I musei storici in Italia
Gianluigi Daccò

 

Esporre un tema di notevole importanza come quello dei musei storici italiani, mi costringe a scegliere: o annoiarvi con una sequela di "distinguo" e di "excursus" o tentare di sintetizzare, banalizzandoli, temi piuttosto complessi. Non ho altra scelta e penso che mi scuserete: del resto mi è stato dato il microfono e qualcosa dovrò pur dire.
Nel nostro paese il museo storico vero e proprio è un animale raro e, quasi sempre, un istituto che i cinesi definirebbero senza ombra di dubbio commemorativo.
In un viaggio nello Shaanxi ed a Pechino osservavo che le tipologie ufficiali dei musei cinesi sono soltanto quattro : musei scientifici, musei d'arte - pochissimi - musei storici - la maggior parte - e musei commemorativi, come ad esempio il Museo della Rivoluzione, quello della Grande Marcia, il museo Sun Yat Sen.
Questa pratica della museologia in Cina, un paese, poi, che è stato sconvolto dall'imperare delle ideologie politiche e che continua alacremente nella distruzione entusiasta delle sue città storiche, mi ha portato a riflettere sullo stato dei musei storici, qui da noi, in Italia.
Forse proprio in questa mancata distinzione risiede la debolezza del museo storico italiano e la sua scarsa diffusione; e anche quest'ultimo è un dato su cui riflettere perché in tutto il mondo, non solo in Cina, la tipologia museale storica è invece la più diffusa.
I Musei di storia italiani, come è noto, sono nati come i luoghi stessi di conservazione-celebrazione della memoria dello Stato Nazione e dell'orgoglio municipalistico, e non potevano certo non avere strettissime connessioni con le finalità di esaltazione politica delle amministrazioni che li avevano promossi.
Lo stereotipo del museo di storia italiano si è cosi modellato sui musei storici ottocenteschi delle piccole città.
I superstiti Musei Civici di Storia Patria che sopravvivono qua e là, quasi museo del museo, fatti con lapidi accatastate, ritratti di cittadini illustri, qualche bacheca di medaglie e monete, alcuni labari sdruciti e i cimeli del letterato famoso ci provocano una strana sensazione, che già provavano nel secolo scorso gli studiosi più avvertiti come Alessandro Luzio: ammirazione e disgusto ... commozione e ilarità. 1
Un secolo dopo, in fondo in fondo, questa è ancora l'immagine che gli italiani della mia età conservano dei musei storici, e ciò spiega in parte l'inesorabile declino della maggior parte di questi Istituti.
Purtroppo con la consunzione e scomparsa di questo tipo di musei, l'unico paradigma di museo di questa tipologia per molti, forse per tutti, l'Italia è diventata anche l'unico Paese europeo a non avere quasi più musei storici tranne pochi musei risorgimentali e militari, sparsi qua e là.
A distanza di quasi un secolo sarebbe però troppo facile ed ingeneroso attribuire la condizione caotica dei musei storici italiani alla mancanza di sensibilità museologica e all'assenza di preparazione storica dei loro primi direttori.
Massimo Baioni, un giovane ricercatore, autore di un bel saggio sui Musei del Risorgimento 2, osserva come tra la seconda metà dell'Ottocento ed i primi decenni del Novecento, l'assenza costante in questi musei di procedure selettive nella strutturazione dei percorsi espositivi , la propensione per la dimensione reliquiaria ed il relativo feticismo, nascevano quasi sempre da una scelta dei curatori che puntavano, dichiaratamente, all'instaurazione di un rapporto emotivo coi visitatori, esaltando gli aspetti cronachistici ed affettivi nell'esposizione.
Nel periodo successivo alla Rivoluzione Industriale, in tutta Europa, la storia che entra a far parte della conoscenza comune e dell'ideologia della nazione è una storia selezionata, diffusa ed istituzionalizzata per simboleggiare la coesione sociale e l'appartenenza a comunità, reali o artificiali che fossero. I Musei di storia sono stati uno degli strumenti della diffusione di queste tradizioni.
In fondo se l'oggettività della narrazione storica dipende dall'angolo di visuale che si utilizza, anche il museo storico deriva dal sistema concettuale con il quale si seleziona e si espone il materiale museale.
