Musei e pratiche ostensive per la città multietnica
Gennaro Postiglione

 

Come conseguenza della condizione "postmoderna" che caratterizza la metropoli multietnica contemporanea, urge una revisione storico-culturale dell’idea e della forma del museo e delle tecniche ostensive; ogni rappresentazione coinvolge inevitabilmente il problema dell’altro, dello straniero, non solo in termini di fruitore ma in qualità di oggetto e soggetto, contemporaneamente. La messa in discussione dell’universalismo positivistico, da una parte, e dell’idea stessa di identità culturale come fattore di discriminazione, dall’altra, mina alla base la struttura globale del sapere/potere abituata fino a tempi recenti ad articolarsi in maniera autonoma e incontestata (J. Clifford, 1997; I. Chambers, 1999). Come apertura verso altre storie e altre culture che abitano il moderno, e che hanno la stessa legittimità di essere rappresentate nei luoghi a ciò preposti, il museo deve scoprire la necessità di riscrivere la storia di quel passato e di quella memoria che è incaricato di conservare. Una ri-scrittura che rinunzi programmaticamente alla contrapposizione delle diversità, capace di essere inclusiva piuttosto che "segregativa", relativizzando la condizione della cultura dominante e rendendo omogenei i soggetti gli uni rispetto agli altri. Poiché la cultura a cui anche la classe "dominante" appartiene non è una, quanto piuttosto il prodotto di un processo di continue contaminazioni che la città contemporanea incrementa pur rifiutando (H. K. Bhabha, 1997; J. Clifford, 1997; I. Chambers, 1999).
A questo scopo la ricerca, oltre ad una fase di analisi e di sintesi teorica, si pone l’obiettivo di individuare nel contesto europeo, e più generale internazionale, eventuali esempi museografici emblematici, capaci di divenire oggetto di un’analisi che ne metta in luce le caratteristiche metaprogettuali: di ordinamento, di politiche allestitive e di forma dello spazio. Onde verificare e sperimentare il rapporto tra studi culturali, disegno della città, politiche sociali e architettura del museo.
Sorto per incarnare la retorica del potere del sapere, il museo - o i suoi precursori quali i cabients des curiex o le Wunderkammern -, e la sua forma, hanno seguito uno sviluppo di continua apertura dei propri confini e di modificazione dei propri scopi secondo un processo che ha nei secoli ampliato la fascia dei fruitori da un ristretto e privilegiato gruppo, alla massa (T. Bennet, 1995). Eppure, nonostante la maggiore permeabilità dei suoi margini, e la trasformazione del suo ruolo, il museo ha conservato la connotazione di architettura per la manifestazione pubblica del potere politico, di luogo privilegiato dell’esercizio di un controllo che non ha più la forma della segregazione - prigioni e musei hanno condiviso per lungo tempo medesime tipologie -, quanto piuttosto quella della fondazione di una identità nazionale in cui riconoscersi (C. Duncan, 1991). Il museo infatti rappresenta la "forma" istituzionale della memoria occidentale, e in particolar modo del gruppo sociale che lo ha generato, fornendo una precisa immagine della cultura "dominante" (I. Chambers, 1999). Il messaggio dell’identità è diretto in modo diverso ai membri della comunità e agli esterni, dove i primi sono invitati a condividere un benessere simbolico e gli altri fungono da osservatori. Emergendo come istituzioni pubbliche nell’800 in Europa, i musei hanno funto da luoghi di raccolta di formazione di un’identità. Questo tipo di articolazione, sia essa nazionale, regionale o etnica, colleziona, celebra, commemora, valuta e vende un modo di vivere. E’ un processo che sostiene l’esistenza di una comunità immaginata (J. Clifford, 1997). In un contesto globale dove l’identità collettiva è rappresentata dal possedere una cultura (un modo di vita, una tradizione, una forma d’arte), i musei trovano la loro prima ragione d’essere.
