Di seguito si narra la storia dei giorni della rivoluzione vista dai ragazzini che si immagina via abbiano partecipato; se vuoi puoi scaricare la pagina e leggere i tre capitoli di questo racconto off-line (dopo aver spento la connessione)

A BANDA DELLA RIVOLUZIONE

PERSONAGGI:

ALESSANDRO (LESTO)

GIAN BATTISTA (GIBI’-IL SOGNATORE)

ANTONIO (TUTTORECCHI)

MARIUCCIA (L’INVENTASTORIE)

LUCILLA (GRANDAMA)

 

CAPITOLO PRIMO

Corre l’anno 1797; è il 14 marzo.

I rintocchi del Campane annunciano un fatto straordinario:

in Piazza Vecchia

sono state bruciate le parrucche dei nobili signori della città

e con esse sono stati gettati sul fuoco purificatore

il potere

e i privilegi

di questa classe sociale.

- DON- DON- DON- Cittadini, sentite?

Il suono delle campane

scuota la vostra mente

e la risvegli il vento di libertà che spira sulla città di Bergamo.

Da due giorni abbiamo mandato a casa

il Governo Veneto ed abbiamo proclamato

la Repubblica Bergamasca!

Il Leone di San Marco non ha più artigli

e neppure un gatto domestico lo temerebbe!

Guardate, cittadini:

fumano ancora le cataste di legna su cui abbiamo bruciato

la prepotenza dei dominatori

e i privilegi dei nobili!

Prima che il Campanone annunciasse ai Bergamaschi l’evento straordinario del singolare, rogo delle parrucche per tutto il giorno nelle vie della città c’era stata grande animazione.

In groppa ad un giovane asino vigoroso, Alessandro, un monello malvestito e miserabile aveva trovato un’insperata occasione di divertimento.

Già alle prime luci dell’alba, chiamati a raccolta i suoi fedelissimi amici, aveva caracollato l’asino su e giù per i borghi, dentro e fuori le viuzze della città, battendo ai portoni delle case, vociando allegramente e inneggiando alla Rivoluzione.

Alessandro, da tutti soprannominato Lesto, godeva fama d’essere un gran monello.

Nessuno poteva dir proprio male di lui che, in fondo, era di buon cuore, leale e fidato.

Il guaio suo era solo quello di divertirsi, qualche volta fuor di misura, a giocar scherzi ai grandi, mettendo alla berlina quelli che in città contavan più di tutti ed erano maggiormente riveriti.

Poteva contare, il mariuolo, sulla manforte di quattro monellucci par suo: Antonio, Gian Battista, Mariuccia e Lucilla.

Erano questi la sua vera famiglia: dalla mattina e fino al tramonto se ne andavano spesso girovagando qua e là, meditando marachelle d'ogni sorta.

Antonio, chiamato Tuttorecchi per via di una sua certa abitudine ad origliare pettegolezzi e bisbigli di comari, forniva spesso l’occasione di combinare le burle più spassose, a rimediar le quali doveva poi pensare Gibì, Gian Battista, detto "il Sognatore".

Questo monello, dall’aria timida e discreta, quasi educata alle buone maniere, sgranando i suoi occhioni celesti in faccia alla malcapitata vittima di turno, riusciva a disarmarne la rabbia. Come pensare che una simile faccia d’angelo potesse aver avuto un qualche ruolo nello scherzaccio appena messo a segno? Ben altre facce hanno i monelli che ne sanno combinare più di quelle che riescono a pensare!

Gibì un po’ ingenuo lo era davvero e pauroso anche più di quanto lasciasse intravedere, per questo nelle occasioni più speciali, quando la temerarietà era il primo lasciapassare, il nostro sognatore era d’intralcio ai progetti della banda, ed Alessandro, lesto nel pensare come nell’agire, inventava lì per lì un’incombenza d’affidargli per toglierselo di torno.

In questo gli dava manforte Mariuccia, una bimbetta grassa come un fico, sempre scarmigliata e sorridente, conosciuta in città con il nomignolo di "Inventastorie".

La piccola era bravissima a sciorinare, nei momenti più impensabili, dei racconti strampalati ed avvincenti che conquistavano gli occasionali uditori e li tenevano incollati lì, a pendere dalle sue labbra fino a quando, con un sussulto inaspettato, Mariuccia decideva che per quel giorno non aveva più voglia d’inseguire fantasticherie ed era ora di cambiar gioco.

