La pellagra si diffuse nella seconda metà del Settecento nell'Italia centro-settentrionale, a causa di assenza di vitamina PP nell'alimentazione.

I contadini bergamaschi si nutrivano sempre più di granoturco, consumato sotto forma di polenta, e sempre meno di pane bianco. Assunta come alimento esclusivo, la polenta provocò danni irreparabili all'organismo e alla mente di molti contadini.

 

La sintomatologia della pellagra presentava,  generalmente, una prima fase di eritema: si    screpolavano le mani, la pelle esposta al sole si squamava.

Il secondo stadio era caratterizzato da vertigini, debolezza fisica e disturbi gastrointestinali, con forti diarree.

Se non intervenivano fattori che modificavano la dieta, la malattia evolveva in demenza e veniva curata con il ricovero manicomiale.

La descrive Facheris: "una lesione particolare al sistema nervoso, per cui gli ammalati deboli dapprincipio e quasi paralitici passavano ad una sorta di melancolia che può dirsi pavida e spesso religiosa".

La cura che l'ospedale riservava ai pellagrosi consisteva nel miglioramento della dieta, resa più varia e completa, la somministrazione di alcuni medicinali e bagni o docce refrigeranti e igienici. Mediamente si curavano 500 malati all'anno, con turni di ricovero di 15/20 giorni.

Per molti il destino era la morte.

 

Secondo il censimento del 1830 nella provincia di Bergamo si contarono 6.071 malati di pellagra, pari al 30% della Lombardia; nel 1856 erano saliti a 8.522, circa il 23% del totale dei pellagrosi di Lombardia.

 

L'unica misura preventiva adottata mirava al miglioramento dell'alimentazione: ospedali, cucine economiche e locande sanitarie distribuivano una minestra o un pasto gratuito ai poveri bisognosi.

Queste strutture si moltiplicarono negli anni, ma ottennero effetti positivi solo nell'area urbana.

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