La condizione attuale, condivisa dalla maggior parte delle realtà urbane occidentali, pone in maniera emergente la questione dell’altro; il continuo flusso migratorio che satura gli spazi fisici e culturali della città contemporanea non può essere più a lungo ignorato o segregato - ghetti, centri di accoglienza, ecc. - e neppure l’apertura di certi musei a realtà locali rappresenta una valida soluzione, poiché proponendo una sorta di "messa in vetrina" dell’altro, sottolinea la separazione più che l’integrazione (D. Lavine, I. Karp 1995). Peraltro, la questione delle migrazioni delle culture, e delle conseguenti realtà multietniche, rappresenta solo apparentemente una questione di recente acquisizione indotta dall’economia mondiale e dai processi di globalizzazione; in realtà la questione dell’altro, della migrazione di uomini e culture, è centrale nella formazione della modernità. In un certo senso il movimento di popoli, storie, culture e individui rappresenta il fatto saliente della modernità, fin dai suoi esordi cinque secoli fa (I. Chambers, 1999), dall’espansione europea nelle Americhe alla tratta degli schiavi, dalla diaspora cinese nel sud-est asiatico all’emigrazione transoceanica meridionale (G. Marchetti, 2000).
Facendo propria l’affermazione che una città, con le sue opere e il suo buon museo, sta oggi al centro di una tematica che coinvolge la costruzione della comunità civica moderna (A. Emiliani, 1995), la ricerca vuole ribaltare l’idea di museo come luogo del consolidamento, della conservazione e della trasmissione dell’identità del gruppo sociale, sovvertendo il tradizionale rapporto esistente tra questa istituzione e la società civile che rappresenta (T. Bennet, 1995) con l’obiettivo di definire e raccogliere delle raccomandazioni o delle linee guida inerenti politiche museografiche e ostensive della metropoli multietnica.
Mutuando il concetto di contact zone da M. L. Pratt, ossia quel luogo in cui persone geograficamente e storicamente separate vengono in contatto tra loro stabilendo delle relazioni reciproche, interattive, si può operare un ripensamento dell’identità del museo. Il museo, generalmente collocato in sistema metropolitano, quale quello milanese, è il tema storico del quale occuparsi in vista di nuove produzioni culturali e di nuove relazioni. Se i musei sono considerati "zone di contatto", la loro struttura organizzativa intesa come "collezione" diventa un’attuale relazione storica, politica, morale: uno scambio di relazioni di potere (J. Clifford, 1997). In maniera per certi versi utopica i musei vanno ripensati come spazi pubblici di collaborazione, controllo condiviso e traduzione complessa. Una politica democratica che sia in grado di sfidare il sistema di valutazione gerarchica di diversi luoghi di passaggio e che aspiri ad un decentramento e alla circolazione delle collezioni in una molteplice sfera pubblica, deve prevedere l’inclusione di diverse culture e tradizioni e il rapporto propositivo tra economie e insediamento. In una prospettiva di contatto che ambisca a una specificità locale/globale di scelte relative all’inclusione, integrità, dialogo, e quella della gestione, produzione e ricerca urbanistica del territorio. E’ chiaro che una visione del genere appare per certi versi utopica data la storia dei musei nell’ambito dei contesti nazionali (J. Clifford, 1997).

 

Referenze bibliografiche

T. Bennet, The Birth of the Museum, London/New York 1995
H. K. Bhabha, The location of culture, London/New York 1997
I. Chambers, The emergent Archaic, Napoli 1999; paper di prossima pubblicazione in una raccolta di saggi per la Routledge
J. Clifford, Routes, Cambridge (USA)/London 1997
C. Duncan, Art Museum and the Ritual of Citizenship in Exhibition Cultures, I. Karp e S. Lavine, a cura di, Washington 1991
A. Emiliani, Musei e identità, presentazione, Bologna 1995
D. Lavine, I.. Karp, Musei e culture, Bologna 1995
G. Marchetti, Museo della migrazione, paper a convegno, Milano 2000
M. L. Pratt, Imperial Eyes: Travel Writing and Transculturation, London/New York, 1992