«Esultano trionfanti i bergamaschi»
Marzo-luglio 1848: l'insurrezione di Bergamo

G. Battista Spinelli

Memoriale della guerra del 1848-49.
Fatti principali del corpo volontari bergamaschi
brevemente descritti da un volontario

 

Introduzione
Viva l'Italia, Viva Pio IX
Il malgoverno di Gregorio XVI
La situazione italiana e l'atteggiamento delle Potenze Europee

    Viva il Mastai-Ferretti, Viva Pio Nono da ogni parte si gridava, in ogni dove si scriveva: tale era il voto di ogni cuore nato italiano ed educato a ben sentire della sua patria. L'Effigie di quel Grande con quasi idolatra devozione si appendeva a nostri petti e si venerava. Fu vera scintilla del poter divino l'elezione di quel sommo, ed opportuno il momento pei bisogni d'Italia e de' moribondi suoi figli da tanto tempo languenti sotto la tirannica sferza(1).
    Appena salito il seggio di Pietro generosamente palpitò il suo cuore ed amare lacrime sparse sulle nostre miserie, né forza ebbe a sopportare che ne' squallidi carceri languissero coloro che l'anterior turpe politica condannava perché troppo amanti della propria terra non poterono soffocare i giusti lamenti dalle sue miserie.
    Era delitto allora, d'ignominiosa e di eterna prigionia si puniva, l'amare la patria ed il dirlo coram populo, era delitto il formare libero un voto, delitto l'odiare i tiranni, delitto il non lasciarsi barbaramente scannare da quei maledetti sicari senza emettere il minimo lamento, delitto l'espanzione dell'animo, sì tutti erano delitti che alla morte traevano od alla galera e quell'ubbriaco Flamine, che ti precedette o Pio, l'ignavo, il frataccio Bellunese si dilettava di tai delitti riempire le sue orride mude, che poi fra l'orgie e le lascivie dimenticava ed abbandonati così nella miseria la più squallida perivano i giusti, i prodi e gl'innocenti. E di questi il numero ancor superava di coloro che nella ebbrezza di Gregorio e nella sete sua di sangue alla morte si condannavano. Rimini lo provò, che sanguinare vidde le contrade sue, ne avvi una sola città nella Romagna tutta che qualche vittima non abbia a piangere. Fosti maligno, vendicativo e sanguinario dal lato politico e quanto fosti turpe dal lato morale rifugge la penna mia in dirlo temendo offendere l'anime innocenti di coloro che forse avrannomi fra mano: ma ti colpì Iddio e lo spirito tuo al suo trono venne da migliaia di migliaia di maledizioni accompagnato e colà nuda al cospetto del supremo Giudice la lurida anima tua avrà dalla sua saggezza avuto quel premio che si meritò con tante nefandità(2).
    Allorquando dal Vaticano tuonò la tua voce di perdono, o Sommo Pio, e superando piani e monti, valicando mari a tutte si recò le potenze della terra, che dissero i Grandi?… Tremò l'Austria, troppo da te dissimile, e d'un tratto ella vidde che la bontà tua le avrebbe smembrato il vasto carpito impero. Non fu falso profeta allorché giudicò che sotto l'egida tua si rialzerebbe la semispenta Italia, quell'Italia che dissanguata volevano i suoi nemici e che or ti mostra di quanto sangue rigonfie abbia le vene, sangue di prodi antenati e pronta a versarlo ad un tuo cenno, o Pio. No che non sono degeneri i tuoi figli e quella terra che vide i Romoli, i Tarquini, gli Scipioni, i Cesari, quella terra non è infeconda di Eroi.
    La Francia ti guardò bieco, ma tacque troppo intenta per se stessa e nello stesso tempo balzava al trono l'ultimo dei Borboni e si redimeva in Libertà. Oh! volesse il cielo che quella nazione che il Grande Guerriero traeva vittorioso nelle più remote provincie dell'Orbe, avesse a porgere soccorrevole una mano ad aiutarci a risorgere. Furono però sempre fatali all'Italia le promesse degli stranieri e la storia ce lo fa toccare con mano.
    Che faceva la nebulosa Albione?… Fra quelle nebbie non può battere cuore generoso; e come l'artefice, che regola ogni movimento della sua macchina, che non può arrestarci né preterire senza che tal sia la di lui intenzione, così l'odioso il vile interesse fa solo regolare l'anime mute e fredde de' detestabili Inglesi. Essi calcolarono sui trambusti italici fino a che essere loro poterono di utile indipendentemente li favorirono, ed ora ci guardano e ridono.
    La Prussia si scosse, mostrò i denti al suo coronato e n'ebbe vantaggi.
    La Russia concentrata in se stessa guardò e tacque.
    Ma l'Ungheria, oh la sorella nostra Ungheria ben altrimenti sentì la tua elezione, o adorato Pontefice; l'Ungheria conobbe che la mente tua ci avrebbe scosso da dosso l'ignobile giogo e con la nostra sommossa agevolata pur anco la propria liberazione. Prodi fratelli combattete: cacciate dalla patria nostra chi vi opprime ed unanimi siano i voti nostri di libertà e voglia Iddio che possiamo un giorno stringerci la mano in fratellevole alleanza.
    A Napoli intanto il Borbone che faceva?…
    Che faceva Leopoldo in Toscana?… Tremavano; e poi patiboli e sangue, che Iddio vendicherà.
    E Carlo Alberto?… Discendente da italici eroi fu reiteratamente vile costui, ora esso pure entusiasta delle tue magnanime azioni, forse da Dio inspirato, da Dio stanco della tedesca nequizie, volonteroso ci porge la mano e ci aiuta a risorgere: sì Carlo Alberto, il Giuda, il Rinnegato del '21 e del '33 ora alla testa dei suoi guerrieri, fiancheggiato dai propri figli da prode si batte sui campi lombardi, e dopo di aver più volte forzati a volger fronte ai nemici di stretto e penoso assedio li stringe a Peschiera dando luminose prove di talenti veramente da bravo generale.
    Non ci mancare adunque, o sommo Padre; sempre ci sii di scorta e consiglio. Il Cielo t'ha scelto alla redenzione d'Italia e noi tuoi figli quali leoni ci destammo alla tua chiamata. Non abbandonarci, ed una volta liberi e grandi, grande faremo te e l'altare(3).

