MANIFESTO DEL RAZZISMO ITALIANO

 

Il 14 luglio 1938 sul "Giornale d'Italia" apparve anonimo uno scrito dal titolo: "Il fascismo e i problemi della razza", che divenne poi celebre come "Manifesto del razzismo italiano".
Questo documento si rivelò fondamentale per la strategia fascista nell'attuare quello che è stato definito il "razzismo di stato".
La paternità del documento generò subito domande che per un certo periodo di tempo rimasero senza risposta. Chi c'era dietro questo scritto? Mussolini aveva in qualche misura preso parte alla sua redazione? da chi era stato voluto?
Un primo tentativo di ricostruzione lo opera Renzo De Felice nella sua "Storia segreta", affermando che il documento originale era stato elaborato da dieci "studiosi", ed in seguito ampiamente rimaneggiato certamente da Mussolini, e molto probabilmente anche da vari funzionari della Cultura Popolare e della segreteria del P.N.F.
Le voci di una presunta paternità del documento da parte di Mussolini e le successive prese di distanza hanno generato una notevole e comprensibile confusione sull'argomento, che ora però, grazie al meteriale di archivio finora sconosciuto si può chiarire. A tal fine è esemplificativa una lettera inviata a Mussolini il 27 settembre 1940 dal giovane antropologo Guido Landra (1913-1980), conosciuto come uno degli "scienziati" che firmarono il "Manifesto". Questa lettera ci fornisce i necessari chiarimenti e gli elementi essenziali per una ricostruzione attendibile della vicenda.
L'occasione per cui il giovane antropologo scrive al "Duce" è dovuta al suo allontanamento dal Ministero della Cultura Popolare; Landra dunque scrive al dittatore per sostenere le proprie ragioni e ricorda gli avvenimenti del "Manifesto" che lo riguardano.

Si apprende così che nel febbraio del 1938, dopo aver letto alcuni appunti di Landra sul razzismo, Mussolini lo mandò a chiamare per mezzo del ministro Alfieri e lo incaricò di costituire un comitato per lo studio e l'organizzazione della campagna razziale.
In seguito, il 24 giugno, lo ricevette personalmente per impartigli direttive precise sul "problema razziale", ordinandogli anche di creare un Ufficio Studi sulla razza con l'obiettivo di "stabilire entro cinque o sei mesi i punti fondamentali per iniziare la campagna razziale in Italia". Lo stesso giorno, Alfieri lo incaricò di "fissare per iscritto i punti essenziali il pensiero del dittatore, riunendo in una specie di decalogo le direttive impartitegli. Nasceva così il "Manifesto del razzismo italiano, o Carta della Razza.

in  conclusione si possono fare alcune riflessioni:

1. risulta evidente la partecipazione diretta e decisiva di Mussolini all'elaborazione
    del "Manifesto", attuato con la complicità di Alfieri, che ebbe il ruolo
    dell'organizzatore, e del giovane Landra, estensore materiale del documento.


2. Dalla vicenda emerge chiaramente lo stretto legame fra elaborazione teorica e
    strumenti istituzionali capaci di attuare, sul piano operativo, una campagna
    razziale.

3. Si delinea con chiarezza l'indirizzo biologico su cui impostare la campagna
    razziale; nel punto 3 del "Manifesto" si afferma che "Il concetto di razza è
    puramente biologico. Esso quindi è basato su altre considerazioni che non i
    concetti di popolo e di nazione, fondati essenzialmente su considerazioni storiche,
    linguistiche, religiose".
Lo stesso concetto è ribadito al punto 7 che recita: "La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose".

Così la "questione ebraica" diventa un problema rigidamente razziale, infatti il punto 9 del "manifesto" ribadisce che gli ebrei sono un  "gruppo razziale non europeo", e quindi sono estranei alla razza italiana di origine "ariana"