Avevano un bel supplicarla di continuare e di raccontare come andava a finire quella storia: Mariuccia era irremovibile e diceva: "Adesso non la so più; la storia è andata via; forse tornerà domani.

A quel punto non c’era più nulla da fare e il gruppetto si scioglieva tra mormorii di delusioni e improbabili progetti di vendetta.

In realtà nel gruppo regnava una perfetta armonia e quei monelli si limitavano tra loro a scherzucci senza importanza che dimenticavano presto.

Le idee migliori, complottate insieme, le riservavano per i grandi, quelli che davan loro tante noie e molti scapaccioni.

Quando Lucilla, la più grande del gruppo, chiamava a raccolta i suoi amici con tre suoni modulati di un fischio convenuto, in men che non si dica, sbucati da chissà quale portone, i monelli arrivavano trafelati come se, fino allora, non fossero rimasti ad aspettare altro.

Lucilla, chiamata Grandama, camminava sempre impettita cercando d’imitare il contegno altezzoso delle signore che passeggiavano appese al braccio di pingui consorti per le vie della città.

Aveva dodici anni e non perdeva occasione di far notare ai suoi amici che le dovevano rispetto ed obbedienza, proprio perché era la più grande.

In realtà il suo aspetto fisico le dava qualche vantaggio sul resto della banda: di statura alta e slanciata, con il viso sempre serio e compunto da ragazzina più matura dei suoi dodici anni, Lucilla era benvoluta da tutti nonostante i motteggi che suscitava quando si metteva in testa di atteggiarsi a signora.

Quel giorno il gruppetto ne aveva combinate proprio di tutti i colori.

Non c’era via della città che non avesse riecheggiato dei loro schiamazzi gioiosi ed eccitati per quell’inconsueto compito: dovevano raccogliere tutte le parrucche dei nobili signori e portarle sulla catasta di legna preparata in Piazza Vecchia perché fossero bruciate.

Quale ghiotta occasione di divertimento!

Dalla strada, vociando a pieni polmoni, si sparpagliavano negli androni aperti, salivano le scale delle dimore più nobili della città e reclamavano quel trofeo da esibire a riprova che i tempi erano davvero cambiati.

Da quel momento in poi, chi aveva goduto in passato il privilegio di esser nato in una famiglia nobile, avrebbe dovuto rassegnarsi a diventare un comune mortale, sempre che non avesse operato, in precedenza, con particolare tirannia nei confronti del popolo.

Queste cose i cinque amici le sapevano più per l'esperienza diretta della vita quotidiana che per averle apprese da complicate spiegazioni.

 

Nell’andar di casa in casa, i monelli non perdevano l’occasione per lustrarsi gli occhi davanti a tanto sfoggio di ricchezze e agi.

Il loro sguardo si posava stupito sui mobili raffinati e gli arredi sontuosi che intravedevano da qualche porta e ancor più si meravigliavano del modo di vestire che i nobili rampolli della loro stessa età ostentavano.

I cinque della banda commiseravano quei tapini che avevan tutta l’aria di non trovarsi per nulla a loro agio dentro quegli abiti alla moda, ma così complicati e, si capiva subito, tanto scomodi.

Qualche linguaccia l’avevan fatta ai bamboccetti spaventati e piagnucolosi che avevano incontrato e in quell’occasione si erano sentiti, per la prima volta vittoriosi di non si sa quale battaglia.

- Non sembrano contenti di vederci! – aveva detto ridendo Alessandro dando una gran pacca sulla spalla d'Antonio.

- No, ma io scommetto che darebbero almeno la metà dei loro giocattoli per potersi unire a noi! – aveva replicato quel monello.

- Potremmo organizzare uno scherzetto, roba da poco, tanto per far capire che, anche se non siamo benvestiti come loro e non usiamo le maniere fini, sappiamo il fatto nostro!

- Ben detto!

- Piano, piano! Che cosa avreste intenzione di fare?- chiese Lucilla sopraggiunta in quel momento.

