Musei: autonomia e professionalità
Gianluigi Daccò

"Gara tra architetti per il Museo del Novecento di Milano", titolano i giornali di questo agosto piovoso, forse a corto di notizie.
Per giornalisti e pubblico è normale così: i musei li fanno gli architetti, e chi se no? E il Novecento, senza altre designazioni, è ‘l’arte contemporanea’, a cosa mai serve d’altro un museo?
Luoghi comuni radicatissimi, inutile obiettare: in Italia i musei sono solo le gallerie d’arte, gli ‘addetti ai lavori’ soltanto gli architetti che li progettano e i custodi che li tengono aperti. Punto.
E, di conseguenza, non solo siamo forse l’unico paese senza scuole e facoltà di museologia, con pochissimi musei di storia (la tipologia più diffusa all’estero), ma anche la nazione dei musei-collezione, ridotti, con le varie leggi Bassanini, a musei-ufficio.
Inutile dire che i musei-ufficio non hanno certo bisogno di specialisti, tanto nascono da soli e, in fondo, basta tenerli aperti: un capo-ufficio che organizzi ferie e orari dei custodi, comperi i detersivi per le pulizie e faccia stampare, ogni tanto, i nuovi biglietti d’ingresso è più che sufficiente.
Paradossale? Mica tanto, molti, non dei giornalisti, ma degli ‘addetti al lavori’, assessori e dirigenti comunali, la pensano proprio così.
E la nuova organizzazione dei comuni e delle province, nata sulle basi delle cosiddette leggi di riforma, le Bassanini appunto, ha reso ultimamente ancora più complicata la gestione e lo sviluppo dei musei civici, considerati, quasi ovunque, non come istituti culturali delegati alla ricerca, didattica e conservazione delle identità storiche delle città italiane ma, spesso, come semplici uffici amministrativi, temporanei e modificabili.
Questo bel risultato non è una conseguenza diretta delle nuove norme, ma è stato ottenuto dalle burocrazie forzando la portata applicativa delle stesse leggi sugli enti locali oltre ai limiti consentiti dalla lettera della norma.
Così capita che le funzioni dirigenziali dei musei civici, anche quelle squisitamente tecniche del museologo, siano state assegnate a dirigenti amministrativi, del Settore personale o del Settore servizi sociali ad esempio.
E i museologi italiani, in molti casi, ridotti a semplici impiegati comunali, trasferibili ed utilizzabili in qualsivoglia mansione dell’ente locale, rischiano di venire allontanati dalla gestione diretta dei loro istituti, mentre laureati in legge o ragionieri hanno preso il loro posto, diventando di colpo esperti, ope legis, di restauro, di scavi archeologici, di ricerca storica, di catalogazione, di stratigrafia e di quant’altro.
Promossi periti peritorum in grazia di un cavillo: interpretando alla lettera le norme sulla dirigenza, si è deciso di precludere l’attribuzione delle funzioni dirigenziali ai direttori di museo quando nell’organico di un dato Comune siano presenti anche pochissimi dirigenti amministrativi, uno solo al limite.
Questa interpretazione un po’ bislacca non risponde né alle tanto sbandierate "efficienza, professionalità e flessibilità" da perseguire ad ogni costo, né alle intenzioni del legislatore, alla sostanza delle nuove norme: la giurisprudenza del giudice amministrativo è intervenuta spesso a correggere distorsioni di questo tipo in molti casi analoghi.
Se la questione riguardasse solo direttori e conservatori di museo, pazienza, peggio per loro: li ha obbligati il medico a fare un lavoro così strano?
Il punto è che questi cavilli mettono in forse la sopravvivenza stessa dei musei civici, la maggioranza degli istituti di questo tipo in Italia, la quasi totalità nel Nord.
Eppure basterebbe così poco per gestire i musei in modo adeguato, quando, si intende, esista davvero la volontà politica di farlo.
In caso contrario si troveranno sempre e comunque le più incredibili complicazioni del diritto amministrativo per impedirlo.
In una nota ricerca di sociologia di pochi anni or sono venivano esaminati i servizi pubblici, comunali, assistenziali e sanitari, di una grande città: l’indagine concludeva che il problema più grave di questi servizi era rappresentato proprio dalla complicatissima ragnatela di norme contrastanti e contraddittorie che i tecnici che li dirigevano (medici, ingegneri, psicologi, chimici) dovevano ad ogni costo ignorare od aggirare, solo per poter lavorare con un minimo di efficienza e di professionalità.
Lo constatiamo continuamente: più minutamente gli enti tentano di regolare e garantire il proprio rapporto con i cittadini, più le loro azioni diventano complicate ed inefficienti.
Per i musei la situazione è del tutto analoga, con l’aggravante che manca un riconoscimento ufficiale dello status dei museologi .
Un museo non può certo essere gestito come un qualsiasi ufficio burocratico, ma deve disporre di autonomia gestionale e soprattutto – sembra quasi ridicolo ricordarlo tanto dovrebbe essere scontato - di un’adeguata conduzione tecnico-scientifica.
