Intervista a cura di Andrea Calamata

 

A LEZIONE DI STORIA DAI NONNI

 

Intervista a Colombo Bambina

 

Purtroppo ho potuto intervistare solo mia nonna materna, unica della famiglia sopravvissuta alla seconda guerra mondiale.

Ecco cosa sono riuscito a ricavare dal suo racconto:

«Durante il periodo bellico la città di Bergamo era continuamente in allarme a causa dei bombardamenti che colpivano in qualsiasi momento. Per ripararsi si scappava nei nascondigli sotterranei oppure semplicemente sotto i ponti.

 A causa della scarsità del cibo, in quel periodo c’era il razionamento; nel senso che per mangiare bisognava andare in comune e procurarsi delle tessere con cui si poteva ritirare il necessario nei negozi alimentari. Se ciò non bastava ci si affidava al mercato nero, dove la gente comprava ciò di cui aveva bisogno, ma a prezzi altissimi.

Al loro ritorno, i partigiani incontrarono i fascisti ed i tedeschi in marcia verso Brescia. Ci furono grandi sparatorie, vinsero i partigiani che fucilarono 5 fascisti sul sagrato della chiesa.

Figlia di un papà tranviere e di una mamma sarta, mia nonna Bambina andò a lavorare a 14 anni in un calzificio. Ella ricorda che a quei tempi i genitori erano severissimi, con regole da rispettare e punizioni corporali per i più indisciplinati.

Riguardo alle abitazioni in casa non c’erano i rubinetti, l’acqua si andava a prenderla alle fontane, i panni si lavavano al lavatoio pubblico e per i bisogni c’era uno stanzino in cortile.

In casa c’erano tavoli, sedie, una credenza, una stufa a legna per cucinare e per scaldare l’acqua con cui ci si lavava e un camino. Le vacanze al mare o in montagna non esistevano, erano riservate ai più ricchi.

In famiglia si parlava solo il dialetto, non si compravano giornali. Non si sentiva mai l’italiano, eccetto quando si ascoltava la radio, c’era una radio per tutto il quartiere, ci si riuniva in cortile e la si ascoltava. Ogni tanto si comprava qualche libro.

A scuola gli insegnanti erano molto severi e usavano ancora le punizioni corporali.

Erano in trenta alunni circa in classe. Per scrivere si usava il pennino ed il calamaio. Non esistevano correttori, quando si sbagliava si strappava la pagina. C’era un libro per tutte le materie e cambiava ogni anno.

Prima di iniziare la lezione si pregava. I genitori non aiutavano i figli a fare i compiti, controllavano solo i quaderni e i voti.

A lavoro non si scioperava mai, si veniva pagati in base alle ore fatte e si guadagnava circa 70 lire al mese.

Nel tempo libero si saltava con la corda, si giocava a mondo, e si andava al fiume quando faceva caldo.

Raramente si andava al cinema. Le strade erano sempre pulite anche perché non c’erano lattine o bottiglie con cui inquinare. Non si parlava mai di inquinamento, non si conoscevano opere d’arte.

Gli unici beni artistici erano la villa Ambiveri o la villa Piccinelli abitate da famiglie ricche ed aperte al pubblico una volta all’anno.

Ai piedi della stazione c’era il monumento ai garibaldini.

Il primo maggio c’era la corsa degli asini, l’albero della cuccagna o la corsa nei sacchi.