- Io so cosa li indispettisce più di tutto- intervenne Antonio- una volta ho sentito il figlio della signora Prassede vantarsi d’essere il più bravo nel gioco del "Ricomponi tu", ma se lui accettasse la sfida, io potrei certamente batterlo. So riunire figure diverse in men che non si dica! Queste pappemolli viziate non sopportano che dei ragazzacci come noi li superino in qualche gioco!

- Mi sembra una buona idea questa della sfida- interloquì Lucilla- ci vado io a chiamare quel damerino!

Non aveva ancor finito di pronunciare quella frase che già saliva le scale di casa della signora Prassede chiamando a gran voce il nobile Riccardo, figlio della donna.

Il piccolo non si fece attendere: incuriosito da quel vociare era uscito sul pianerottolo già sperando in un diversivo alla sua noia, ma era rimasto titubante e un po’ imbambolato alla vista di quegli scalmanati.

Sentita la proposta di una sfida a quel gioco che tanto l’appassionava, aveva accettato di buon grado di misurarsi con Antonio che, alla prima occhiata gli era sembrato un avversario tutt’altro che pericoloso.

Stabilirono d’incontrarsi quella sera, in piazza del Mercato, per dare corso alla sfida.

Naturalmente chi avrebbe perso sarebbe stato messo alla berlina e il vincitore non gli avrebbe risparmiato motteggi e lazzi.

Su questo accordo i cinque ragazzi della banda si allontanarono e ripresero il giro per la raccolta delle parrucche.

Man mano si avvicinavano alle vie più affollate, non disdegnavano di compiere qualche monelleria a danno di chiunque capitasse a tiro: una pedata ben assestata negli stinchi d’un ragazzotto vanesio, convinto d’essere un Adone; una spintone "involontario" contro la donna che reggeva un grosso cesto di frutta...

Insomma, non tralasciarono occasione per compiere dispetti d’ogni sorta.

Verso sera, senza più voce e in uno stato da far pietà, si radunarono intorno al falò di Piazza Vecchia e guardando rapiti le fiamme che illuminavano il crepuscolo, rimasero zitti per un po’.

La gente intorno inneggiava alla Rivoluzione.

I grandi s’abbracciavano e si baciavano contenti.

Nell’aria, insieme all’odore acre del fuoco, si respirava qualcosa di nuovo che non si riusciva neanche a definire.

I cinque monelli se ne stavano finalmente tranquilli ad osservare quell’animazione straordinaria.

Sentivano che una strana commozione saliva a pizzicare i loro occhi, ma forse era solo il fumo del falò.

Ognuno, in cuor suo si domandava come sarebbero stati i tempi a venire.

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CAPITOLO SECONDO

15 MARZO 1797

 

- Lesto, scendi! Ho da raccontartene delle nuove!

Lo scalmanato che urlava come uno straccivendolo era Gian Battista, Gibì per gli amici.

Contrariamente al solito, il ragazzino appariva ben sveglio nonostante fosse da poco spuntata l’alba.

Trafelato ed ansante, si appoggiò, per ripigliar fiato, all’uscio della casa del suo amico Alessandro.

Vedendo che quel poltrone tardava a comparire, forse a causa dell’eccessiva baldoria del giorno innanzi, Gian Battista urlò nuovamente:

- Lesto, sbrigati! Non c’è un minuto da perdere! Se te ne stai nel letto, ti perdi uno spettacolo che mai ti saresti sognato di vedere!

- Sssss...Vuoi smetterla di urlare come un pazzo? A quest’ora le persone per bene dormono ancora!

- Oggi non si può dormire! –proseguì imperterrito Gibì- Sono successe cose che...

- Ti ho detto di finirla di strillare, o sveglierai anche il piccolo Matteo, il bimbo che è nato ieri nello scantinato qui sotto!

Stai fresco se ti sente mia madre! Una catinella d’acqua in testa non te la leva nessuno.

Quest’ultimo argomento sembrò impressionare molto Gibì che, freddoloso era per natura e con quella casacchina lisa e sdrucita che aveva addosso, proprio non se la sentiva di rischiare anche un bel raffreddore.

L’aria di marzo pizzicava ancora; di sera si rincasava presto e si stava volentieri vicino al fuoco con la famiglia riunita.

I piccoli, assonnati, ascoltavano per un po’ le parole dei grandi, poi finivano con l’addormentarsi contro la spalla di un fratello più grande o con la testina appoggiata sopra il tavolo.

