Maggio 1848

    Dopo 13 secoli di schiavitù e scissure da ogni contrada della penisola sorsero gli Italiani al grido dell'unione nazionale, e forse quel grido non trovò un'eco così potente in alcuni miei concittadini come in tutti gli altri Italiani, quasi fossimo Lombardi anziché Italiani; perché l'egoismo, che ci tiranneggiò 33 anni, lasciò in noi un'impronta che non è ancora cancellata del tutto.
    Fratelli! è un fatto che non saremo mai compiutamente Italiani se non compiutamente uniti. Da 2000 anni dura la lotta col settentrione; e solo Roma nei giorni della sua potenza colse gloriosi allori: indi sei secoli di oppressioni e barbarie prepararono la lega Lombarda che i nostri Padri segnavano in Pontida colle città che presso a poco formeranno oggidì il regno Subalpino; ma colpa delle nostre discordie da quel dì fino a noi non avemmo vent'anni di storia italiana compiutamente bella; perché in quegli atti, in quelle menti mancavano le due idee d'indipendenza e d'Italia. Ed ora che sta in noi perché non ci affrettiamo a compire il voto più santo degli italiani, di un Gioberti, di un Balbo? Perché ci perderemo in dispute vane e scandalose or che possiamo stringerci al Principe di più antica prosapia, Italiano di sangue e di cuore, spada d'Italia, mandato dal Cielo e da Pio ad erigere il settentrione d'Italia baluardo eterno all'ingorda fame delle orde tedesche? Quando costoro non troveranno più cattivi Italiani in Italia, contandosi essi, si troveranno sempre pochi. Uniamoci dunque; non mostriamoci più oltre indegni ed ingrati a quel popolo generoso che abbandonate e patria e casa e genitori e figli cui salutava tremando e incerto nel rivederli, ora sui campi Lombardi versa il sangue per l'unione, per l'indipendenza nostra. Io li rammento que' momenti di pura gioja d'affetto che consolavano il mio esiglio, passato dall'esecrazione d'una tirannia scellerata e tenebrosa agli evviva ed ai voti d'un popolo felice. Rammento quando il popolo della generosa Genova gridava al ricco: voi avete denaro nelle vostre case, noi sangue nelle vene e lo verseremo a pro dei fratelli Lombardi, perché siano tolti i confini che ci separano da loro. Con quanto dolore li vedrò pugnare per noi sconoscenti di tanto affetto, ciechi al nostro stesso interesse! Popolo grande, Principe degno del tuo popolo, perdonate se educati dall'infernale politica dell'egoismo lentamente ci leviamo da tanto abisso, se non è ancora profondamente da noi sentita la nazionalità Italiana; ma chi conosce il bisogno d'essere indipendente e Italiano anela unire nostri destini al resto dell'Italia settentrionale.
    E tu popolo mio concittadino, per quanto ti è cara la tua indipendenza, la tua libertà, la tua patria non lasciarti sedurre da chi preferendo al bene universale lo sfoggio d'individuali prerogative o velando con meschine frivolezze la vergogna d'esecrati progetti contraddice la più santa intrapresa che da tanti secoli forma il voto degli Italiani.

Il Cittadino LUIGI BERZI

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Dalla Tipografia Natali

 

Biblioteca Civica di Bergamo, Proclami, XLIII, 104