Capitolo I
In attesa del secondo Messia: la Rivoluzione!
G. B. Spinelli organizza volontari a Comenduno
Milano e Bergamo insorgono
Dalle Valli concentramento di forze nella Città
I Bergamaschi a Porta Tosa

    Tra le più belle e lusinghiere speranze andava chiudendosi il 1847, trovandosi le cose politiche d'Europa ad un di presso qual io debolmente nell'introduzione mi forzai esporre, ma tale e tanta era in tutti la persuazione di qualche imminente cangiamento che dal volto d'ognuno traspariva e dal labbro argomentavi un cuor giulivo ed un sorridente avvenire dal quale si prometteva libertà.
    Anch'io a ventiquattro anni pieno il cuor di speme terminato in tal anno il corso Medico Chirurgico all'Università di Padova mi restituiva alla paterna casa aspettando, che anche per noi venisse questo secondo Messia, la Rivoluzione, che redimere ci avesse dalla vergognosa schiavitù in cui da tanti anni giacevamo. La Rivoluzione era il nostro desiderio lungo il giorno, il nostro sogno durante la notte, da essa autorizzati noi avremmo potuto massacrare coloro che tanto e tanto deturpato avevano questo giardin del mondo, abbruttite le nostre contrade, stuprati i nostri letti, profanati i nostri altari, avvelenato il nostro aere col loro fetido alito. Nulla vale al confronto del nostro il desiderio del febbricitante, non tanto anela vedova madre l'amplesso dell'unico figlio reduce dal lungo e periglioso viaggio, quanto noi anelavamo allo scoppiare di questa tanto desiderata Rivoluzione(4).
    Oh! sia lode a Dio, Milano dà i primi colpi. Più nessun fuma, più nessun s'abbassa ad entrare nell'I. R. Ricevitorie del Lotto, più nessun veste di abiti esteri arrecando così non piccolo scapito allo stato. Di più s'incomincia a parlar chiaro, per poco o nulla si battono e 5 insultano coloro che son conosciuti di razza tedesca; moltiplicano ogni giorno gli arguti frizzi, i detti pungenti, e se qualcuno è colto si punisce; ma questa volta la punizione è all'oscuro: trema la man che punisce e la mente che condanna, e l'uno e l'altro si rivolge per vedere che debba aspettarsi(5).
    Cade un generoso; mill'altri ne sorgono: s'agghiaccia a' Tedeschi nell'arterie il sangue ne più s'arrischiano mostrarsi privatamente in pubblico. E che, o prodi, non percorrete più tanto superbi le nostre contrade?… Non insultate più alle nostre donne?… Non calpestate più il misero giacente?… Più nulla di tutto questo? Vi chiudete ne' forti! vi rinforzate, panicamente temete, o vili, vili… Il vostro prode, l'invincibile Radeschi ov'è? esso pure si nasconde?… Il vigliacco Raineri e gl'imbecilli suoi figli tutti tutti fuggirono?… ove sono adunque i vostri insuperabili baluardi? Forti e superbi vi faceva il silenzio e la mitezza della vittima, ma ove che la vittima si rivolge il carnefice, il boia se ne fugge!!!
    Ma già siamo al marzo del 1848, epoca che lascerà sempre di sé felice memoria ne' fasti d'Italia, ed io null'altro ancora avevo fatto che sperare e tutto l'occorrente e per me e pe' miei seguaci allestire per gl'imminenti fatti. Apprestare armi, fabbricar polveri, fondere palle, carteggiare con questo e con quello per essere in giornata di tutto, accapparrare uomini, a tutto a tutti insomma accudire quanto credeva necessario; ecco quello che io faceva ritirato nel mio castello a Comenduno. Osservato da vicino prima si dubitò, indi si provò certezza su fatti miei e fu distaccato ordine d'arresto personale dal Commissario Dist. di Alzano Sig.r Zanardelli. Tal ordine non ebbe effetto per il tratto generoso usatomi dal Comandante il posto della Gendarmeria Caporale Dominici, che poscia seguì la mia compagnia col grado di sergente ed anche al presente fassi molto onore, meco trovandosi agli avamposti verso il Tirolo al freddo Crux-Domini. Esso mi fece avvertito dell'ordine avuto e potei a tempo e senza nessuno compromettere mettermi in salvo.
    Arruolata in Bergamo volontariamente si era la Guardia nazionale e l'Inscrizione non si faceva già in privato, ma in pubblico dandole principio nella Basilica di S.a Maria Maggiore in Città, e sortendo dalla Chiesa armati i cittadini con in sul petto la coccarda a tre colori in cagnesco si guardavano co' sucidi croati che mostravano la gran-guardia obbligati tutto il giorno a tenersi l'arma alla mano(6).
    Sebbene non del tutto sereno si fosse il cielo pur nulla ostante era ben lontano dal lampo e dal tuono: ed un rumoreggiare lontano confuso che le montagne nostre a noi portavan ci faceva dubitare in sulle prime da qual mai causa dipendesse. Ognun lo sentiva ed ormai da ognuno si giudicava suon di guerra. Con tutto ciò se in volto guardavi ad ogni mortale più lieto ti sembrava, sorridente aveva il labbro, l'occhio ilare, quasi che conscio già fosse della metamorfosi salutare che su se stesso si stava oprando. Una voce cara e soave parlava all'anima mia. Già del tutto a parte di quanto giorno per giorno succedeva, dopo poco d'ora che il cannone aveva cominciato in Milano a vomitare fuoco e morte una lettera del sempre benemerito Signore Gabriele Camozzi mi chiama a Bergamo con quanto più posso di gente, coraggiosa e ben'armata(7). D'ulteriore sprone non necessitava il cuor mio, e formato drappello di chi volonteroso mi volle seguire mi recai in Albino, ovunque gridando viva l'Italia e morte ai Tedeschi. Colà disarmai la Gendarmeria meco prendendo sotto liberali spolie chi mi voleva seguire e dando piena libertà a chi amava meglio rendersi alla propria casa. Dalla Deputazione comunale mi vennero consegnate tutte le armi della Comune, che mi furono ben care per armare i miei compatrioti. Da loro aiutato innalzammo di notte tempo il più bell'albero della Libertà, che si fosse veduto nella Provincia tutta. Ah! chi sa dire la mia gioia il mio contento d'allorquando viddi da quell'altezza sventolare la nostra bandiera! Sì quello fu il più bel momento di mia vita, poiché fu il primo palpito libero di un cuore, che anelando ognora alla redenzione schiavo era nato e viveva schiavo(8).
    I sacri bronzi avevano di già salutata l'aurora ed il ministro dall'altare celebrava il primo sacrificio: presagendo io quello dover essere giorno di sangue, radunati i miei uomini armati come erano li condussi alla chiesa ove il Prete dopo breve ma cordiale e veramente italiana allocuzione ci benedì e ci pose sotto la potente egida del sommo Pio IX.