Ma negli ultimi decenni le scienze storiche sono profondamente cambiate, modificando radicalmente anche i musei della storia.
Vissuti come anacronistici i temi tradizionali, quelli per intenderci della cosiddetta histoire evénementielle delle Annales, si è giunti alla constatazione, ormai forse troppo comune, che non esista la Storia ma le storie, e l'interesse per le storie è stato riacceso dagli studi dei sociologi, degli antropologi , degli economisti, degli urbanisti.
Non a caso il Seminario di Bonn del 1996 dell'International Association of Museums of History cercava proprio di definire i musei di storia precisando i loro rapporti con le nuove metodologie di ricerca, soprattutto le analisi seriali, ed analizzando le loro interrelazioni coi musei di etnografia.
Questo dibattito parte da lontano
Georges Rivière, nel 1957 quando doveva progettare il Museo Storico di Rennes, comprese che i materiali di un museo storico, oggetti in fondo quotidiani, non circondati dall'aura magica dell'opera d'arte, dovevano venir organizzati e disposti secondo una diversa grammatica.
L'utilizzo di collezioni di diversa tipologia che, invece, la dottrina museologica insegnava a separare era una necessità: nel percorso espositivo le diverse categorie di oggetti e documenti non potevano essere raggruppati secondo la loro tipologia ma dovevano essere selezionati ed esposti secondo l'ordinamento del musée discours, che segue criteri opposti a quelli del tradizionale musée collection.
Musée discours, certo ma senza dimenticare, argomentava Rivière che un museo non è un libro. Evitiamo gli eccessi di una presentazione troppo "didattica" che annega i singoli reperti in una marea di testi scritti.
Proprio da questa esperienza egli avrebbe poi elaborato la nozione di Patrimonio Territoriale, che copriva indifferentemente la storia, l'archeologia, l'etnografia di un territorio dato, alla luce del dibattito allora in corso, in Francia, tra storia ed antropologia.
Il passo successivo fu l'elaborazione del concetto di Ecomuseo, o museo dell'ambiente storico di un dato territorio. Il prefisso "eco" dell' "ecomusée" designava molto bene l'ambiente sociale che il museo doveva testimoniare, studiare e far conoscere.
Se seguiamo le fluttuazioni degli oggetti della museologia nel pensiero di Rivière dal 1948 al 1975 , notiamo come si passi dalla tradizionale concezione di collezioni a quella di insieme di elementi di valore culturale che diventa testimonianze materiali dell'uomo e del suo ambiente e infine: il patrimonio, la realtà e l'immagine dei beni della natura e dell'uomo.
Su questi stessi concetti museologici fu elaborata la famosa definizione di museo dell' ICOM 3 : Le musée est une institution permante, sans but lucratif, au service de la sociéte et de son développement, ouvert au pubilc et qui fait des récherches concernat les témoins matériels de l'homme et de son environnement, acquiret ceux-là, les conserve, les comunique et notamment les expose à des fin d'études, d'éducation et de délectation.
L'esaltazione del valore materiale delle collezioni, questa visone selettiva che distingue tra oggetto ed oggetto, spiega perché l'utilizzo di materiali diversi, anche di scarso valore, che è una necessità per il museologo storico, continui ad essere un paradosso per i difensori del museo tradizionale: i musei non sono forse nati per tesaurizzare i capolavori, non è questa la loro specificità?
D'altro canto l'accettazione passiva nel considerare documento ogni oggetto disponibile, porta alla nascita incontrollata dei più diversi istituti che, se vogliamo, possiamo comprimere nella categoria dei musei storici. Solo scorrendo la lista dei Comitati Internazionali dell'ICOM, quindi comitati selezionatissimi ed istituiti solo con procedure molto serie, ci imbattiamo nel Comitato Internazionale dei Musei di storia della Tecnica, quello delle case-museo, quello dei musei letterari, quello dei musei del territorio e delle città, il Comitato dei Musei Etnografici, l'AIMA - Associazione Internazionale dei Musei d'Agricoltura, l'IAMAM - Associazione Internazionale dei Musei delle Armi e di Storia Militare, l'ICMM - Congresso Internazionale dei Musei Marittimi, l'Associazione Europea dei Musei all'aperto, il MIMOM - Movimento Internazionale per la Nuova Museologia (Ecomusei) e infine, cosa un poco bizzara per le nostre consolidate abitudini, il Comitato Internazionale dei Musei di Storia ed Archeologia.
