IL PERIODO BELLICO

 

Correva l’anno 1940, quando migliaia di soldati si preparavano ad affrontare quella che sarebbe stata la più devastante e imponente guerra di tutta la storia.

L’Italia entrò in guerra impreparata: l’azione militare era, infatti, resa difficile non solo dagli scarsi mezzi bellici, ma anche dalle condizioni dei soldati, che dovevano fare i conti con i nemici, con un equipaggiamento inadeguato, con pulci e pidocchi.

 

Durante le lunghe marce per esorcizzare la paura onnipresente, si cantavano canzoni dedicate alle diverse battaglie o alla patria lontana. Un esempio è "Faccetta nera":

"Cara Virsinia, parto per l’Abissinia, al mio ritorno ti sposerò, faccetta nera, ti porteremo a Roma liberata, dal sole tu sarai baciata e con te sfileremo davanti al duce e al re…".

Per coloro che venivano fatti prigionieri, talvolta la morte, paragonata alle torture subite, rappresentava l’alternativa più rosea. Secondo alcune testimonianze, però, i campi di concentramento non erano uguali ovunque: essere rinchiusi in un campo inglese era considerata una fortuna, dato il rispetto con cui i britannici trattavano i prigionieri. A questo proposito ci ha colpito la testimonianza del nonno di Carlo: egli racconta, infatti, che rimase per cinque anni in uno di questi campi; lui ed i suoi compagni potevano circolare liberamente ed intraprendere attività di tipo sportivo e culturale, costruendo campi da calcio, da tennis e partecipando anche a lezioni universitarie! Il cibo non era un problema, anzi: i loro tre pasti facevano certamente invidia ai loro familiari rimasti in Italia, con i quali, inoltre, avevano un’intensa corrispondenza.

Uno dei grossi problemi al fronte era rappresentato dalla fame: era un privilegio assaporare il magro pasto, spesso consistente solo in una ciotola di brodo accompagnata da una pagnotta o da poche gallette. Invece, coloro che erano in attesa di partire, come rancio ricevevano un po’ di risotto, della carne lessa ed una piccola pagnotta per pranzo, mentre per cena un po’ di brodo.

Per evitare il reclutamento nell’esercito fascista si faceva di tutto: alcuni, i più fortunati, riuscivano ad emigrare, mentre gli altri si rifugiavano ad esempio sulle montagne, diventando così partigiani.(Interviste Fustinoni, Ceribelli, Giavazzi)

Questi erano aiutati dalla popolazione che offriva loro rifugio e piccoli aiuti di vario tipo: ne sono un esempio le staffette, organizzate per i rifornimenti alimentari.

Difatti, la gente nella maggior parte dei casi non era in buoni rapporti con i fascisti ed era disposta anche a nascondere i soldati dell’esercito avversario nelle proprie case. Altri, sostenitori della politica del duce, invece svolgevano attività di spionaggio infiltrandosi tra le fila partigiane. Molto spesso si trattava di donne e quando venivano scoperte, venivano rapate a zero.

D’altro canto, persino i soldati italiani che erano stati arruolati con la forza, a volte sorvolavano sulle piccole infrazioni ed in certi casi aiutavano i loro nemici a fuggire. Secondo alcune testimonianze, infatti, capitava che, scovati inglesi e partigiani difesi dalla gente, i soldati, inteneritisi, li lasciassero liberi.

Anche le donne i bambini e gli uomini non arruolati vivevano una realtà resa difficile dalle misere condizioni: ogni persona, ad esempio, doveva affrontare il problema della fame. Lo Stato tentava d’aiutare i poveri distribuendo misere razioni alimentari, che potevano essere ritirate solo dai possessori della tessera annonaria, con appositi bollini ritirati in Comune. Un’alternativa illegale alla tessera era la borsa nera, che però aveva prezzi elevati: ad esempio un chilogrammo di sale costava £1000, mentre oggi, nonostante l’enorme differenza del valore della moneta, non supera questa cifra.

Spesso si chiedeva l’elemosina, ma nei paesi limitrofi e non ai propri compaesani, perché si aveva vergogna.