    Finalmente giunto egli è il bramato momento della partenza. Non valgono i pianti de' padri, nulla giova il disperarsi delle mogli, nulla le smanie delle amanti, l'amor di patria sì forte batte nei nostri petti, che a nessun altra passione lascia luogo; e sebbene da una parte vediamo le carezze, l'amore, i commodi, e dall'altro fatiche, stenti e morte non si dubita punto a quale appligliarsi. Si parte(9).
    Gli abbracci, i saluti, le benedizioni che da ogni parte ci venivano, il suono delle campane che liete ci salutavano, i pianti di chi rimaneva, i canti, le grida, gli spari di chi partiva formava sì romantico-patetico e d'altronde fiero quadro, che penna ben più della mia eloquente a scriverlo ci vorrebbe.
    Si parte!… Soffocato ogni altro affetto, sempre più grande facendosi l'odio contro la vil razza che per tanti anni ci oppresse, andava di continuo predicando a' miei seguaci il coraggio e la fierezza; coraggio per non schivar pericoli, fierezza per non perdonarla a nessuno che ci fosse nemico. Sol morte, sterminio e sangue suonavano le mie parole e ben mi intendevano i miei.
    In ogni paese in cui passava il mio drappello si faceva più numeroso: da per tutto ci salutavano col suono delle campane; ognuno sortiva in sulle porte: ci stringevano la mano amica e ci felicitavano; ognuno ambiva stringersi al mio cuore, come al capo, al più coraggioso, ed al primo a correre alla voce del cannone in soccorso de' nostri fratelli milanesi, che da bravi già si battevano.
    Giunti a Bergamo il Camozzi ci fornisce d'altre armi per gli inermi, di soldi e di vitto e ci pone sotto il comando del prode capitano Bonorandi ch'ebbe onore e grado sui campi Napoleonici(10). Eravamo per partire quando da un servo fui invitato entrare nella casa del Sig.r Stampa primo capitalista di Bergamo. Colà trovai in non vistosa poltrona la Signora di casa che dopo varie domande alle quali non tardo io fui a rispondere mi diede in due mannate 18 doppie di Genova, per sostenere, diceva ella, le prime spese. Credo bene citare tal fatto per onorare un generoso cuore.
    Eccoci sulla strada per Milano. Il comando supremo lo tiene Bonorandi; Pezzoli, il famoso cacciatore, comanda un gruppo di nazionali, Camozzi ha pure i suoi concittadini del Borgo, i due fratelli Carrozzi altri Borghigiani, Daina e Rota i valliggiani del Brembo e della valle Imagna, Locatelli i suoi compaesani del distretto di Piazza, io quelli della valle Seriana, che oltre nel corraggio anche nell'aspetto superavano quasi tutti gli altri.
Tutti conoscenti, tutti amici, in viaggio ci legammo ben più intimità, e ci spingeva anche a più amarci la causa per cui là ci trovavamo, i pericoli che insieme dovevamo incontrare e forse anche il sangue versare insieme(11).
    Siccome in questo mio racconto avrò altre volte da toccare de' singoli individui sopra menzionati così qui pure lodo il coraggio di tutti, lodo g1i infallibili colpi sui croati a Porta Tosa della carabina del bravo Pezzoli, lodo l'immancabile presenza del Camozzi e del Bonorandi, lodo il disperato ardire del Daina (Valdimagnì), ma detesto la vile condotta del Locatelli, che giunto a Limito sentendo farsi vicino il cannone accusò non poter più procedere, perché disturbato dalle emorroidi; s'intanò come un orso, di cui tiene tutto l'aspetto, né più comparve fra noi che allora quando vincitori e fuor di pericolo eravamo nella nostra Milano, come a suo tempo dirò. Io ho tutta la coscienza d'aver fatto il mio dovere; non ho al certo abbandonato il sito affidatomi a difendere né sempre in fallo andavano i colpi del mio fucile(12).
    Per uomini non avvezzi alla guerra, al fuoco, al sangue, alla morte, agli incendi ed alle ruine era ben triste spettacolo e tanto più poi crescevano la tristezza il vedere che i capi stessi titubavano né sapevano su qual punto rinforzare né su qual altro cedere. Il primo giorno fu tutto confusione. Resimo impraticabile la strada ferrata per timore che se ne servissero alla fuga, indi ci concentrammo al dazio di Porta Tosa ove il fuoco era più accanito ed ove i cittadini da prodi sostenevano il fuoco stesso delle artiglierie nemiche portandosi più sotto le bocche di esse coperti dalle barricate mobili al momento improvvisate e che sì utili riuscirono a cacciare, come bestie al covo, tutti i Tedeschi in castello lasciando di loro cadaveri seminate le strade. Finalmente potemmo noi pure irrompere in Milano: per molto tempo diriggemmo i colpi nostri lungo le strade di Porta Tosa indi inseguimmo il nemico sul bastione sino al Palazzo del Governo e di là sino al castello(13).
    Quella sera cominciarono le barricate ove si poterono far conoscere i talenti de' nostri ingegneri che sotto la direzione del Parigino Tamberg si fecero in Milano molto onore. Stanchi dalla fatica, ed affranti dal digiuno, pensato prima a ben collocare e provvedere a bisogni della nostra gente noi ci eravamo recati all'albergo dell'Agnello a rifocillarci e lieti discorrevamo de' fatti nostri; dei feriti, dei morti, quando, come corvo che assale la preda sol dopo la morte il Locatelli gridando a tutta gola morte ai Tedeschi già fuggiti, entra all'albergo con la sciabola sfoderata facendo tanto schiamazzo che, ad udirlo, detto avresti, egli solo aver liberata Milano. Vile! Da questa sua sfacciata buffonata s'ebbe il grado di capitano senza colpo ferire e stando nascosto sino a tanto che pericolo vi era, che qualche palla da croato gli facesse esalare l'imbelle anima sua.
    Costui è Pietro Locatelli di St. Gio. Bianco sulla provincia di Bergamo nella valle Brembana. Vedremo in seguito quanto fosse vile e testardo, e come caro costò alla sua compagnia averlo a capitano.
    Il Ministero di guerra di Milano, che provvisoriamente si era stabilito credette onorare il nostro coraggio e ne dispensò qui gradi che credette aversi ognuno meritato, sottoponendo però il suo giudizio al sempre benemerito nostro comandante Bonorandi ed all'Egregio sig. Gabriele Camozzi colla riserva dell'approvazione del Comitato di Guerra di Bergamo.
    Per ordine del nostro comandante collonnello Bonorandi montato a cavallo partii immediatamente per Bergamo, essendosi rese impraticabili le ferrate, ad arrecare la nuova della liberazione di Milano.

