Il Museo per la Storia
Otello Sangiorgi
Museo civico del Risorgimento di Bologna

 

Introduzione storica

All'interno della Esposizione Emiliana, svoltasi a Bologna nel 1888, fu istituito un "Tempio del Risorgimento", che esponeva anche molte delle memorie già esposte Torino di quattro anni prima.
L'iniziativa ottenne un grande successo tanto che, alla sua chiusura, il Consiglio comunale deliberò l'istituzione di un Museo permanente, che venne inaugurato il 12 giugno 1893 in una sala al pian terreno del Museo Civico, con materiali in massima parte giunti attraverso donazioni.
Come gli altri Musei del Risorgimento, anche quello di Bologna sorse con un duplice intento: da una parte educare il popolo - e particolarmente le giovani generazioni - agli ideali patriottici, dall'altra favorire la ricerca storica sul recente passato e fornire strumenti per il lavoro degli studiosi; la Sala espositiva del Museo fu destinata ad adempiere alla prima funzione, mentre la Biblioteca-Archivio era rivolta prevalentemente agli studiosi. Le numerose donazioni comprendevano infatti, oltre ai cimeli, anche libri e documenti. Tale materiale fu così abbondante da richiedere, nel 1904, l'istituzione di una Biblioteca ad hoc, con propri locali e proprie finalità.
Nel 1915 anche il Museo di Bologna, come gli altri musei del Risorgimento, iniziò a raccogliere documentazione di quella che veniva definita la "quarta Guerra di indipendenza". Analogamente, durante il fascismo, che si proponeva come prosecutore ideale del Risorgimento, vennero raccolti, sebbene con minore determinazione, materiali dell'impresa fiumana, delle guerre coloniali, della guerra di Spagna e della seconda Guerra mondiale.
Chiuso nel 1943, il Museo fu riaperto al pubblico nel 1954; il suo ambito di interesse si estese alla resistenza, assumendo la nuova denominazione di "Museo civico del primo e secondo Risorgimento". Nel 1962 fu nuovamente chiuso. Nel 1975 venne di nuovo riaperto, con un diverso assetto espositivo: al "museo-sacrario" affastellato di reliquie, destinato a suscitare "commozione e reverenza" nel visitatore, si sostituì un Museo rivolto particolarmente alle scuole. Nel 1990 il Museo, affiancato dai depositi dei materiali museali, dalle strutture didattiche e dal laboratorio di restauro, venne trasferito alla nuova sede di Casa Carducci. Nell'occasione, venne realizzato un nuovo percorso espositivo che partendo -dalla Rivoluzione Francese giunge alla prima Guerra mondiale, tornando in tal modo alle origini, e nello stesso tempo alla denominazione di "Museo civico del Risorgimento".
In quest’ultimo allestimento è stata data particolare importanza alle vicende della città: le testimonianze dell'epopea risorgimentale sono state collocate all'intemo della storia di Bologna, vista in tal modo non più esclusivamente dal punto di vista militare ed eroico, ma anche nei suoi aspetti culturali, sociali, politici ed economici.

 

Verso quale Museo ci si è mossi

La mancanza di spazio e, nello stesso tempo, la consapevolezza che la gente visita più volentieri una mostra di un museo, ci ha spinto a puntare su una frequente attività espositiva. Cosi, pur potendo contare su spazi estremamente ristretti, abbiamo allestito una sala polifunzionale per incontri e mostre e una saletta audiovisivi.
Le mostre, attraverso percorsi su temi e aspetti inconsueti o poco noti della nostra storia, hanno lo scopo di fare conoscere ai visitatori i numerosi materiali conservati nei depositi e di avvicinarli, spesso in modo meno serioso ma scientificamente corretto, alla nostra storia recente.
Un’occhiata agli argomenti affrontati: I prestiti nazionali in Italia nella Grande Guerra, nel 1991; la Guardia nazionale, nel 1993; le Feste civili e patriottiche a Bologna dal 1796 al 1870, nel 1994; i rapporti tra esercito austriaco e società bolognese, nel 1995; il gioco del pallone, ancora nel 1995; il Tricolore e la formazione della coscienza nazionale dal 1796 al 1914, nel 1996; la Scuola "Regina Margherita" e l'istruzione professionale femminile a Bologna tra '800 e '900, ancora nel '96; il rapporto tra mito risorgimentale e aspetti urbanistici della città, nel '97; la battaglia dell'8 agosto 1848 e il suo mito, nel 1998; la letteratura europea e la Grande Guerra, ancora nel 1998; il mito e la metafora del Risorgimento attraverso l'iconografia di Ugo Bassi, nel 1999; fino alla mostra "Albione Marianna e il bersagliere. Stereotipi nazionali e stampa satirica nell'Europa tra Ottocento e Novecento" che verrà inaugurata il 30 di questo mese.
Questo semplice elenco già suggerisce quali siano i principi aspiratori del nostro lavoro:

