Il razzismo: limiti interpretatitvi

 

1) Il razzismo come sinonimo di ignoranza

Circa quaranta anni fa, l’UNESCO si impegnava in un progetto volto a combattere il mito assurdo del razzismo. Vennero sollecitati gli interventi di scienziati, biologi e antropologi, al fine di dimostrare come il dogma delle ineguglianze delle razze fosse basato su nozioni scientificamente false e quindi sull’ignoranza. Tale programma, quindi, si configurava come intervento essenzialmente pedagogico da realizzarsi attraverso l’istruzione e l’educazione.

Sembrava che l’appello ai Lumi della scienza e della razionalità potesse essere un sicuro antidoto al pregiudizio, ma così non fu. La fiducia dell’Unesco ben presto andò a scontrarsi con talune ricerche di scuola psicoanalitica.

 2. Il razzismo come risultato dei conflitti psichici dell’individuo.

Il concetto psicoanalitico di meccanismo di difesa aiuta a spostare su un altro versante la ricerca delle origini del pregiudizio razziale: esso non sarebbe da ricercarsi nell’ignoranza di chi lo manifesta, ma nei conflitti psichici del soggetto stesso. Il soggetto incline ai pregiudizi e che si rifiuta di ammettere i fatti non sempre è ignorante, il suo problema, cioè, non nasce da ignoranza; il suo pregiudizio invece è un sintomo che richiama i concetti psicoanalitici di spostamento – proiezione, di frustrazione – aggressione o la teoria adorniana della personalità autoritaria. A questo punto l’unico rimedio potrebbe essere la psicoanalisi. Ma la soluzione non è così semplice.

Si consideri ad esempio la teoria della "personalità autoritaria" di Adorno. Vi si sostiene che il nazismo – di cui sono diretta espressione l’antisemitismo e la xenofobia in genere – dipende da una particolare struttura della personalità dell’uomo che, educato dalla prima infanzia in maniera repressiva, finisce per adattarsi con difficoltà agli sviluppi della cultura nell’ambito della quale vive; di fatto egli finisce addirittura per rifiutarli, rimanendo morbosamente legato ai valori paterni o tradizionali.. In conclusione i tratti della personalità autoritaria provengono da una originaria educazione fatta di socializzazione autoritaria e repressiva, generatrice del modello "frustrazione – aggressione" che trova nell’etnocentrismo, nella xenofobia, nel conservatorismo, nell’autoritarismo (fascismo, nazismo), nella ricerca del capro espiatorio (antisemitismo, xenofobia ed eterofobia in genere), nello stile cognitivo rigido le espressioni più costanti.

Questa soluzione legata al modello repressione – frustrazione – aggressione pare tuttavia non convincere molti. La ragione sta nella impossibilità di provare che i pregiudizi siano legati alla educazione repressiva. La categorizzazione del razzismo come malattia mentale tenderebbe a fare del razzismo il risultato di una seconda natura dell’individuo. Legare poi i tratti della personalità autoritaria al conservatorismo e alla rigidità mentale significa non solo trascurare che pensiero rigido e personalità autoritaria si riscontrano sia nella sinistra che nella destra, ma che questi modelli di analisi portano ad una psicologizzazione del fenomeno.

 3) La "naturalizzazione del razzismo"

Una sorta di pessimismo antropologico porta a far credere che il razzismo sia una eredità della xenofobia pensata come originaria della specie umana ed effetto delle logiche sociali di dominio (schiavismo, colonialismo, imperialismo etc,) Insomma i germi del razzismo sarebbero immanenti alla natura umana, essi sono destinati a perpetuarsi; l’antirazzismo, in questo caso, sarebbe solo una conquista: il risultato della lotta della cultura contro la natura.

Anche questa soluzione pare fragile.

 Non si è razzisti, lo si diventa. Il principale elemento di spiegazione di una attitudine o di una disposizione sociale è la situazione. Sono proprio le spiegazioni razziste che ricorrono sistematicamente alla natura degli individui per spiegare i loro comportamenti. In questo modo tutto si potrebbe giustificare: gli europei hanno conquistato il mondo perché la loro natura li ha predisposti a farlo, i non europei sono stati conquistati perché la loro natura li condannava ad esserlo. La conclusione razzista: i conquistatori sono per loro natura superiori, i conquistati per loro natura il contrario.