Capitolo II
L'assalto alla Polveriera
Dalla caserma di S. Giovanni arrivano rinforzi ai Croati
«La presa della polveriera»: inno di Alessandro Venanzio

    In Bergamo ancora si trovava il nemico, acquartierato a S.a Marta, a S. Giovanni ed a S. Agostino non che un buon drappello alla Polveriera. Si difettava di polvere e quindi appena giunte le mie genti dalla capitale ebbi ordine di assaltare la Polveriera e di impadronirmene a qualunque costo.
    Non titubai nell'arduo assunto. Sessanta Croati divorati dalla rabbia e dalla fame si tenevano forti ed a tutto determinati piuttosto che cedere un sì importante punto qual è una Polveriera in tempo di rivoluzione.
    Il mio petto tutto coperto da larga Sciarpe tre colori (dolce memoria) fu il primo punto ove quegl'intrepidi scagliarono le loro palle. Su tutti i posti più pericolosi mi vedevano i miei seguaci, né mi arrestava difficoltà né mi avviliva timore. Molti uomini di nuovo si erano aggregati ai miei già sperimentati in Milano, i quali credendo la nostra spedizione una partita di piacere piuttosto che un imminente pericolo di morte avevano sul mattino abbandonata la propria casa speranzosi di ritornarvi la sera ben ubbriachi: alle prime fucilate volsero le spalle e vergognosamente se ne fuggirono e tra costoro duolmi dover noverare non sol villani incolti ed ineducati artigiani che corrono fra torbidi più per speranza di preda che per spirito di partito, ma ben anche giovani boriosi ben nati e colti che al sentirli ora parlare diresti essi soli aver liberata la Lombardia mentre se ne stavano fra l'ozio e le coltri.
    Erano le otto e mezzo del mattino allorquando noi assaltammo la Polveriera ed io a primo colpo passai fuor fuori la sentinella esterna de' croati. Quel colpo fu come un pugno in un vespaio: tanti furono e sì spessi i colpi che scagliarono sopra di noi che fummo costretti starcene appiattati per più di mezza ora senza colpo ferire. Non la sola polveriera tenevano a prima i croati ma ben anche l'atrio del campo santo da dove potevano da ogni lato ferire impunemente. Il primo de' miei che cadde fu Giacomo Zineroni d'Albino uomo di bella persona e di sommo coraggio ebbe una palla alla mascella inferiore. Dopo di lui un tale ex Granatiere per il suo pur troppo imprudente ardire s'ebbe una palla alla spalla sinistra che penetrandogli nell'articolazione tutta gliela ruppe. Mi cadde fra le braccia e mentre mi sbrigava di lui cedendolo al mio vicino, altro colpo gettò morto altro compatriota filatore di seta. Punto non diminuiva il nostro coraggio e visto che per aver la Polveriera necessitava sloggiare quel branco di nemici che teneva il Campo santo fu fatto un breve consilio e pronta decisione. Lasciati i primi posti demmo di volta attorno al cimitero(14) ed al semplice riparo de' nostri petti e del nostro coraggio allo scoperto li assalimmo accanitamente in modo che essi stessi forse sorpresi dalla nostra somma audacia fatti pochi e confusi spari lasciando due morti sul campo riunironsi al corpo loro nel fabbricato della Polveriera.
    Tal colpo costocci tre feriti dei quali uno solo ebbe a soccombere lacrimato da tutti, il cittadino Carlo Vegezzi, i funebri del quale arrecarono sorpresa a tutti i Bergamaschi(15). Allora ordinai si recassero pali di ferro e leve: con essi ruppi e feci rompere il muro di cinta del campo santo nel punto in cui neppure i Stuzzen dei croati non ci potevano cogliere. Posto io piede nel luogo del riposo salimmo sul monumento Suardi di contro alla Polveriera e di là i nostri colpi sapevano trovare direttamente il nemico nell'interno. Io, Cedroni Pietro di Albino ed Urio Giovanni di Alzano colla morte d'avanti non cessammo mai dal fuoco sin alla sera. Fatica, fame, sete sprezzammo. Solo ci doleva il vedere cadere i più coraggiosi de' nostri e la morte rispettare il nostro ardire come se essa pure ci volesse serbare a maggiori imprese.
    Da quanti pensieri era allora occupata l'anima mia!… A me sempre un linguaggio caro parlarono que' luoghi ove la terra riceve nel suo seno le umane spoglie, ed in quella circostanza a me sembrava di avere il petto coperto d'adamantino scudo e con occhio lieto guardava la morte cogliere nuove vittime ed i funebri attrezzi che mi circondavano.
    O anime generose che qui lasciaste il vostro mortale avanzo, non sentiste voi di lieto cuore il rimbombo del vostro coraggio?… Non gioiste nel vedere tanti prodi fratelli esporre la vita per la nostra Patria?… È vostro dovere, sembra tuonare un imperioso accento, è vostro dovere!… Oh! si, ben diceste, è ormai tempo che il vile oppressore tolga l'insultante piede dallo straziato seno della madre nostra, è tempo che cessino le sue lacrime, è tempo che libera ormai gioisca, facendo mordere all'infame tedesco quella polvere, che impunemente per tanti anni calpestava. Sì è tempo!