Provando poi a controllare su repertori aggiornati italiani come la seria ed aggiornata Guida al 3000 musei italiani di Petrucci, Pinna e Scirè o l'edizione Olschki del 1998 o l'ultima Edizione dei "Musei di Lombardia" della Direzione Generale Cultura della Regione, ho trovato di tutto, sia come tipologia (dal museo dello scarpone - Montebelluna - a quello della Malaria - Pontinia- a quello di Ada Negri- Lodi- che, come recitava la locandina, espone le copie fotostatiche di tutte le poesie di Ada Negri) che come dimensioni e servizi.
Come infinita è la gamma del potenziale collezionismo, così infinita è l'estensione potenziale dei musei storici in senso lato.
Questa tendenza ha portato negli anni Settanta alla nascita, diffusione ed altissima mortalità di tipologie di musei, come quelli che, ad esempio, in Olanda venivano definiti, a torto o a ragione, di Cultura Materiale e che ripetevano a pochi chilometri di distanza le stesse sequenze di oggetti. I Paesi Bassi giunsero ad avere un museo ogni 1200 abitanti e questa proliferazione indiscriminata, verificatasi anche in molti altri paesi europei, portò l'ICOM internazionale ad organizzare il convegno di studi Les musées come les champignons.
Da noi questo fenomeno è soltanto agli inizi, inoltre ben diversa è la concezione ufficiale italiana al proposito.
In Italia il concetto di Beni Culturali esalta il valore materiale, e patrimoniale, dei singoli oggetti, selezionati per il loro valore storico-artistico, e spiega perché la politica culturale italiana sia ancora incatenata al principio della Tutela.
Chi si illudeva che questa politica fosse tramontata si legga gli aridi capitoli, in burocratese stretto, del Testo Unico dei Beni Culturali, emanato lo scorso anno e potrà ricredersi.
Nel convegno di Bologna del 22 giugno 1998, Gli "stati generali "dei musei italiani, Giovanni Pinna diceva:
In Italia si è rimasti ancorati ad una visione riduttiva del patrimonio: la visione che considera il patrimonio culturale un insieme di oggetti e di monumenti che devono innanzi tutto essere posti sotto tutela, e che minimizza il loro ruolo nei confronti della comunità nazionale. La tendenza italiana a minimizzare il significato del patrimonio culturale è evidente anche solo dal punto di vista lessicale; mentre infatti nei paesi di lingua francese e in quelli di lingua inglese le parole "Patrimoine" e "Heritage" enfatizzano il significato socio-culturale, in Italia la dizione ministeriale di Beni Culturali esalta il valore materiale dei singoli oggetti a scapito del loro significato simbolico.
Se questa è l'attuale situazione quale avvenire, in Italia, per i Musei di storia?
E' comune coscienza riconoscere l'impossibilità di una interpretazione univoca del significato degli eventi storici. Abbandonata l'ideologia resta l'insostituibile finzione sociale della ricerca e della divulgazione storiche, che sono, insieme, l'incessante lavoro di critica e di legittimazione del presente con cui ogni generazione, ogni nuova cultura riscrive, ridefinisce e divulga la propria collocazione rispetto al passato.
Persa la fiducia nel progredire teleologico di una Storia unica ed unitaria, processo hegeliano nel quale lo Spirito prende coscienza di sé, sono rimaste le storie, quelle da indagare e divulgare nei musei: le storie dei singoli procedimenti tecnici, delle diverse Istituzioni e Magistrature, quelle dei Savoir-faire, delle molteplici forme urbane.
In tutta Europa si sviluppa la museologia di queste nuove storie: come quella recente degli Ecomusées in Francia e quella lontana degli Heimatmuseum nei paesi di lingua tedesca. L'evoluzione dell'Heimatmuseum, dal XIX secolo ad oggi, è strettamente correlata alle differenti ideologie che influenzarono la nozione della Heimat, alcune particolannente inquietanti: dall'Heimatmuseum nostalgico della semplice e sana vita contadina si è passati a quello della Patria Tedesca e, negli anni Trenta di questo secolo, a quello "del sangue e del suolo".
