la storia

 


Periodo storico

Il Partito Nazionale Fascista nacque ufficialmente nel 1921, ma i primi fasci di combattimento si erano formati già nel 1919 e avevano trovato immediato consenso in molti settori della società, anche a causa dei timori di una rivoluzione comunista. In questo periodo il movimento fascista costituì squadre armate che esercitarono azioni violente contro le sedi e i giornali della sinistra.

Tutto ciò portò all’organizzazione di un colpo di stato che si concretizzò il 28 ottobre 1922 con la marcia su Roma. Vittorio Emanuele si rifiutò di firmare il decreto che ordinava l’intervento dell’esercito; anzi, il 29 ottobre convocò Mussolini e gli affidò il compito di formare un nuovo governo. Era l’inizio dell’era fascista che sarebbe durata per un ventennio.

Poco per volta Mussolini riuscì a consolidare il suo potere: nel 1924, per rafforzare la propria maggioranza parlamentare, cambiò la legge elettorale passando al sistema di voto maggioritario. In questo modo il Partito fascista riuscì a ottenere il 65% dei voti.

Il 10 giugno 1924 Giacomo Matteotti, deputato socialista che aveva avuto il coraggio di denunciare i brogli elettorali, fu assassinato da un gruppo di squadristi. Poco tempo dopo, Mussolini se ne assunse tutta la responsabilità di fronte al parlamento.

Nel 1926, attraverso le "leggi fascistissime", venne soppresso ogni tipo di libertà attraverso la fascistizzazione della stampa, la persecuzione degli antifascisti e la creazione dell’OVRA, la polizia segreta del regime.

L’Italia venne così sottomessa a un regime totalitario che cercò di controllare tutti i settori della vita politica, economica e sociale del Paese.

Nel 1929 furono firmati i Patti Lateranensi tra la Chiesa e lo Stato fascista, con i quali venne riconosciuta la Città del Vaticano; inoltre fu firmato un concordato che stabiliva l’esonero dal servizio militare per i sacerdoti, la validità civile del matrimonio religioso, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche e la libertà di azione per le organizzazioni cattoliche. Già nel 1923 erano stati accentuati la severità degli studi e il controllo sugli insegnanti, a cui venne imposto il giuramento di fedeltà al regime.

In seguito furono aboliti i sindacati e si cercò di produrre tutto all’interno del dell’Italia (autarchia).

Con il passare del tempo l’Italia si avvicinò sempre più alla Germania: difatti, anche in Italia nel 1939 vennero emanate le leggi antiebraiche. Con esse si tolse, praticamente, ogni diritto agli ebrei, considerati di razza inferiore rispetto alla pura razza ariana a cui si diceva appartenessero anche gli Italiani.

Mussolini stipulò anche molti patti con la Germania: per esempio, l’Asse Roma Berlino o il Patto d’Acciaio.

Nel 1935 Mussolini decise di conquistare l’Etiopia, mossa con la quale voleva allargare l’area di consenso al regime, rivitalizzare l’industria (soprattutto militare) e fare dell’Italia un impero da contrapporre agli altri stati coloniali europei. Nel 1936, dopo la perdita di molti uomini e la spesa di ingenti somme di denaro, la guerra si concluse vittoriosamente.

Nello stesso anno l’Italia partecipò alla guerra civile spagnola a fianco dei fascisti di Francisco Franco contro i comunisti, i socialisti e i repubblicani. I franchisti vinsero la guerra nel 1939 e instaurarono un regime di tipo autoritario.

In seguito al forte impiego di uomini e di mezzi in queste due guerre, l’Italia entrò in crisi e, all’indomani dello scoppio della 2° guerra mondiale, fu costretta a dichiararsi non belligerante. Sarebbe intervenuta al fianco della Germania solo il 10 giugno 1940, in seguito all’occupazione della Francia da parte di Hitler.

I primi due anni di guerra, fino al 1942, furono dominati dall’avanzata dei nazisti e dei loro alleati. Solo alla fine di quest’anno le sorti della guerra si capovolgeranno a favore di Inglesi e Americani, fino alla loro vittoria. Gli americani sbarcarono in Italia nel 1943 e costrinsero i fascisti a ritirarsi al nord. Nel frattempo i tedeschi inviarono numerose truppe sulla nostra penisola per fronteggiare l’avanzata del nemico. Il governo fascista perse la fiducia del parlamento e Mussolini venne arrestato. In seguito i tedeschi lo liberarono e lo portarono in Germania. Qui organizzò la Repubblica Sociale Italiana, con capitale a Salò. Si trattava di uno stato-fantoccio nelle mani dei tedeschi.

Il governo italiano, guidato da Pietro Badoglio, l’8 settembre 1943 firmò l’armistizio con gli anglo-americani. Da questo momento nell’Italia settentrionale, ancora nelle mani dei nazi-fascisti, si formarono le prime bande di partigiani.

La Resistenza fu un fenomeno comune a tutte le nazioni europee occupate dai tedeschi, ma in Italia, dove esisteva lo Stato collaborazionista di Salò, si trasformò in guerra civile. Oltre ai partigiani combattenti, anche la Resistenza passiva della popolazione diede un contributo importante alla liberazione.

Nell’aprile 1945 i partigiani catturarono Mussolini e lo uccisero: il regime fascista in Italia era inevitabilmente caduto.