    I nostri continui sforzi cadevano vani contro quell'ostinata canaglia. Invitati più volte alla resa rispondevano con tali tiri da destare la meraviglia di tutti. Posso ben confessare anche in questa circostanza di aver veduti tiri fatti dagli Stuzzen di coloro che al certo erano degni d'encomio.
    Si appressava la sera e null'altro avevamo noi acquistato che quanto sopra riferiva; per provare sin dove giungere potesse l'ostinazione degli assediati proposi di incendiare la Polveriera, e per essere meglio inteso darò un piccolo dettaglio del fabbricato.
    Egli venne ridotto Polveriera in Bergamo un antico fabbricato quadrilatero fuori dell'abitato di un 400 passi vicino al campo santo de' Borghi Pignolo, S.° Antonio e Palazzo.
    Ha finestre su due soli lati cioè su quello che guarda a mezzodì contro al cimitero in numero di tre e su quello a sera e sono due. Sotto a queste due finestre era fabbricato in legno un casotto che serviva ai soldati di guardia, perché nella polveriera non entrassero che i lavoranti di cartucce etc… Sulla facciata di mezzodì dove era anche la porta d'entrata trovansi due garette per le sentinelle. Or bene i croati si erano rifugiati nella polveriera abbandonando anche il corpo di guardia troppo fragile riparo ai colpi degli assediati. Feci adunque portare molti fasci di paglia nel corpo di guardia ove vennero anche gettate le due garette. Per garantire i portatori di paglia dai colpi che venivano dalle finestre ci distribuimmo dodici di noi ad ogni finestra di modo che era moralmente impossibile accostarsi senza essere immediatamente crivellato dai nostri colpi.
    Terminata la bisogna appiccammo il fuoco e regolatamente ci ritirammo in catena perché non ci sfuggissero. La fiamma si alza, distrugge ed annienta ogni cosa fuorché il coraggio del nemico. Un grido si alza dalla parte della città dove si odono colpi di quando in quando. Un drappello nemico forato il muro dietro la caserma S. Giovanni corre in soccorso di quelli della Polveriera per sostenerli nella ritirata. Tutti corriamo in massa dalla parte additatici e postici sul davanti della chiesa del Galgario intrepidi li aspettiamo. Essi furibondi si avanzano esasperati dai colpi che a man salva li coglievano dai fori praticati nella muraglia di cinta dell'orto di casa Zanchi. Alla nostra prima scarica tre rimangono stesi al suolo e gli altri panicamente si sbandarono, che poscia qua e là partitamente vennero uccisi o fatti prigionieri.
    Mentre la nostra attenzione era rivolta a costoro non furono tardi a prevalersene quelli che si trovavano rinchiusi nella Polveriera minacciati d'essere balzati in aria se la fiamma continuava a prendere possesso. Essi se ne fuggirono dalla parte opposta della città e si inoltrarono per le campagne rubando e commettendo le più alte nefandità. Citando fra l'altre molte quella d'aver dato 14 baionettate nel ventre di una donna gravida ad otto mesi, e d'aver tolto dalla cuna un tenero infante gettandoselo dall'uno all'altro sulla baionetta(16).
    Già scura notte copria la terra e noi ci trovammo oltremodo stanchi ed affannati.
    Con pochi de' miei che attorno ancora vedeva mi ritirai in casa Camozzi ove fui ricevuto a braccia aperte e lautamente trattato. Concesso un poco di riposo alle stanche membra fummo ben presto tratti sotto le armi dal grido di guerra e dallo spesseggiare dei colpi della gran campana della città alle quali si univa il sottile squillo di quella di Santo Spirito. Siamo in strada: fuggono i croati da S.a Marta, si grida. Non si replica: inferociti ci scagliamo a quella volta sitibondi di strage. Ogni sorta di proiettili cade dalle finestre e dai tetti su quella masnada di ladri e noi ebbimo il bene di scaricar le armi nostre contro la terga dei fuggenti prima che si riparassero a S. Agostino.
    All'alba unito grosso drappello mi drizzai alla volta della Polveriera, ma più nulla eravi a fare. Vuota di nemici fu subito in nostra mano. Là trovammo vari cadaveri insepolti, uno mezzo scorticato, altro coperto alquanto di terra nel cortile del luogo, ma quello che ci fu oltremodo caro fu il carico di 75 barili di polvere. Spedii immediatamente in casa Camozzi per avere mezzi di trasporto pronti. Essi si facevano sempre più necessari perché i miei uomini non sapendo che rubare si attaccavano alla polvere non ascoltando preghiere, né badando a minacce.
    Fra i più graditi applausi entrai in città col mio carico e ne ebbi benedizioni da tutta la popolazione(17).
    L'assalto alla polveriera fu il fatto meglio condotto ed il cittadino D.r Venanzio credette bene lodarlo col seguente canto:

