Antirazzisti. Perché?

 

In nome della civiltà e contro le barbarie

In questo senso l’antirazzismo è un umanesimo che rompe con un comportamento arcaico e primitivo, con un passato tribale.

Questa prima posizione fa riferimento implicito ad una linea discriminante tra barbarie e civiltà, tra popoli barbari e civili che presuppone una ineguaglianza interumana e quindi una categorizzazione razziale. Su tale configurazione, quindi, la posizione antirazzista non sfugge all’ombra di ciò che essa denuncia: il razzismo.

 

In nome della verità scientifica

In questo caso l’antirazzismo si definisce come un discorso di verità contro idee false.

Il limite di questa risposta sta nel fatto che se da un lato, attualmente, nulla permette, da un punto di vista genetico, di suddividere la specie in razze distinte, dall’altro nulla ci assicura che sarà sempre così, dato il carattere storico e provvisorio dei dati scientifici. L’attuale sconfitta di numerose teorie razzialiste, non pregiudica a priori eventuali teorizzazioni contrarie.

I pericoli derivanti dall’antirazzismo scientifico sono essenzialmente due:

  • opporre ad un dommatismo (il razzismo scientifico) un altro dommatismo;
  • fondare la morale e la politica sulla scienza.

Buona l’osservazione del genetista Pierre – HentryGouyon. Spiegare che le razze non hanno fondamento scientifico sarebbe pericoloso: "E se avessero un fondamento, bisognerebbe essere razzisti?". Qualunque cosa si dimostri, la natura non può dettare le norme morali. "Agisci in modo da considerate l’umanità, in te come negli altri, sempre come fine, mai solo come mezzo". L’imperativo etico kantiano è incondizionato, è un imperativo della ragione pura pratica, non condizionato cioè da nessun elemento esterno alla semplice ragione umana.

 

In nome della pace e della eguaglianza

Contro ogni divisione, differenziazione, discriminazione, l’antirazzismo diventa un "dovere universalista" che si coniuga con la mondializzazione della cultura, della informazione, della economia, con la mescolanza planetaria e delle identità nazionali.

Il prezzo da pagare a questa retorica antinazionista rischia di essere troppo elevato. Così facendo non si rischia di sopprimere le differenze? Non si rischia in nome della mondializzazione di disumanizzare l’umanità, imponendole un modello unico di civiltà, quello del più forte, derivato da alcuni tratti della moderna civiltà occidentale, generata dalla pseudodemocrazia del mercato e della comunicazione?

 

In nome del diritto alla differenza

L’esaltazione della differenza, quale strutturale espressione dei gruppi umani diventa un attributo, una specificità dell’uomo. In questo caso l’antirazzismo è un differenzialismo, caratterizzato come un "essenzialismo pluralista", secondo il quale la diversità culturale è iscritta nella essenza stessa dell’uomo.

 

L’insuperabile aporia e il compito infinito

Confrontando tra loro le ultime due posizioni arriviamo a formulare il fondamentale dilemma e l’estrema aporia dell’antirazzismo. O si ritiene che le differenze siano buone (essenzialismo pluralista) oppure solo l’umanità è da difendere (dovere universalista) attraverso la cancellazione delle differenze. Tra questi presupposti non c’è alcuna sintesi.

"Bisogna, quindi, fare delle scelte tattiche, la scelta del male minore, posto che non vi sono soluzioni semplici e definitive. Per questo la lotta contro il razzismo è un compito infinito. In ogni caso pensare l’insormontabile conflitto dei valori non significa ritrarsi dall’esistenza e nemmeno impedirsi d’agire."