Testo dell’intervista a suor Sistina  Cibien


 

Per cominciare vorrei chiederle se mi può presentare la figura di don Tranquillo Dalla Vecchia, dal momento che mi ha riferito d’averlo personalmente conosciuto e frequentato.

 

Don Tranquillo era curato a Torre Boldone lavorava in quella rete di sacerdoti che operavano nell’assistenza ai bisognosi ( mons. Vistalli, don Teani, don Vismara , don Vavassori, don Seghezzi);  un uomo eccezionale ,un organizzatore silenziosissimo .

 

Ricorda un aneddoto in particolare?

 

Vedi , Don Tranquillo   non era  prete diocesano, da giovane era fratello della Sacra Famiglia, il vescovo gli ha consigliato di continuare in seminario mentre lui pensava di rimanere sempre e soltanto con i suoi orfani, quindi una persona molto più libera : il prete diocesano  ha dei limiti, vive in una parrocchia , molte volte ha delle persone a cui deve dare risposta Allora (...) lui dapprima è qui in casa madre, con le nostre regole , ma molta libertà , perché aveva solo rapporti col vescovo, la sua era solo obbedienza al papa e basta , poi Istituto Interdiocesano ,autorizzato dalla Santa Sede; successivamente a Torre Boldone con i ragazzi, quindi pensa alle conoscenze e alla libertà. Rapporto con tutti i sacerdoti della diocesi , lavorava su all’Ospizio San Vincenzo, che era la nostra casa (ora un rudere), la casa degli orfani dal 1874 è  poi passata nel 1918 in gestione a Monsignor Musitelli, parroco di Santa Maria delle Grazie, che ne ha fatto un sanatorio(qui sono morte moltissime delle nostre suore  per tubercolosi). Don Tranquillo era anche a Torre a casa dei ragazzi, a Torre casa del fondatore dove c’era il ricovero allora (...) e in più nella casa dell’Ospizio San Vincenzo dove c’era la tubercolosi. Don Tranquillo, quindi, aveva  libertà d’azione dappertutto; andava nella casa del Clero dove c’erano i vecchi da confessare, riceveva un po’ le confidenze di moltissime persone(...)   Nella casa di Torre, nella casa ricovero più che nel sanatorio, ha potuto dare ospitalità, mentre al sanatorio raccoglieva notizie (una mamma disperata gli comunicava della presenza di un ebreo o di suo figlio che era sulle montagne).Qui c’era pure la chirurgia maschile e lì poteva tenere nascosti gli ebrei. Hanno trovato in questo edificio anche dei giovani che erano su per le montagne ed erano rimasti feriti. E era naturalmente in relazione con l’opera di Malta (se esci da Porta S. Alessandro, subito incontri  la funicolare per S. Vigilio; se tu sali verso le Canossiane, per la strada che va verso via dei Torni, trovi una casetta , era la casa del dottor Orlandi  ,che era in relazione con don Tranquillo.Accanto a questa c’è una casa lunga, bassina: era la presenza, vorrei dire , la pronta accoglienza dell’opera di Malta). Lì passavano dei medici volontari e quelli dell’opera di Malta che raccoglievano i feriti e li nascondevano, li curavano e li nascondevano.

Ecco: c’era una rete e Don Tranquillo ne faceva parte. Era pure in relazione con nostra Madre Generale qui, Madre Fiorina (una eccezionale donna che aveva il coraggio di andare a Vicenza sul camion dei soldati e di tornare a casa così).  I bisogni c’erano? Si andava. Non c’erano treni, ti ho detto del nostro  viaggio a Roma ,da giovedì mattina a sabato sera, non so se mi spiego(...)  

Per il centro Italia era la stessa cosa,(...) man mano saliva il fronte si dovevano aprire nuove comunità con nuovi bisogni, Pescasseroli diventa Ospedale Militare, la Madre si ammala e un ufficiale tedesco la opera sul tavolo della cucina...cose da non dirsi!!

(...)E Don Tranquillo era in contatto con tutti e non doveva dare relazioni a nessuno, capisci il problema della “libertà” di azione di quell’uomo. E tutti sapevano che era la discrezione fatta persona .

Certo, per via di una spiata si è saputo cosa succedeva a Torre ;  l’hanno preso , lui ha  cacciato via la superiora dalla casa ( è arrivata con i piedi sanguinanti a Castione dove io ero in ritiro), e si è presentato alle guardie come  responsabile del luogo” Qui il responsabile sono io.” E l’hanno portato a San Vittore, subito.

