IL DOPOGUERRA


Gli anziani da noi intervistati ricordano che al termine della seconda guerra mondiale le condizioni di vita erano sicuramente peggiorate, rispetto a prima della guerra.

Il venticinque aprile del quarantacinque negli animi degli italiani c’era lo stesso molto entusiasmo, ma la situazione era pessima; il problema più grande per i reduci era quello di reinserirsi nella società dopo gli anni di combattimenti, ma anche per i civili, c’erano difficoltà di ogni genere.

I viveri scarseggiavano e solo coloro che vivevano in campagna avevano la possibilità di sfruttare i campi per sfamarsi; il resto della popolazione era costretta a sopravvivere con pochissimo cibo, tanto che fu mantenuta la tessera annonaria; sopravvisse anche la borsa nera, che aveva però prezzi troppo alti per essere accessibile a tutti. Come se non bastasse, i costi delle merci continuavano a salire per via dell’aumento del tasso d’inflazione e della scarsa produzione delle industrie. Il sostegno del piano Marshall, un programma di aiuti attuato dagli Americani, favorì un progressivo ma lento miglioramento della situazione economica. I nonni ricordano che alcune persone, non trovando lavoro, iniziarono a emigrare verso il nord o all’estero, dove era maggiore la richiesta di manodopera. Le fabbriche erano rimaste senza soldi e faticarono a riaprire, dovendo anche riconvertirsi dalla produzione di armi a quella di prodotti di uso civile (esempio la Dalmine). L’analfabetismo era molto diffuso e solo le persone più colte e ricche potevano permettersi maggiori comodità, prima fra tutte l’automobile che a quei tempi era privilegio di pochi.

Alla fine del conflitto le famiglie aspettavano il ritorno dei reduci, sperando di accogliere tutti i propri parenti. La realtà purtroppo fu ben diversa: molti soldati caduti in Russia, ma altrettanti erano anche i mutilati, i malati per privazioni. Per fortuna molti altri tornarono illesi. I militari raccontavano molti episodi accaduti durante il proprio ritorno a casa; il nonno di una nostra compagna, in particolare, racconta che un giorno, durante il lungo cammino per ritornare in Italia dalla Grecia, stava trasportando sulle proprie spalle un suo compatriota, ma successivamente fu obbligato da alcuni soldati greci a lasciarlo per portare un loro commilitone.

Durante l’immediato dopoguerra, poi, si videro anche delle vendette e ritorsioni da parte di coloro che erano stati partigiani nei confronti dei fascisti; questi ultimi vennero picchiati, scacciati, a volte soppressi. Alle donne accusate di simpatie fasciste o di collusione con i fascisti veniva rasata la testa per farle vergognare in pubblico, mentre alcuni uomini vennero addirittura fucilati. Nelle piazze si facevano dei falò per bruciare tutti gli oggetti (quadri, bandiere, coccarde, mobili del Comune, ecc.) del regime. Un anziano poi ci ha raccontato un’esperienza personale in merito. Dopo la ritirata dei tedeschi, i partigiani, considerati ormai i difensori della patria, catturarono i capi del partito fascista del paese per portarli verso la periferia e poi giustiziarli. Poco prima dell’eccidio però intervennero gli Americani ed il parroco di Zanica, impedendo l’esecuzione. Le persone scampate alla fucilazione furono poi rinchiuse in prigione. A Castel Rozzone invece, dicono i parenti di Finardi, il clima era assolutamente diverso, c’erano infatti i soldati americani che avevano portato caramelle, gomme da masticare e pagnotte ai bambini.

Il dopo guerra fu sicuramente un periodo tragico, di faticosa ricostruzione, non solo degli edifici ma soprattutto degli animi: molti di coloro che avevano combattuto durante la guerra erano psicologicamente prostrati. Molti soldati, tornati dal fronte, cominciavano a chiedersi perché avevano dovuto combattere, perché avevano dovuto sconvolgere la loro vita per una causa che a loro non interessava.

 

di Colleoni, Cuter e Dolci