Levarsi dal letto la mattina richiedeva un atto di coraggio: nella stanza intiepidita soltanto dai fiati delle persone che vi avevan dormito, era tutto uno scalpicciare di piedi nudi sull’impiantito gelato e uno sfregar di mani arrossate che si tentava di riscaldare soffiandovi sopra con forza.

In Borgo Canale i ragazzini si conoscevano tutti e ben note erano anche le punizioni che le mamme infliggevano a saldo del conto, sempre lunghissimo delle loro marachelle.

Gibì, per non incorrere nella temuta lavata di capo a prima mattina, abbassò il tono di voce, ma continuò a sollecitare l’amico perché subito scendesse e, senz'altro indugiare, lo seguisse per vedere, coi propri occhi, uno spettacolo davvero inconsueto.

I due monelli s’avviarono di buona lena nella direzione della e alle domande pressanti con cui Lesto cercava di dar soddisfazione alla propria curiosità, Gian Battista rispondeva con fare evasivo e misterioso: - Vedrai, vedrai...

Quando giunsero nei pressi del Prato della Fiera videro un insolito assembramento:

molte persone, vociando e alzando le braccia, inneggiavano alla Rivoluzione e si avvicinavano al luogo in cui, come cadaveri del passato regime, giacevano le teste delle statue dei Patrizi Veneti e di alcuni Pretori Bergamaschi.

Qualcuno, durante la notte, aveva abbattuto le statue per far capire, se ancora ve ne fosse stato bisogno, che i vecchi tempi erano proprio finiti.

Alessandro e Gian Battista si unirono ai curiosi ed anch’essi inneggiarono alla Libertà e all’Uguaglianza di tutti i cittadini.

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CAPITOLO TERZO

16 MARZO I797

Che giornata memorabile fu quella!

I cinque monelli che tutti ormai chiamavano, a causa della loro assidua presenza nei luoghi in cui era successo qualcosa d’importante, "La Banda della Rivoluzione", erano costantemente alla ricerca di notizie dell’ultim’ora.

 

Petulanti, intraprendenti, scaltri e svelti a capire come comportarsi in ogni situazione, i cinque amici sapevano come organizzarsi per non perdere nulla degli importanti avvenimenti che in quei giorni avevano sconvolto la vita della città.

Certo, a loro non era consentito entrare nei palazzi in cui si decidevano le sorti dei Bergamaschi e non potevano neppure sapere quali propositi si nascondessero nelle intenzioni di chi tirava le fila degli avvenimenti che rapidamente si susseguivano, ma erano ragazzini svegli, frequentavano le strade e le piazze della città e coglievano al volo i commenti degli adulti.

Si erano fatti un’idea ben precisa di quei fatti straordinari: le cose in passato non erano andate secondo giustizia. Chi mai aveva affermato che un uomo, solo per il fatto di essere nato ricco, potesse usare prepotenze d’ogni genere verso chi era stato meno fortunato di lui?

I ragazzini ben conoscevano la stanchezza dei loro padri quando tornavano, la sera, dal lavoro.

Il padre di Mariuccia faceva il contadino e, pur spezzandosi la schiena nel duro lavoro, riusciva appena a sfamare la sua famiglia alla meglio, senza tuttavia riuscire ad offrirle una vita decorosa.

Spesso i rintocchi del Campane lo coglievano ancora intento a curare quella terra in cui si consumavano i suoi giorni e la sua stessa salute.

Il pover’uomo riponeva svelto i suoi attrezzi e si avviava, il più speditamente possibile verso casa, con la fretta della stanchezza e della fame.

Quando il vento portava il suono grave dei centottanta rintocchi che precedevano la chiusura delle Porte, tutti coloro che si trovavano nella vasta zona ai piedi della città, si affrettavano a rientrare.

Quali gravissimi rischi avrebbero corso se, per un malaugurato contrattempo, avessero trovato l’ingresso sbarrato dalle sentinelle!

Briganti e malfattori, che numerosi circolavano con il favore delle tenebre, avrebbero certamente fatto rimpianger loro il pur misero conforto delle case in cui tutta la famiglia riunita attendeva impaziente che essi tornassero.

Ne andava della stessa vita!