Le persone più fortunate erano quelle che possedevano bestiame e terreno: potevano avere il pane bianco invece di quello nero (fatto di crusca), per esempio, oppure permettersi la carne più volte a settimana, al contrario di coloro che vivevano in città (per costoro averla solo la domenica era già una festa!). Chi poteva, aiutava le persone più povere ed anziane, donando latte, farina, ortaggi…

In quel periodo mancavano anche il sapone e la polvere per il bucato, allora bisognava provvedere confezionandoli in casa: si uccideva un cane o un gatto, lo si spellava e la carne veniva fatta bollire con l’aggiunta d’altre sostanze. Si creava così una poltiglia nera che, una volta tagliata e raffreddata, diventava sapone.

La guerra, inoltre, distrusse intere famiglie per le rivalità create da idee diverse oppure, molto più frequentemente, per i lutti dovuti ai combattimenti ed ai bombardamenti.

La popolazione dovette sostenere anche altri sacrifici. Infatti, venne requisito tutto l’oro, comprese le fedi nuziali sostituite da anelli di ferro, per sovvenzionare lo Stato, ed il rame, per la fabbricazione di proiettili. A questo proposito una delle "nonne" intervistate ci ha raccontato un episodio singolare e simpatico. Ha detto che, per evitare che le sue pentole di rame fossero requisite per il "bene della patria", le ricoprì completamente di stagno ed in questo modo riuscì a non farsele portare via. Nessuno, però, poteva ribellarsi, poiché non c’era libertà di parola.

A parte i drammi che si consumavano al fronte, per i civili i bombardamenti erano un incubo ricorrente. Fortunatamente gli allarmi permettevano alla popolazione di scappare in cantina, sotto i ponti o in rifugi improvvisati, tenendo stretti gli oggetti preziosi, per paura dello sciacallaggio. In particolare, in certe zone della Bergamasca, essi erano preannunciati da Pippo; (Interviste Carozzi, Ceribelli, Finardi) alcune testimonianze citano, infatti, un misterioso pilota che, con le grosse trombe poste sulle ali dell’aereo, segnalava l’inizio e la fine di un attacco.

Un’altra realtà dei tempi di guerra era costituita dall’oscuramento e dal coprifuoco. La sera era obbligatorio oscurare i vetri delle finestre, per non permettere l’avvistamento di paesi ed evitare quindi i bombardamenti; il coprifuoco imponeva, invece, di non uscire di casa dalle prime ore della sera fino all’alba.

La Bergamasca è stata particolarmente colpita dalle bombe, che miravano a distruggere le fortificazioni fasciste (in Val Seriana, Val di Scalve e Valtellina), le vie di comunicazione e le industrie produttrici di armi. Ne è un esempio il bombardamento di Ponte S. Pietro, ma certamente la più grande strage è avvenuta alla Dalmine (Interviste Brioni, Pulcini), convertita durante la guerra in industria bellica. Era il 6-7-44 quando gli operai sentirono il rombo degli aeroplani sopra le loro teste…. Secondo varie testimonianze gli Alleati lasciarono del tempo per far scappare i civili, i lavoratori, ma era in corso un’operazione troppo importante per essere abbandonata, perciò la vigilanza non permise la fuga. Il massacro fu quindi inevitabile; alcuni superstiti raccontano di corpi decapitati percorsi ancora da fremiti, persone scaraventate nei forni dalla forza d’urto…. Dai paesi limitrofi si potevano vedere le colonne di fumo che si ergevano dall’industria distrutta. Ci furono 281 morti e 600 feriti.

Ascoltando le varie interviste siamo venuti a conoscenza di un episodio che ci ha portati a supporre che, con molta probabilità, i dirigenti della Dalmine fossero a conoscenza dell’imminente attacco, ma non abbiano fatto nulla per impedire il dolore di centinaia di famiglie vista l’incertezza dell’obbiettivo o forse solo per non interrompere la produzione. Il bisnonno di uno di noi, infatti, lavorava alla Breda di Milano, che, come la Dalmine, era una delle maggiori industrie belliche della Lombardia; la settimana del massacro il cognato, capo della vigilanza, lo aveva avvertito di rimanere a casa "se voleva bene alla sua famiglia". Pochi giorni dopo si scoprì che l’obiettivo era l’industria bergamasca.

Nella provincia di Bergamo erano presenti anche campi di smistamento (Interviste Ceribelli, Semperboni) dei prigionieri (ad esempio vicino a Dalmine, c’era un campo chiamato "La Grumellina"). Alcuni di loro venivano poi spediti nei campi di concentramento veri e propri, al di fuori dell’Italia.

A cura di Brioni, Fustinoni, Lorenzini