 

La
Presa della Polveriera di
Bergamo
_____________________
Alle
Pietose Cittadine
che
La sublime virtù
della carità
Esercitano nello Spedale
a beneficio
Dei Liberatori della Patria
_________________________
1848
___
INNO

  Chi dal sonno di morte ridesta
Quei che pace trovar nel Signor?
Chi gli avelli de' padri calpesta?
Chi combatte con tanto furor?
  Chi l'asilo, agli estinti sacrato,
In arnese di guerra cangiò?
Qual ha nome il drappel disperato
Che a pugnare in quel campo volò?
  Esso è un popol che surse fremente
E vendetta vendetta gridò
Morte, morte alla rabida gente
Che la madre comune straziò!
  Morte, morte agli sgherri feroci
Che di ceppi ne strinsero il piè;
Maledette le barbare voci
Maledetto sia il nome dei Re!
  Lode al capo che quel stuol di valenti
Trasse intrepido la patria a salvar;
Il suo nome d'ogni intorno lo senti
Il suo cuore da ognuno lodar.
  La campagna deserta rimbomba
De' fucili allo spesso tuonar:
E con l'eco risponde ogni tomba
A quel suon che fa l'orbe tremar.
  Ma ai valenti, cui ferve nel seno
Della terra natale l'amor
Del moschetto nemico al baleno,
No, la tema non entra nel cor!
  Abbi pace, al fratello atterrato
Baldanzoso esclamava il vicin,
Me volesse la sorte serbato
A sì bello, e sì lieto destin!
  Salve, o stuol valoroso di eletti
Salve, o germe di antiche virtù!…
Chi vi tenne tra ferri costretti?
Or mi dite, l'iniquo chi fu?
  Un Tedesco che cinse corona
Dai mortali esecrato e dal ciel:
Il suo nome bestemmia risuona
È il suo cuor di macigno e di gel.
  Nelle belle d'Italia contrade
Una torma di lupi cacciò,
Che ahi! per lunga miserrima etade
Lei di stupri e di sangue macchiò.
  Cessa il fischio del piombo omicida,
Degli scoppi vien meno il fragor!
Tra il frastuono d'altissime grida
Si saluta lo stuol vincitor.
  S'alzi un canto di gioia festivo,
Qual sul Serio giammai non s'udì,
Intrecciate l'alloro all'ulivo,
Per noi sorse uno splendido dì!
  O leggiadre d'Orobia donzelle
Su spargete di fiori il sentier
Ché voi siete figliuole, sorelle
All'allegro drappello guerrier!
  L'ora estrema pei vili è suonata
I superbi deprime il Signor,
La servile catena è spezzata
Son finiti, o fratelli, i dolor.

 