Tornato a casa ha continuato la sua opera.Sempre in silenzio e con semplicità .C’era in quella semplicità una coerenza da Tommaso Moro . Era la rettitudine; diceva:”il figlio di Dio sta soffrendo, chiunque sia , qualunque volto abbia,a qualunque religione appartenga”.E’ il figlio di Dio che soffre. “L’hai fatto a me.”

Questa era la grande parola di Don Tranquillo.

Io lo venero  tantissimo , anche perché proprio ho avuto modo di frequentarlo anche quando sono tornata da Roma dopo il ’50 e  sono andata a Torre Boldone e lui era lì.

 

Cosa faceva lei in particolare in quel periodo?

 

 Facevo tirocinio, perché su invito della madre superiora frequentavo la scuola  di servizio sociale e allora sono andata a Torre; ho poi steso una relazione di un bimestre di  tirocinio nel nostro orfanotrofio(In quel momento si trovavano lì  150  ragazzi, tutti orfani , dai 10 ai 19 anni ). Don Tranquillo era lì , il “papà” di tutti : era il direttore dell’edificio. Io sono rimasta con lui più di due mesi e mi è spiaciuto che la relazione sia andata perduta.

 

Don Tranquillo subì anche delle violenze?

 

L’hanno picchiato prima perché difendeva i suoi, i suoi ragazzi , poi l’hanno picchiato  il giorno in cui ha messo in salvo la superiora ; l’hanno portato via, tanto che non abbiamo saputo per qualche giorno dove era (era a San Vittore).  Noi avevamo in quel tempo a San Vittore tre delle nostre suore di Milano, che ci hanno raccontato che don Tranquillo veniva bastonato, che era obbligato a portare sacchi ( perché i nostri preti,  prigionieri erano costretti ad un lavoro forzato impossibile )  e interrogato tutti i giorni ,perché pensavano avesse i nominativi dei suoi collaboratori.  Era battuto ma non si è mai difeso: non ha mai subito un regolare processo.(...)

Sette anni dopo don Tranquillo mi disse che faceva fatica ad usare il braccio destro. Sette anni dopo.

 

Anche nelle sue prediche manifestava il suo pensiero?

 

L’hanno portato via per la sua opera ma anche  perché parlava chiaro, “ gli ebrei sono figli di Dio come noi” questa è la sua grande parola: assolutamente sono nostri fratelli.(...)...

 Don Tranquillo era così: l’uomo dell’amore senza distinzioni.

 

Come funzionava la rete di assistenza clandestina?

 

Pensa a Don Vismara, ai preti del patronato,  della parrocchia di Santa Grata, di Sant’Alessandro; il direttore dell’oratorio dell’Immacolata impiegava i suoi ragazzi per aiutare gli ebrei. Don Antonio Crippa e Don Santo erano i due sacerdoti che erano qui all’oratorio dell’Immacolata. Ti immagini, migliaia di ragazzi: tanti sono morti di quei ragazzi, tanti in campo di concentramento ,tanti erano  i famosi “alunni” di Seghezzi . Prova a pensare cosa voleva dire L’opera combinata tra queste persone, specie Don Tranquillo , Don Seghezzi ,Don Vismara ( ti ho detto che li hanno trasferiti in  Germania  , costretti a lavori forzati - mio zio è tornato con don Vismara, è entrato qui in cortile,  due persone sostenevano l’uno e l’altro. Quante gliene avranno date? E la prima volta che don Vismara è venuto qui a dir messa disse:

“Noi abbiamo sofferto”).

Sono cose  tremende, sono cose vissute, bisogna farne memoria. Oggi è tutto un mondo diverso, basti pensare che non c’erano telefoni, le poche cose si sapevano via telegrafo; la Santa Sede telegrafava al vescovo Bernareggi. Noi chiedevamo notizie dall’estero molte volte, da Parigi, da Lione ,dal Belgio, dal Lussemburgo stesso,  dov’erano nostre suore e non si aveva nessuna notizia. Se chiedevamo notizie ci arrivava un telegramma, 25 parole, arrivava in Curia dalla Santa Sede; chissà attraverso quali mezzi arrivavano o ambasciate, le comunicazioni erano quelle lì.