Fascismo e nazismo: la Risiera di S. Sabba

Il grande complesso di edifici dello stabilimento per la pilatura del riso, costruito nel 1913 nel rione periferico di S. Sabba a Trieste, venne dapprima utilizzato dai nazisti come campo di prigionia provvisorio per i militari italiani catturati dopo l’8 settembre 1943. Verso la fine di ottobre esso diventò un campo di detenzione destinato sia allo smistamento dei deportati in Germania e in Polonia e al deposito dei beni razziati, sia alla detenzione e alla eliminazione di ostaggi, partigiani, detenuti politici e ebrei.

Dopo aver percorso il lungo corridoio che introduce nella risiera, giunti nel sottopassaggio, sulla sinistra si trova uno stanzone che era chiamato "cella della morte": qui, infatti, venivano stipati i prigionieri destinati ad essere uccisi e cremati nel giro di poche ore. Testimoni raccontano che spesso i prigionieri venivano a trovarsi assieme ai cadaveri destinati alla cremazione.

Al piano terreno, sempre sulla sinistra, si trovano le 17 piccole celle in cui venivano rinchiusi fino a 6 prigionieri, di solito partigiani o prigionieri politici o ebrei, tutti destinati alla morte che poteva avvenire anche dopo molte settimane. Le prime due celle venivano utilizzate come camere di tortura: in esse sono stati ritrovate migliaia di documenti di identità sequestrati ai prigionieri. Tali documenti sono ora raccolti in un archivio in Slovenia.

Nel successivo edificio a quattro piani venivano rinchiusi, in ampie camerate, i prigionieri civili e militari destinati alla deportazione: uomini e donne di tutte le età, compresi bambini di pochi mesi, che da qui finivano a Dachau, Auschwitz e Mathausen.

Nel cortile interno, proprio di fronte alle celle, sull’area oggi occupata dalla piastra metallica, c’era l’edificio destinato alle eliminazioni (la cui sagoma è ancora visibile sul fabbricato centrale) con il forno crematorio. L’impianto, al quale si accedeva scendendo una scala, era interrato. Un canale sotterraneo, il cui percorso è segnato dalla piastra d’acciaio, univa il forno alla ciminiera.

Dopo essersi serviti, da gennaio a marzo del 1944, dell’impianto preesistente dell’essiccatoio, i nazisti lo trasformarono in forno crematorio, cioè in un impianto in grado di incenerire un maggior numero di cadaveri.

Questa struttura venne collaudata il 4 aprile 1944 con la cremazione di settanta cadaveri di ostaggi fucilati il giorno prima in un poligono di tiro.

Quando i nazisti fuggirono, nella notte tra il 29 e il 30 aprile del 1945, distrussero il forno crematorio e la ciminiera con la dinamite, per eliminare le prove dei loro crimini. Tra le macerie furono rinvenute ossa e ceneri umane, oltre alla mazza che veniva utilizzata per colpire alla testa i condannati a morte, di cui rimane solo la fotografia esposta al museo perché fu rubata alcuni anni fa.

I prigionieri venivano uccisi con il gas in automezzi appositamente attrezzati, oppure con un colpo di mazza alla nuca o, ancora, fucilati. Non sempre però essi morivano subito, per cui molti di loro venivano cremati ancora vivi e, per coprire le loro urla, i nazisti facevano rombare i motori dei camion, abbaiare dei cani addestrati allo scopo o mettevano della musica a tutto volume.

Quante sono state le vittime?

Calcoli effettuati sulla scorta di testimonianze personali danno una cifra tra le tre e le cinquemila persone soppresse in Risiera. Ma a queste vanno sommate tutte le persone che sono passate di lì, cioè i prigionieri poi smistati in altri lager o mandati al lavoro coatto.

Triestini, friulani, istriani, sloveni, croati, militari, ebrei, partigiani e antifascisti in genere bruciarono nel forno crematorio della risiera di S. Sabba a Trieste.

Nell’aprile del 1976 si è concluso a Trieste il processo ai responsabili dei crimini commessi durante l’occupazione tedesca: durante il processo, il banco degli imputati è rimasto vuoto in quanto l’unico dei responsabili ancora in vita, Joseph Oberhauser, comandante della Risiera all’epoca dello sterminio, non è stato estradato in Italia grazie agli accordi italo-tedeschi che prendono in considerazione solo i crimini commessi dopo il 1948. Il processo si è concluso con la sua condanna all’ergastolo. Oberhauser è morto nel 1979 all’età di 65 anni.

Ma allora è stato un processo inutile? No, il processo è comunque servito a far saper a tutto il mondo che cos’era successo nel lager di S. Sabba, affinché queste cose non avvengano più.

La Risiera di S. Sabba è oggi monumento nazionale e museo a ricordo perenne delle vittime delle atrocità naziste e fasciste.


La resistenza

La resistenza antifascista partigiana in Italia nacque nel 1943, soprattutto nelle regioni occupate dai tedeschi. I partigiani si rifugiavano spesso nelle zone di montagna, per sfuggire ai controlli delle milizie fasciste. Anche molti Gromesi entrarono nella Resistenza e si rifugiarono sulle montagne intorno a Gromo. I Tedeschi si piazzavano in certi punti strategici del paese con la mitragliatrice e sparavano ogni volta che vedevano dei movimenti sulle montagne.