    Tutta la guarnigione nemica erasi ridotta nella caserma di S.t Agostino, da dove vociferavasi, tentasse evadersi scendendo dalle mura mediante scale e corde. Dal colonnello conte Vincenzo Spini facente parte del costituitosi comitato di guerra ebbi l'ordine di portarmi con la mia squadra al gioco del pallone(18) ed in quei pressi per osservare se il nemico tentava la supposta fuga. Nulla dava indizio di un simile tentativo, anzi si venne a sapere che il comandante la gente nemica fosse venuto a patti coi nostri per partire senza essere molestati e che per loro maggior sicurezza sarebbero stati accompagnati fino a Seriate da Monsignor Vescovo Morlacchi e dai benemeriti cittadini conte Moroni e Morali ambedue addetti al Comitato. Levati i miei uomini senza por tempo in mezzo ci trasportammo sui fianchi dello stradale per Seriate e là appostati aspettavamo, imprudenti, il nemico, per fargli fuoco addosso. Il buon Sacerdote Tiraboschi(19), stato mio professore in Liceo, a mani giunte mi pregava volessi desistere dal mio pazzo disegno, che avrebbe messo in pericolo la vita di noi tutti e quella delle rispettabili persone che si erano offerte a garanzia. Nulla di nulla e caparbi aspettammo il passaggio infino a sera: ma le cose corsero altrimenti. I Tedeschi non si fidarono e prescelsero andarsene di notte, con secreta convenzione con chi comandava. Ritornato in sulla sera e dato un po' di posa e cibo a' miei, venni ancora comandato della ronda esterna ed in modo particolare al giuoco del pallone. Alla mia squadra aggiunsero altri sessanta uomini, parte di Sorisole, parte di Ponteranica e parte di Valtesse. Erano demoni e ladri, che al pericolo si sbandarono e non rimasi che co' miei valseriani. Passò la notte tutta in silenzio, meno qualche fucilata per segnare che vegliavamo. Suonarono le ore tre dopo mezza notte alla grossa campana dell'alta città, e come che fosse un convenuto segnale tutte le finestre della Caserma di St. Agostino di colpo si illuminarono e pochi minuti dopo un fuoco di fucileria il più spaventoso e ben nutrito incominciò dalla caserma sui bastioni verso la Fara; ma era tale un fuoco, tale un rullo che io prima non aveva mai udito. Noi sotto le mura ne seguivamo le mosse ed anche anzanti di conoscere la causa di un tale furibondo assalto.
    Alla …(20) vi era una fortissima barricata e credemmo che il nemico vi trovasse ostacolo; niente; la barricata era atterrata e liberamente vi passò quella barbarica orda. La porta di St Lorenzo era pure barricata e guardata dagli uomini di Valle Imagna comandate da Gritti d.° Valdimagnì. Noi appostati alla Villa Mangili si aspettava qualche bel colpo alla sud.a porta, quando con nostro grande stupore ci vedemmo passar sotto gli Austriaci, che in pieno silenzio cauti cauti procedevano. Messi a posto i miei compagni comandai uno, due e tre al tre scoppiò una scarica su quei fuggitivi, indi tutti noi ne' campi dalla parte opposta fuggimmo fino al Campo Santo di Valtesse e là, aspettato nuovamente il nemico, fecimo una seconda scarica ed a gambe levate ci portammo alla casa colonica di proprietà Grismondi, e vi ci asseragliammo recandoci tutti sin sotto il tetto tirando con noi la scala. Da quel nascondiglio cominciammo il fuoco al quale non mancavano i Croati a rispondere in modo che rimase ucciso con una palla al petto il povero colono abitante quella casa. Nessun di noi rimase mai nemmeno leggermente ferito. All'alba quando ogni pericolo era cessato e noi discesi a prestare le poche cure possibili al ferito colono, l'anzia, l'affanno, la fatica e la spossatezza produssero in me tale uno svenimento che per ben una mezz'ora rimasi come corpo morto: rianimatomi mi vidi circondato di amici, che mi porgevano ogni conforto. Mi alzai ed in pieno possesso di me e di mie forze alla testa di coloro, che non mi avevano abbandonato m'indirizzai alla città raccogliendo per via feriti e morti. Di questi ultimi ne raccolsimo sette che feci trasportare e deporre sotto il portico della Chiesa di Borgo S.t Lorenzo ed arrivato in piazza fui ricevuto e festeggiato come un eroe ed i miei compagni furono trattati con vino, birra, liquori a loro scelta, da quei signori, che sapendo il pericolo in cui ci trovavamo ci ritenevano tutti spacciati. E perché non avvisarci che la notturna partenza del nemico era fra loro pattuita?…
    Fra i feriti raccolti eravi un Maggiore austriaco con frattura ad una coscia, fu ospitato e curato in casa conte Medolago; il curante era il Dottor Longaretti, che poco dopo impazzì. Fu trovato pure un chirurgo militare, ferito gravemente, sprezzante le nostre prestazioni; fu poscia trovato morto. Il povero colono dei Grismondi per la grave ferita morì nella giornata stessa. Gli altri feriti furono umanamente e senza distinzione ben trattati.
    Partiti finalmente tutti i nemici furono invase le caserme di S.t Giovanni e di S.t Agostino dai nostri ladroni, fu un subisso; si poneva mano a tutto, e non essendovi freno di sorta tutto andò a soqquadro. Dalle stalle dell'arciduca Sigismondo furono condotti via nove cavalli dai capi-ladri Cedroni di Albino. Si seppero scorti nelle stalle dell'albergo Fornoni in Borgo S.ta Caterina. Fui comandato con pieni poteri recarmi colla mia squadra colà a sequestrare que' cavalli. Feci il mio dovere e ricondussi que' cavalli nuovamente nelle stalle di casa Brembati fra le bestemmie, minacce ed imprecazioni di que' ladri. Altra manzione affidatami fu quella di recarmi all'osteria del Ponticello presso l'Ospitale, tenuta da certo Francesco Dentella detto Cechì, di origine di Aviatico, che si sapeva aver avuto di mal acquisto gran numero di coperte da soldati. Là ebbi una maggiore difficoltà per la superbia e petulanza di quell'oste; non badando però a nulla e sprezzando le minacce potei riavere 180 coperte che consegnai al comitato. Tanto dall'una, che dall'altra parte mi hanno giurato la morte, ma spero che mi lasceranno vivere: non mi hanno nemmeno ucciso né i cannoni né i tremendi Stuzzen dei Croati!
    Il giorno giunse nuova che i Tedeschi si erano portati a Chiuduno. Era un sabato verso sera quando il Colonnello Spini in modo confidenziale mi diede ordine recarmi co' miei a verificare se fosse vero. Giunsi verso la mezzanotte a Cicola ove sotto un portico passammo il restante della notte mangiando saporitamente polenta e codeghì innaffiandoli con buon vino. La mattina un buon cicchetto e mars verso Chiuduno ove giunsimo appena partiti i fuggiaschi verso Palazzolo dopo aver assistito alla messa celebrata dal loro Cappellano. Ci si disse che superavano i mille ed essere troppa temerità se avessi col piccolo drappello tentato intralciare la loro ritirata. Ritornammo a Bergamo a riferire quanto avevamo scoperto; mi lasciarono riposare.