Nelle nostre case ci sono pochi documenti scritti perché siamo più per l’attività che per lo scritto e adesso stiamo facendo delle ricerche ma sono poca cosa, le nostre cronache sono esigue. Poi a quel tempo non si poteva nemmeno scrivere.

Concludendo: i centri della rete erano: qui, fino a un certo punto perchè avevamo qui all’oratorio dell’Immacolata il comando dei tedeschi sull’altro lato della casa,un altro centro era su in Città Alta, presso la Casa dove c’era madre Corona e la presenza quotidiana di  Betty Ambiveri.( Costei arrivava e chiedeva : “Voi avete mangiato? I miei ragazzi no, su datemi cibo!” ). Poi c’era il Patronato San Vincenzo con don Vismara e poi fuori la parrocchia di sant’Alessandro , Torre Boldone con quel silenzioso uomo di don Tranquillo (...) .Noi si arrivava fino alle porte del campo di concentramento di Orio , Grumello al Piano, per portare un po’ di cibo e di medicinali per qualche internato che  si trovava lì ferito, intanto portavamo e ricevevamo notizie.

 

Cambio argomento e le chiedo quale idea lei si è fatta del “silenzio” di Papa Pio XI.

 

Ti racconto un aneddoto: nel ‘43 non avevo ancora compiuto 21 anni, non avevo ancora fatto la professione ed ero a Roma per degli esami di quarta magistrale e vi sono rimasta  20 giorni.. La madre Generale era lì per un incontro con il Papa per parlare di certe difficoltà che erano sorte in Istituto(avevano imprigionato una suora che era stata a Grumello del Piano perché aveva aiutato alcuni ragazzi che favorivano i prigionieri del campo  di concentramento di Orio).(...)Io e un’ altra novizia ci recammo dal Papa  il 18 o il 19 luglio del 1943. Le udienze allora erano molto private in Vaticano,vi erano quattro sale di fila e il Papa entrò nella nostra. Io avevo la professione da fare e mi interessava quello, ne avrei fatto parola con il Papa. Di fianco a me, c’era una ragazza in nero, avrà avuto vent’anni ed era una giovane ebrea. Nell’arrivare a lei vicino il Santo Padre, si è alzata in piedi e ha raccontato di essere ebrea e che il padre e il fratello erano stati portati via dal ghetto e che non aveva più saputo nulla di loro; gridava sono sola sono rimasta sola santità, ma noi siamo figli di Dio e il Santo Padre, me lo ricorderò sempre perché ero lì vicino, ha preso la testa di quella ragazza e se l’è stretta al petto e le lacrime della ragazza bagnavano la veste del Papa (...) mentre le lacrime del Papa cadevano sulla testa della ragazza.

Il silenzio del Papa... abbiamo documenti dalla Germania in cui i vescovi dicono: ”Santità non faccia esagerazioni (...) altrimenti qui ci ammazzano tutti”. Voi sapete cosa stava succedendo in Germania, malgrado il silenzio della storia.  In Germania la Chiesa, i vescovi, i sacerdoti, i religiosi, tutti,  chi aveva il coraggio di dire “ma forse non è giustizia” , moriva, non c’era niente da fare. Un nostro padre della Missione Cattolica che era in Germania ci disse che noi non potevamo dire nulla  altrimenti sarebbe stato pestato, come era avvenuto quando aveva osato dire ad una guardia tedesca: “Non vi rendete conto che avete un’anima anche voi”.  Ma non capivano più nulla, come non capivano più nulla i nostri gerarchi..(...) il Papa ha detto quello che ha potuto, non ha potuto dire di più. A parte il fatto che noi sapessimo parecchio di cosa succedeva nei campi di concentramento(...)qualcosa veniva naturalmente trasmesso alla Santa Sede.  Alcuni ebrei di Bergamo ci hanno informato di qualche cosa  perché  scrivendo in codice ai loro fratelli e parenti deportati hanno saputo che là li stavano mandando nelle camere a gas. E’ cosa difficilissima giudicare, non possiamo giudicarli; se penso a Hiroshima, quelli  sapevano cosa sarebbe accaduto ma anche ciò non ha potuto fermarli, qualcuno sapeva senz’altro che effetti avrebbe fatto. Bisogna che diciamo: “E’ una grande lezione che Dio ha permesso nella storia; ma dobbiamo essere capaci di perdonare”. Oggi si ripeterebbe in modo ancor più devastante.

Bisogna fare memoria perché non riaccada più .