Il padre di Mariuccia, pur di non rischiare brutte avventure, dava fondo alle ultime energie che gli rimanevano per affrettare il passo e giungere così in tempo utile dentro le mura della città.

Una volta in casa, poi, si sedeva stanchissimo vicino al fuoco ed attendeva con impazienza che la moglie gli presentasse il piatto di minestra fumante capace di rimetterlo un po’ in sesto.

Nell’attesa rimuginava tra sé sull’avversa sorte che lo costringeva ad una vita durissima in cui non c’era posto neppure per i sogni.

La sua realtà era quella che la condizione sociale stessa gl’imponeva: dei pochi denari che guadagnava, rimaneva quasi nulla dopo aver pagato dazi e gabelle!

La madre della bambina era una donnetta minuta, dal carattere schivo e taciturno; così era diventata da quando aveva perso, in un solo giorno, due gemellini di poco più di un anno che non gliela avevan fatta a superare i rigori di un inverno particolarmente freddo.

A distanza di qualche tempo era nato il piccolo Giuseppe, e Mariuccia, che pure era ancora bimbetta, se n’era sempre occupata con grande amore e dedizione.

Proprio per zittire il pianto del fratellino, aveva cominciato ad inventare delle storie che andava a pescare in chissà quale angolo remoto della sua mente.

Anche il padre di Lucilla aveva fatto, in passato, il contadino, ma la salute cagionevole da qualche tempo gli impediva di lavorare con regolarità.

Quando in casa la madia era vuota e non si trovava neppure una ciotola di farina per preparare la polenta, unico alimento caldo della giornata, Lucilla andava in Piazza del Mercato ed offriva i suoi servigi agli ortolani che, più per pietà che per vero bisogno, le facevano sistemare le verdure sul bancone o le chiedevano di portare la spesa a casa di qualche ricca signora.

Quest’incombenza piaceva molto alla bambina che aveva modo così d’entrare nelle belle abitazioni di chi, certamente, non sapeva neppure cosa significasse trovare il piatto vuoto a mezzogiorno.

Lucilla si estasiava nel guardare i mobili lucidi e belli che componevano l’arredo della stanza, i magnifici quadri alle pareti, i ninnoli sui tavolini, i pizzi e i tendaggi sontuosi alle finestre.

Quanto le sarebbe piaciuto abitare in una casa come quella!

Certe sere, quando il sonno tardava a venire, cercando di ignorare i borbottii del suo stomaco, tornava con il pensiero in quelle case e sciogliendo le briglie alla fantasia s’immaginava d'essere essa stessa una ricca signora che si occupava in prima persona dell’andamento domestico.

I suoi piccoli amici, che conoscevano questa debolezza, la prendevano in giro e quando la vedevano camminare impettita, l' apostrofavano piuttosto rudemente dicendole: - Lucilla, falla finita! Tu non potrai mai essere una vera signora; guarda i vestiti che indossi: ti sembran forse quelli che porta la moglie del Podestà ?

La piccola non sembrava adombrarsi per quelle parole e continuava a camminare con un’espressione di sussiego dipinta sul visetto scatenando l’ilarità dei suoi amici.

 

Quel giorno i cinque della Banda della Rivoluzione, fieri della coccarda tricolore cucita sulle loro casacche, si erano trovati nelle prime ore del pomeriggio al convento dei frati francescani, situato nella città vecchia, per vedere con i propri occhi il posto preciso in cui era stato sradicato un albero alto che ora si trovava in Piazza Vecchia.

Quello non era un albero come tutti gli altri; era ben valsa la pena di sacrificarlo in nome della Libertà!

Quella sera stessa i Rivoluzionari l’avrebbero addobbato; già fervevano i preparativi per la gran festa e ovunque si respirava una febbrile attesa.

Era giunta notizia che anche nei paesi oltre il confine della città si stavano erigendo alberi simili e ovunque si esultava nella certezza che un tempo nuovo fosse ormai iniziato.

Nel convento di san Francesco c’era un confuso andirivieni di persone che non si capiva bene che ruolo avessero nei fatti di quei giorni; di sicuro tra quelle mura, regno di pace e di silenzio sino a poco tempo prima, ora dominava il caos.

Antonio sosteneva d’aver udito con le proprie orecchie le parole di un vecchio frate che biascicava tra sé mentre percorreva con passi svelti e brevi il chiostro delle Arche.