 

(1) Notisi la naturalezza di questo inizio, che rende ancora l'atmosfera davvero irripetibile di quei giorni.
(2) Questo passo non ha bisogno di commenti: esso erompe con tutta evidenza da moto passionale dell'animo. Ma notisi come scatenò violenta la contrapposizione delle due figure dei Pontefici e delle loro politiche.
(3) Si fa cenno a Peschiera: il Memoriale, quindi cominciò ad essere steso dopo il maggio 1848. Ma presumibilmente esso, pur nella freschezza delle sue notazioni, è opera più tarda, di rievocazione, forse scritta dopo la proclamazione del Regno.
(4) Si sa che un apporto significativo e valido fu dato agli eventi del 1848 dagli studenti, e da quelli delle Università di Pavia e di Padova in particolare. Nel febbraio gli atenei furono chiusi e gli alunni, ritornati alle loro Città, si inserirono efficacemente nei moti che prepararono l'insurrezione e poi nella rivoluzione stessa, quando questa eruppe incontenibile.
Vedasi: Alberto Agazzi, «Il 1848 a Bergamo», Rassegna Storica del Risorgimento, Roma, 1953, pp. 475-512 e Alberto Agazzi, Bergamo 1848: le cinque giornate in Storia del Volontarismo Bergamasco, S.E.S.A., Bergamo 1960, pp. 45-120.
(5) Notisi come il contrasto venga presentato non come italo-austriaco, ma italo-tedesco, quasi fosse non politico, ma razziale. G. B. Morelli, inviato a Francoforte a difendervi la causa italiana, si preoccupò di rimediare a questo, affermando essere normale nel popolo l'uso di tedesco, per austriaco.
(6) Sempre accentuata l'antipatia verso l'elemento croato. Ne fa fede Sant'Ambrogio del Giusti e la significazione spregiativa del nome, che esso continuò ad aver in Lombardia anche dopo la cacciata dell'Austria.
(7) Il Camozzi fu un po' l'anima dell'insurrezione; in contatto col Comitato Segreto rivoluzionario di Milano portò a Bergamo notizia dell'imminente sollevazione. Qui appare evidente come dalla Città egli aveva esteso la rete della sua azione al contado ed alle vallate.
(8) Due furono gli alberi eretti a simboleggiare la riconquistata libertà: uno in Piazza della Legna (ora Pontida) e uno in Piazza Vecchia.
(9) Significativa presentazione di momenti effettivamente vissuti; risonanze emotive che è utile siano state tramandate alla storia.
(10) In seguito non mancherà di puntualizzare anche negativamente la figura del Bonorandi. Un giudizio equo su di lui, comunque, è nel senso qui tanto decisamente espresso.
(11) Questa rapida rassegna dice a sufficienza della notevole ampiezza che il fenomeno volontaristico aveva assunto in tutto il territorio della Bergamasca.
(12) Pezzoli, Camozzi, Daina: alcuni dei bei nomi del patriottismo bergamasco, sui quali piace trovare qui, da testimone coevo, positivi apprezzamenti.
(13) È noto come i Bergamaschi, operando all'esterno di Porta Tosa, contribuissero all'espugnazione di essa, che da allora fu chiamata Porta Vittoria. Lo Spinelli offre qui rapide, ma non spregevoli notizie sul fatto. Vedasi: Alberto Agazzi, Storia del Volontorismo bergamasco, cit. pp. 71-74.
(14) Trattasi del Cimitero di S. Maurizio, ora soppresso, che si estendeva in forma circolare nei pressi della ferrovia della valle Seriana, non molto lungi dall'attuale cimitero monumentale.
(15) Trattasi del maestro elementare non Carlo, ma Giuseppe Vegezzi, morto il 4 maggio. Vedasi necrologio nel n. 13 del Giornale di Bergamo.
(16) Nessun altro possibile controllo di quanto qui si afferma. La dominazione austriaca fu, comunque, oltre che poliziesca, piuttosto dura, ed esecrata dalle popolazioni. Dopo di che si può anche accordare che quanto qui scrive lo Spinelli è da ascriversi più alle dicerie che alla verità.
(17) Si sa lo Spinelli proclive a forme autoesaltatorie. Piace il dire, comunque, che esse non sono da considerare solo una manifestazione di una particolare psicologia dell'uomo che dice di sé senza effettivo fondamento, anche il Venanzio grida: «Lode al capo…».
(18) Il luogo ove avveniva il gioco del pallone era alla spianata della Fara, non lungi dalla Chiesa di S. Agostino.
(19) Trattasi presumibilmente di G. B. Tiraboschi, buon patriota, che nel 1849 favorì Gabriele Camozzi in Val Brembana, dopo gli infausti eventi di quell'anno.
(20) Manca l'indicazione della località.

 

G. B. Spinelli, «Memoriale della guerra del 1848-1849», a cura di Alberto Agazzi, Studi garibaldini, 3, 1962, 263-280