Ma da tempo in Germania la nozione di Heimat è stata demistificata e ridefinita su nuove basi come uno spazio socioculturale particolare di scoperta e di riconoscimento per una comunità data, e i nuovi Heimatmuseum stanno ritrovando, spesso, un ruolo dinamico di identità e di studio del loro ambiente territoriale.
Una ventina di anni fa, quando, timidamente, si cominciò a parlare anche da noi di Ecomusei, il drammatico problema da affrontare era certamente quello della mancanza di una politica italiana generale di musealizzazione, mentre in altri paesi europei l'innovazione in questo settore trovava i suoi migliori risultati proprio negli Ecomusei.
Si pensi soltanto che il mitico Ecomusée di Le Creusot era già nato da 19 anni e cominciava allora a conoscere il suo declino.
Negli anni della nascita di Le Creusot, Rivière coniò la celebre definizione di ecomuseo specchio di una Comunità e di un Territorio.
L'Ecomuseo era creato da una Comunità, che in esso si rispecchiava e si riconosceva e che, attraverso lui, presentava la sua immagine al visitatore, un'immagine sempre in evoluzione, come in uno specchio, col passare del tempo ed il mutare degli atteggiamenti. Se l'enfasi originaria posta sul legarne Ecomuseo-Comunità si è forse giustamente persa in questi ultimi anni, con il fallimento dei tentativi per dare a questo legame un ruolo politico progressista e rivoluzionario (siamo nel periodo del Sessantotto), agli Ecomusei sono rimasti la struttura, il saldo l'impianto teorico e funzionale di queste istituzioni culturali.
La politica del momento ed i musei di storia sono da sempre strettamente intrecciati, come è capitato anche agli Heimatmuseum.
In Europa da quegli anni gli Ecomusei sono incredibilmente cresciuti per numero ed importanza: nel nostro Paese, invece , sono ancora molto pochi. Non è un giudizio ma una semplice constatazione.
E qui si potrebbe aprire una lunga discussione: se è mancata una seria ecomuseologia nel nostro Paese è perché mancava il concetto stesso, il senso stesso del Museo, che da noi è stato considerato fino a poco fa solo un aspetto, quello finale, della politica di Tutela dei beni culturali sul Territorio o soltanto come Collezione.
Il concetto di Valorizzazione - concetto vago e non ben definito- è recente, risale in fondo alla legge 112 e una definizione, molto parziale, di museo statale (di tutti gli altri, e sono la maggior parte, nulla) è data dal Testo Unico dei Beni Culturali ( Decreto Legislativo 29\ 10\ 1999 n. 490).
In tutto il resto del mondo la Museologia è una disciplina studiata e divulgata con vigore (quattro anni fa perfino la Tunisia ha aperto le sue scuole di museologia) ; da noi esistono soltanto una dozzina di insegnamenti recentissimi di museologia, sparsi per vari corsi di laurea, spesso consistenti in Storia del Collezionismo, si continuano ad identificare i musei con le collezioni e capita di riascoltare, come moderna ed anticonformista, la posizione al riguardo dei letterati di due secoli fa: Je suis las des musées, cimitièrs des arts scriveva Alphonse de Lamartine.
Parallelamente, ed indipendentemente dagli Ecomusei e dalla formazione della concezione di Patrimonio Territoriale in Francia, nei Paesi anglosassoni si formava il concetto di Cultural Heritage ed in quelli di area tedesca l'Heimatmuseum conosceva una rinascita, su basi diverse da quelle tradizionali.
Le teorie museologiche più recenti hanno abbandonato il concetto di museo collezione. Judith Spielbauer afferma, un po' sbrigativamente forse: il museo non è une ma il mezzo.
Questo non è un gioco di parole, come può sembrare, ma la chiara affermazione che il Museo è una funzione che si esplica nel museo-programma opposto al museo-collezione, nel museo-discorso che si oppone al museo-oggetto.