- Qui è entrato il demonio! Ah, i malfattori! Come hanno potuto rinnegare la scelta santa della vita del convento?

Chi poteva immaginare che in questo luogo di penitenza e di preghiera cospiratori rivoluzionari tessessero le loro trame?

Così andava rimuginando il frate mentre tornava sui suoi passi, avanti e indietro, incapace di accettare l’idea che alcuni suoi fratelli, abbandonato il saio, si fossero uniti ai molti che in piazza inneggiavano alla Rivoluzione.

D’altra parte erano quelli tempi davvero strani e i capovolgimenti si susseguivano a ritmo incalzante: soltanto il giorno prima il vescovo di Bergamo, monsignor Giampaolo Dolfin aveva chiesto ai parroci di aderire alla Repubblica bergamasca e di adoperarsi affinché i fedeli accettassero il nuovo corso degli eventi.

- Ho visto l’abate Agostino Salvioni correre verso la piazza come un invasato! – affermò Alessandro.

- Dicono che molti di loro sono diventati giacobini! – aggiunse con fare saputo Gian Battista.

- Hanno fatto proprio bene- intervenne a dire Lucilla. – Chissà quante cose sono successe senza che noi ce ne accorgessimo!

- Può darsi, ma adesso è inutile stare qui ad almanaccare su quello che è già avvenuto.

Prepariamoci piuttosto per la festa di stasera in Piazza Vecchia.

Questa sì che è un'occasione da non perdere!

Sulle sagge parole di Mariuccia i cinque amici si separarono dopo aver combinato di ritrovarsi vicino al negozio del libraio Antoine, nel borgo di san Leonardo.

Decisero che avrebbero approfittato dell’occasione per chiedere a quell’anziano signore di regalare loro, datosi che tutti erano in festa ed avevano più di un motivo per sentirsi lieti, un almanacco della Rivoluzione.

Era una bella cosa da sfogliare; sarebbe stato bello riuscire a decifrarne anche le parole, ma essi si accontentavano di guardare ripetutamente le figure che vi erano disegnate, giacché non sapevano leggere né, tantomeno, scrivere.

A quei tempi non c’era ancora la scuola per i poveri!

- L’almanacco della Rivoluzione si chiama - decadario - precisò Mariuccia che aveva un debole per le parole nuove e le imparava in men che non si dica.

La sera stessa, verso le otto, la Banda della Rivoluzione era pronta, prontissima a godersi in pieno la notte di festeggiamenti che già le note della Marsigliese anticipavano.

- Guardate che meraviglia! Quell’albero sembra vivo!

- Sei la solita esagerata Mariuccia! A dar retta a te si crederebbe che qualsiasi cosa possa mettersi, da un momento all’altro, a parlare o a camminare!

- Le parole sarcastiche d'Antonio non offesero punto la piccola che continuò a dire con tono rapito: - No, a camminare no, ma certamente questa bellissima musica gli metterà una gran voglia di ballare!

Mentre fervevano i preparativi, alcuni uomini coprivano la fontana della piazza per trasformarla in un palco su cui più tardi salirono alcuni personaggi importanti tra i quali il vescovo Dolfin e il comandante delle truppe francesi, Faivre.

Dolfin indossava uno sfarzoso abito verde (il colore dei cisalpini); aveva i galloni d’oro, così come la cintura dalla quale pendeva una gran durlindana.

Un’immensa folla stava raggiungendo la piazza.

L’atmosfera di quelle ore era indescrivibile: pareva che tutti, improvvisamente, scordati i vecchi rancori e le preoccupazioni, si volessero un gran bene e non avessero mai fatto altro nella vita che ballare allegramente dalla mattina alla sera.

Quando furono distribuite le corde e in cima al palo fu posto il berretto frigio che era il simbolo della Libertà e dell’Uguaglianza, la gente incominciò a battere freneticamente le mani, in preda a quella gioia pura che soltanto la prospettiva di un cambiamento desiderato riesce a creare.

- Evviva, evviva- gridarono unendosi al coro i nostri cinque amici e piccoli brividi d’emozione li percorsero quando gli squilli delle trombe s’alzarono solenni per dare maggior rilievo a ciò che stava avvenendo.