Lentamente negli ultimi venti anni la gestione ‘in economia’, quella diretta, in cui un museo è una struttura comunale di massimo livello (settore) o intermedio (unità operativa, ufficio), è diventata nei comuni la forma di gestione prevalente.
Le precedenti forme di limitata autonomia sono state progressivamente cancellate e i musei sono stati assimilati sempre più al resto delle amministrazioni, per ignoranza, volontà di omologazione ad ogni costo e ingerenza politica.
Al di là di qualsiasi altra considerazione, questa però è anche una delle forme di gestione di un museo più difficili e macchinose e una delle più dispendiose.
Si pensi soltanto ai regolamenti comunali che un museo civico è costretto ad utilizzare, generalmente impostati sulle necessità di uffici amministrativi o dei lavori pubblici e che non tengono in nessun conto le normali esigenze di gestione e di sviluppo delle collezioni, come le manutenzioni, i restauri dei materiali e degli allestimenti, le nuove acquisizioni, la realizzazione delle attività didattiche, la ricerca scientifica.
A fatica ed in modo spesso assai macchinoso si riesce, volta per volta, ad adeguarsi alla lettera di norme previste per servizi ed esigenze del tutto difformi.
Sappiamo tutti che, per poter utilizzare questi generici regolamenti in modo corrispondente alle esigenze dei nostri istituti, corriamo, quasi quotidianamente, rischi notevoli.
Pazienza, tanto la nostra è una ‘missione’ che prevede, generalmente, retribuzioni modeste e, sicuramente, tantissime complicazioni.
L’aspetto più allarmante delle faccenda è però che siamo costretti a sprecare un’incredibile quantità di tempo nella produzione di un’impressionante quantità di carta.
Molte volte, facendo il conto dell’enorme impegno burocratico previsto per operazioni museologiche semplici, rinunciamo in partenza, pur disponendo di finanziamenti sufficienti.
Studio e ricerca, le attività portanti del nostro bellissimo mestiere, sono così confinate nei week-end e nei ritagli di tempo lasciati liberi dalla stesura di proposte di deliberazione, ordinanze, verifiche di Peg, carichi di lavoro, trattative private, appalti e dalla compilazione di quella infinità di moduli che proliferano, quasi per gemmazione spontanea, giorno per giorno.
A parole le leggi vigenti (legge n. 127 del 1997, decreto legislativo n. 29 del 1993) prevedono espressamente l’organizzazione dei servizi comunali in base a criteri di autonomia, funzionalità ed economicità di gestione, nei fatti la gestione ‘in economia’ dei musei produce risultati del tutto opposti.
Per questi motivi numerose amministrazioni hanno superato la gestione diretta dei musei, e perfino la nuova legge sui servizi comunali, all’esame del Parlamento, ne prevede l’abbandono generalizzato.
Non si tratta di privatizzare gli istituti museali: pensare di affidare al libero mercato la conservazione della memoria storica delle nostre città, insostituibile e fondamentale patrimonio della comunità, è assurdo.
Ma è anche impossibile pensare di continuare a gestire i musei in modo diretto.
Anche in base alla normativa vigente, si possono benissimo trovare altre modalità, come l’Istituzione o la Fondazione.
L’Istituzione é un ‘organismo strumentale’ dell’ente locale con piena autonomia gestionale, un bilancio autonomo, propri regolamenti ad hoc, che utilizza personale comunale e personale assunto con contratti di diritto privato; la Fondazione, e in particolare la Fondazione di partecipazione, è invece una proposta recente, già utilizzata in alcuni casi, come per il Museo nazionale della scienza e della tecnica Leonardo da Vinci.
Molte amministrazioni comunali, come quella di Milano, stanno realizzandole.
Ente senza scopo di lucro, la Fondazione di partecipazione, come le Onlus, può svolgere attività commerciali in via non prevalente e vi possono aderire diversi soggetti, sia pubblici che privati, ma rimane, però, sempre sotto controllo pubblico.
Altre modalità possono essere le associazioni, a cui aderiscono più enti e a cui possono iscriversi anche privati, e le convenzioni tra enti diversi.
Queste, che io sappia, sono le più comuni forme di gestione, altre sono allo studio e si possono proporre e sperimentare, se davvero lo si vuole .
In Trentino l’autonomia dei musei ha dato straordinari risultati, anche economici e l’unica Soprintendenza autonoma dello Stato, quella di Pompei, in un solo anno ha realizzato obiettivi di bilancio del tutto impensabili precedentemente.
D’altronde autonomia e professionalità sono le caratteristiche di tutti i musei europei, da sempre.
In Italia, chi invoca le norme del diritto amministrativo per negare ai musei anche quel minimo di autonomia e professionalità indispensabili per la loro sopravvivenza, lo fa sapendo bene che è sempre possibile in un paese come il nostro, oberato da centomila leggi in vigore, trovare tutto ed il contrario di tutto per giustificare quello che si vuole.
Sulle nuove forme di gestione e sulla definizione degli standard si gioca il futuro dei musei civici italiani, che stanno agonizzando sotto un caotico viluppo di leggi e di normative contraddittorie e sempre più incomprensibili.