  1. "Stare al passo" rispetto alle più aggiornate tendenze storiografiche (vedi l'insistenza sui temi del mito, della costruzione del consenso, della sociabilità…)

  2. Non limitarsi negli aspetti politico-militari dell'epoca risorgimentale, ma avere come campo di indagine la società nel suo complesso. L'immagine che emerge da queste iniziative, così come dall'allestimento dell'esposizione "permanente", risulta quindi quella di un "Museo della città", ovviamente limitato all'arco cronologico desiderato.

  3. La ricerca di partner esterni, direttamente interessati all'iniziativa, con cui realizzare una "co-produzione".
    Insieme all'Assessorato allo Sport si è parlato di gioco del pallone, con l'Istituto nato dalla Scuola "Regina Margherita" si è affrontata l'istruzione professionale femminile; altri esempi: il Gran Ballo dell'Unità d'Italia, una ricostruzione filologica di una festa da ballo ottocentesca, viene realizzata da sei anni insieme alla Società di Danza; lo spettacolo teatrale "Il racconto del fucile" realizzato quest’anno in Museo è stato co-prodotto insieme al Teatro del Navile.
    Questo atteggiamento è in parte effetto dell'apertura di cui si è parlato prima e in parte è, ovviamente, dettato dalla cronica mancanza di fondi: un partner ci è utile, a volte indispensabile, sia per realizzare le iniziative, sia per pubblicizzarle e diventare poi nostro "pubblico". Il rischio che le cose possano "sfuggire di mano" esiste, ma è un rischio calcolato.
    Su questo punto, va infine ricordato il rapporto di continua collaborazione con il Dipartimento di discipline storiche dell'Università di Bologna, con il Comitato di Bologna dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano e con altri enti culturali.

  4. Evitare il taglio "celebrativo" e retorico, preferire quello "curioso" se non "disincantato".
    Fra le iniziative legate al bicentenario del Tricolore, la nostra mostra, che tra l'altro ha circolato in una ventina di città oltre a Bologna, si è segnalata in modo particolare anche per questa caratteristica. Anche l'affronto del rapporto quotidiano tra popolazione bolognese e soldati austriaci (a Bologna si è sparato per un giorno, ma si è, bene o male, convissuto per anni) suscitò qualche perplessità (tra l'altro, quella mostra fu realizzata con la collaborazione dell'Associazione Italia-Austria e con il Consolato austriaco ...).

  5. Realizzare mostre "da guardare", quando non addirittura divertenti.
    A questo proposito invito tutti alla mostra "Albione Marianna e il bersagliere: un tema concettualmente impegnativo come quello della nascita degli stereotipi nazionali è stato affrontato attraverso le godibilissime vignette dei giornali satirici europei.

  6. Porre in costante relazione le mostre e le attività interne di riordino e restauro. Come si è detto, il Museo espone una parte molto piccola del patrimonio posseduto. Le mostre servono per recuperare alla fruibilità ciò che altrimenti resterebbe del tutto ignorato, e quindi, visto l'esistenza di un Museo del Risorgimento "non si giustifica da sé", esposto alla possibilità della dispersione.