Il Museo, oggi, secondo Roger Silverston, ha un ruolo preciso e specifico: Il museo, peraltro in modo particolarissimo nella cultura contemporanea, è inteso come istituzione deputata alla mediazione del tempo. Nella maggior parte dei casi esso rappresenta l'Alterità rimossa nel tempo: l'Alterità storica. 4
E l'Alterità rimossa nel tempo si allarga giorno per giorno a dismisura; la crescita esponenziale delle nuove conoscenze, delle tecnologie procede ininterrotta scalzando e ribaltando continuamente modi di vivere, atteggiamenti, norme, abitudini, città, mestieri, ruoli sociali , tutte le cose insomma per le quali , sempre più velocemente , non vi è più posto e che la memoria collettiva non è in grado di accogliere non avendo più spazi disponibili.
La memoria, ormai, sembra essere diventata un impossibile lusso, non più il valore centrale da conservare ad ogni costo come nelle società tradizionali: tutti, in fondo, viviamo la sensazione di vivere in un esteso presente che, sotto l'incalzare ininterrotto delle innovazioni, inghiotte sempre più in fretta il tempo, restringendo il passato in angoli ogni giorno più angusti e remoti. Come in un sogno perverso ed affannoso scorgiamo il grande fiume della tradizione deviato e interrotto, definitivamente spezzato; ma se davvero è cosi tentare di salvare per le future generazioni, come vogliono fare i musei, l'immenso insieme d'informazioni e di manufatti di ogni tipo che la società, ritenendoli ormai inutili ha scartato abbandonandoli nelle loro mani , sarebbe un'impresa straordinariamente degna ma senza speranza.
La scommessa del museo di tutta Europa si gioca nella conservazione e in sempre nuove proposte di ricostruzione della memoria collettiva di culture in continua trasformazione.
E qui si potrebbe aprire un lungo dibattito: se manca una seria politica di musealizzazione storica nel nostro Paese è perché manca il concetto stesso, il senso stesso del museo.
Accennerò soltanto, con tutti i rischi del caso in un sunto cosi drastico, a quello che è a mio parere, resta il nodo cruciale non solo della museologia storica ma anche di quella di tutti i cosiddetti Beni Culturali italiani.
Per inciso preferirei usare il termine, corrente in tutto il resto del mondo di Patrimonio culturale, il che e molto diverso.
La Tutela anche con la nuova disciplina dei beni Culturali (Decreto Legislativo 29 ottobre 1999) resta incentrata sulle Soprintendenze, quindi su un sistema di controllo territoriale fondato ancora su una politica del vincolo e del controllo.
Questa è una politica quasi esclusivamente italiana altrove la tutela del Patrimonio Culturale segue, grosso modo, tre linee

  1. incentivazione e sviluppo dei musei, anche dei siti musealizzati , come elemento di conoscenza e di creazione di coscienza storica;
  2. sgravi fiscali per gli interventi di manutenzione e di restauro per i complessi di valenza storica;
  3. inventariazione a tappeto.

Ricorderò per questo ultimo caso l'archeologia Industriale francese che dispone della Cellule du Patrimoine Industriel dell'Inventaire Général des Richesses et Monuments Artistiques de la France del Ministero Della Cultura Francese che da 25 anni censisce, e continua a studiare , su tutto il territorio nazionale i siti di interesse storico industriale.
In pratica si è scelto da tempo il museo per creare la coscienza della conservazione storica, partendo dal presupposto che si conserva soltanto ciò che è conosciuto e riconosciuto come un valore.
Domanda: sbagliano tutti, ma proprio tutti gli altri paesi , seguendo questa politica culturale e solo l'Italia è nel giusto?
Può anche essere, ma cominciamo a discutere di questo, smettiamola di considerare il nostro sistema, unico in Europa, come perfetto ed immodificabile. Ma al di là di questo dato, ben più importante far capire che la salvaguardia del Patrimonio Culturale, è la condizione della difesa della identità storica delle città e dei territori stessi; che rimane, lo si voglia o no, ancora il fondamento della nostre comunità attuali.


1 Atti del primo Congresso per la storia del Risorgimento italiano, Milano, 1907, p. 80

2 M. BAIONI La "Religione della Patria" - Musei ed Istituti del culto risorgimentale, Quinto di Treviso , Ed. Pagus , 1994

3 Art. 2 Stauts de l'ICOM - Assemblea de L'Aia del 5 settemre 1989

4 R. Silverston Museums and the Public, 1992, Londra