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Accanto all'enfasi con cui viene descritta la terra da liberare/conquistare, colpisce l'ambiguo riferimento alla popolazione insieme "robusta e intelligente" ma "nomade e selvaggia" che vi abita. I turchi andavano combattuti e sconfitti per la pratica della schiavitł, ma viene da chiedersi come gli arabi, che gli italiani da tale schiavitł avrebbero liberato, dovevano poi impiegare quella forza e quell'intelligenza che pure, secondo il vescovo, non aveva impedito loro di continuare ad essere nomadi e selvaggi.

Quanto all'esaltazione della terra da liberare dalla schiavitł essa richiama alla memoria un altro, ben pił famoso, discorso quello pronunciato da Urbano II nel 1095, a Clermont Ferrand,  in occasione della 1^ crociata: in quel caso si incitava alla liberazione del Santo sepolcro: a rendere invitante l'impresa era una terra in cui scorreva latte e miele, a legittimarla era l'obiettivo santo, ma anche l'inferioritą morale degli infedeli, a consentirla le armi, come sempre.