 

L'attività didattica

E' inoltre stato avviato, come negli altri musei bolognesi, un servizio didattico, utilizzando due insegnanti comunali in esubero (un eccellente esempio di "riciclaggio").
Le insegnanti non dipendono dalla Direzione del Museo, ma dall'Assessorato all'Istruzione e continuano a essere insegnanti a tutti gli effetti. Questa "indipendenza" dalla struttura museale, ha avuto grandi vantaggi e non è stata priva di alcuni inconvenienti. Il rischio di realizzare iniziative "parallele" rispetto a quelle del Museo viene compensato dal vantaggio di avere personale fortemente motivato perché‚ protagonista del proprio lavoro e in ricerca continua di nuove piste da percorrere.
Anche l'apprendimento di specifiche modalità di comunicazione è stato ovviamente più lento, perché non imposto, ma anche più profondamente motivato. Così si è lentamente passati da una fase in cui l'oggetto era un "pretesto", davanti al quale le insegnanti facevano una "lezione di storia", all'"ascolto dell'oggetto" in ciò che questo poteva effettivamente dire, fino al "gioco" con l'oggetto, negli ultimi percorsi sperimentali.
Quanto alle modalità operative, accantonata subito la tradizionale visita guidata al Museo, l'attività didattica si realizza oggi attraverso visite tematiche, nelle quali l'attenzione dei ragazzi è indirizzata soltanto su alcuni oggetti esposti; itinerari di lettura di fonti scritte; ricerche storico-didattiche, in cui documenti e schede di guida alla produzione di informazioni permettono lo svolgimento di una ricerca da parte dei ragazzi; un percorso sperimentale in cui l'ascolto di inni, canzoni e poesie risorgimentali guida alla ricerca di oggetti all'interno del Museo, un altro relativo alla storia della città e a quella delle armi da fuoco, condotto attraverso l'esame di un fucile napoleonico.
Da segnalare la produzione di opuscoli ed altri materiali didattici e il loro costante aggiornamento: a testimoniare il progressivo impadronirsi, da parte delle insegnanti, di tecniche di comunicazione sempre più adeguate.

 

Indicazioni conclusive

Concludendo ritengo opportuno riprendere brevemente alcune linee guida più generali del nostro lavoro:

  1. La consapevolezza che i musei del Risorgimento costituiscono un'entità con caratteristiche proprie, non assimilabili a quelle degli altri musei, e in particolare che essi respirano con due polmoni, il Museo e la Biblioteca-Archivio. La Biblioteca senza Museo diventa "invisibile", il Museo senza Biblioteca è il magazzino di un rigattiere. Abbiamo quindi resistito alle varie pressioni che puntavano a smembrare le raccolte, o a scardinare i nessi tra documenti e oggetti. La ricerca che abbiamo condotto su scala regionale nel 1997 relativa ai musei del Risorgimento, sulla quale relazionai al Convegno di Torino ha evidenziato ampiamente questa realtà: se il nesso si rompe, la sorte del museo è segnata.
    Questo non significa che i musei del Risorgimento non debbano cercare, se necessario, di integrarsi con altri istituti. Per quanto ci riguarda, in questi anni abbiamo cercato con insistenza ma inutilmente l'integrazione funzionale con altre Biblioteche, al fine di costituire un centro di documentazione sulla storia moderna e contemporanea; e in qualche modo è stata realizzata l'integrazione funzionale tra la parte museale del nostro Istituto e il Museo Carducci, permettendo la creazione di servizi comuni (quali book shop, saletta audiovisivi, sala polivalente) prima inesistenti in entrambi gli istituti.

  2. La consapevolezza che, almeno a Bologna, ma forse anche altrove, un Museo del Risorgimento, con l'accanimento esclusivo sulle battaglie e gli eroismi, con la sua enfasi patriottica, oggi non interessa più quasi nessuno.
    A Bologna ci sono decine di musei. Forse per questo è impossibile pensare a un "museo della città". Tuttavia, quando detto sopra evidenzia che è questo l'orizzonte nel quale ci stiamo muovendo.

  3. Estrema lealtà di fronte al dato storico. Come ebbi modo di dire a Torino, il nostro lavoro non può essere messo al servizio di una causa ideale o ideologica (e tanto meno politica), nemmeno di quella "giusta"...

  4. La passione per il nostro lavoro. Il fatto è che siamo "curiosi", ci interessa sapere come sono andate determinate cose, e farlo sapere a chi può essere interessato, mettere a parte i visitatori (la gente di Bologna, i turisti, gli alunni delle scuole) delle piccole scoperte che facciamo: spero di non essere frainteso, ma ci piace molto "raccontare delle storie".
    Ci pare che l'ottocento, questo "secolo lungo", così uguale e così diverso dal nostro, sia un tempo estremamente interessante, non appena venga liberato dai luoghi comuni che poco o tanto gli si sono incrostati sopra.

Bologna, 9 novembre 2000