Nella piazza rimbombarono i colpi dell’artiglieria.

Come se tutta quell’emozione non fosse bastata, il suono del Campane sovrastò ogni altro rumore ed era davvero uno spettacolo eccezionale quello che la piazza offriva.

L’albero della Libertà

, maestoso nei suoi colori bianco, rosso e verde si ergeva altissimo e dominava quei piccoli uomini che là sotto si agitavano.

- La Libertà sta sopra a tutto- pensò ad alta voce Gian Battista- non c’è nient’altro che conti quanto lei!

Alcuni patrioti corsero sotto l’albero e lo abbracciarono con trasporto, poi lo baciarono ripetutamente.

- Si vede che quelli sono veri rivoluzionari! - notò Lucilla che avrebbe voluto fare altrettanto.

- Zitti, mocciosi! Non vedete che sta per parlare il cittadino Girolamo Longaretti? – disse con impazienza un giovanotto che continuava ad applaudire.

Durante la lettura del discorso, sotto l’esaltazione che quelle parole aggiungevano negli animi già accesi, il simbolo di Venezia, la Serenissima, il Leone di san Marco, fu abbattuto dal Palazzo Vecchio, tra gli applausi della folla.

Ad ulteriore dimostrazione della piega diversa che le cose avevano preso, una delle donne più in vista tra i nobili bergamaschi, l’ex marchesa Maria Terzi, danzò con un giovane macellaio, Lazzaro Albardi, detto Lasarì.

Sotto il porticato Di Piazza Vecchia, due burloni mascherati da Arlecchino e Pantalone inscenarono una farsa che scatenò le risa e gli schiamazzi degli astanti.

Arlecchino distribuiva randellate sul fondoschiena della malcapitata maschera veneziana e gl’intimava di lasciare la città al più presto, come già erano stati costretti a fare ben più noti personaggi nei giorni precedenti gli eventi che stiamo narrando.

"Ah, fiol d’un can, an s’è stofacc de te! Scultem me, l’è mei che te a Berghem te se faghet pio èt perchè l’aria de che l’è mia trop salutare per té! "

Il ragazzotto che indossava il costume di Pantalone cercava di schivare i colpi dell’arguto Arlecchino e si limitava a girare in tondo gridando: " Ih, iiiiiiiiiiih! "

La gente incitava la maschera bergamasca a raddoppiare le randellate e beffeggiava Pantalone.

Qualche giorno dopo questi fatti, Gregorio Fontana avrebbe scritto al gran matematico bergamasco Lorenzo Mascheroni questi versi:

- Mascheroni la vostra Arlecchinopoli

Ha dato un passo sì sublime e raro,

Che più di Roma e Costantinopoli

Il suo nome sarà famoso e chiaro.

Venerata oggimai da tutti i popoli

Dalla meta più eccelsa e giunta al paro.

O Libertà! Sono portenti tuoi,

Trasformar gli Arlecchini in tanti Eroi.

Il veneto Lion perduto ha l’ugne,

e della chioma il rigoglioso onore:

Prosteso al suol inetto all’ardue pugne

Palpita e langue in sen d’altro squallore.

Quel rio furor, cui lena e forza aggiugne

L’altrui codarda inezia e il vil timore

Tutto è già spento ed or lo affanna e pugne

Del suo misero fato alto terrore.

Le intimidite belve ormai sicure

Dai lionini unghion tronchi e disfatti,

Corrono a contemplare le sue sventure,

E con scherni ed insulti all’uopo adatti

Inaspran le cocenti estreme cure

E dalla vita sua gli ultimi tratti.

La felicità, chiassosa e sfrenata di tutta la popolazione radunata in piazza, si sciolse in canti rivoluzionari, lanciati a piena gola contro il cielo.

Tutti si unirono alla festa e ballarono e cantarono fino a tarda ora.

Nessuno in quella notte pensò ai problemi con cui l’indomani avrebbe dovuto fare i conti: la mancanza di cibo, il lavoro massacrante e mal pagato, le epidemie che continuavano a mietere vittime numerose.

In quella notte tutti pensarono che le loro vite sarebbero davvero cambiate: soprusi ed angherie appartenevano ad un passato che non si voleva ricordare.

Anche i balli e l’allegria dei nostri cinque amici cantarono nella notte un inno di speranza.